Archivi categoria: L’aristocritico

Rivoluzioni copernicane cercansi

Ho sempre ritenuto che l’uso del pensiero dovesse essere portato fino in fondo, cioè fino alla “rivoluzione copernicana”. Finché si pensa dentro l’orizzonte dato più che altro si rimastica pensiero d’altri. Se tu stai alle regole del gioco del tuo avversario, per forza alla fine perdi; occorre “rovesciare il tavolo”. Questo, negli anni d’oro, è stato chiamato in termini più dotti rottura epistemologica o cambio di paradigma. Effettuare questo salto significa non solo risolvere un singolo problema che altrimenti era insolubile, ma vuol dire ricostruire l’intero campo da una nuova prospettiva. Cambiare gioco.
Aggiungo subito: facile a dirsi, però… Però non solo ‒ come vado subito a mostrare ‒ la riconfigurazione è complicata, ma per di più il campo non vede l’ora di recuperare le sue conformazioni abituali (chiamiamolo senso comune). Non esistono purtroppo punti-di-non ritorno, ma alle aperture seguono le richiusure. Così è avvenuto nel campo letterario dopo lo scossone degli anni Sessanta del Novecento. Non solo si è tornati al prima, ma ad un nuovo prima tale che sia impossibile ripetere quello che allora è stato possibile… Continua a leggere Rivoluzioni copernicane cercansi

Fare di ogni estetica una semiotica

Tempo fa, durante una delle discussioni che facevo con gli studenti a fine corso, uno di loro mi chiese dove fosse andata a finire l’estetica. Non perché non pronunciassi mai quella parola, che anzi veniva spesso indicata, nominando gli Hegel e i Croce, in opposizione all’allegoria; ma effettivamente non mi servivo del suo vocabolario nel commento ai testi, evitando di usare termini come bello, splendido, ineguagliabile, mirabile, sublime e quanti altri si vogliano come rilevatori di valore. Quello studente aveva colto non so se un punto debole, ma certamente un punto decisivo del mio modo di approcciare il testo letterario.
Di lì a poco quell’accorto studente si sarebbe laureato con una tesi su Antonio Gramsci, trovandovi il suo problema risolto con una coesistenza di valore culturale e valore estetico. Personalmente, trovo che sia difficile far stare insieme le due dimensioni e ritengo si debba fare un passo oltre: fare di ogni estetica una semiotica. Continua a leggere Fare di ogni estetica una semiotica

Aura fritta

La parola “aura” non va confusa con “aurea”. L’aura non è necessariamente fatta d’oro, di per sé non vuol dire altro che “aria”, solo in un modo più “aulico”. Però, già nell’uso lirico che si trova di frequente, tanto pere dirne uno, in Petrarca, vediamo che non è poi proprio la semplice aria in cui tutti i comuni mortali sono immersi. L’aura petrarchesca accompagna ‒ anche per ragioni di omofonia ‒ l’apparizione o il ricordo della amata Laura, magari accarezzando i suoi “capei d’oro” oppure muovendo “soavemente” le fronde e tutto il paesaggio intorno. Si tratta di un’atmosfera e pure di un genere speciale, quella che, quando la percepiamo, diciamo che si crea (“si crea un’atmosfera”): ed è qualcosa che caratterizza allora un luogo speciale e fuori dell’ordinario, sicché quest’aura, nonché aulica, può davvero diventare “aurea”, in quanto conferisce valore come una effusione dorata. Se l’aria in genere è necessaria per vivere, l’aura parrebbe favorire un soffio particolare, che non a caso di chiama ispirazione e si condensa non nel qualunque respiro, ma nell’arsi e tesi del verso della poesia. Continua a leggere Aura fritta

La distanza critica

Invogliato da una intervista dell’autore e soprattutto dal titolo del libro, ho letto i saggi di Franco Moretti raccolti in A una certa distanza (Carocci editore). Conoscevo già varie altre opere di Moretti e ho trovato la sua prospettiva sempre interessante anche quando ero in disaccordo, e la sua scrittura sempre coinvolgente in quanto chiara, esplicativa, disponibile alla verifica e priva di affermazioni indimostrabili; gli riconosco una “obiettività” che sfugge al conservatorismo nostalgico di molti studi letterari rivolti alla tradizione del passato e in questo ultimo lavoro ho trovato addirittura una disponibilità all’autocritica (l’accoglimento delle obiezioni quando «ti viene dimostrato che ti sbagli») che avevo raramente rinvenuto nel mondo della teoria letteraria.
In questo libro Franco Moretti sviluppa la sua idea di Distant reading (era il titolo dell’edizione in inglese, contrapposto diametralmente al Close reading diffuso in area anglosassone), già portata avanti in La letteratura vista da lontano del 2005. E a me pare che, tanto più in questo periodo, in cui il “distanziamento” è visto come coatta costrizione sanitaria, sia necessario difendere la “distanza” ‒ contro tutte le teorie in auge dell’empatia e dell’assorbimento nel testo ‒ precisandola come distanza critica. Continua a leggere La distanza critica

Jameson e l’allegoria 4

Termina con questa terza puntata la discussione sull’allegoria a partire dal libro di Fredric Jameson Allegory and Ideology. La prima puntata ha riguardato soprattutto la distinzione tra la personificazione (che è semplificatrice e porta a immagini stereotipate) e l’allegoria a “quattro livelli”, che è, invece, secondo l’autore, polisensa e creativa. Nella seconda puntata si è ragionato sulla differenza tra la prospettiva dell’interprete e quella del produttore del testo, quindi sulla possibilità di una tendenza allegorica. Nella terza si è affronta una questione nodale in Jameson, cioè la differenza tra moderno e postmoderno. Rimane da considerare, con una breve appendice, l’uso del “quadrato semiotico” di Greimas che in Jameson prende nuova vita, anche al di là dell’impostazione strutturalista. I 4 sensi dell’allegoria, il quadrato semiotico: non potevo evitare di parlarne in 4 puntate…

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Numerologia del quattro

Nel libro di Jameson, Allegory and Ideology, campeggia il ricorso al numero quattro, nettamente preferito al tre, quindi con distacco da una certa dialettica triadica. Ai quattro livelli dell’allegoria si sovrappone spesso e volentieri il “quadrato semiotico” elaborato da Algirdas Greimas, uno dei punti più alti della stagione strutturalista. Il quadrato semiotico ‒ per chi ne fosse digiuno ‒ è un modo per organizzare la materia (culturale o letteraria), articolandola secondo logica.

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Jameson e l’allegoria 3

Continua con questa terza puntata la discussione sull’allegoria a partire dal libro di Fredric Jameson, Allegory and Ideology. La prima puntata ha riguardato soprattutto la distinzione tra la personificazione (che è semplificatrice e porta a immagini stereotipate) e l’allegoria a “quattro livelli”, che è, invece, secondo Jameson, polisensa e creativa. Nella seconda puntata si è ragionato sulla differenza tra la prospettiva dell’interprete e quella del produttore del testo, quindi sulla possibilità di una tendenza allegorica. In questa terza si affronta una questione nodale in Jameson, cioè la differenza tra moderno e postmoderno.

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Moderno-postmoderno, ripensamenti e rimozioni

Il clima del postmoderno è stato favorevole alla ripresa dell’allegoria. Intanto perché, promulgando la “felice riscrittura”, un po’ come un manierismo generalizzato, poteva rimettere in campo tutte le “baroccaggini”; ma anche perché, perdendo la fiducia nella realtà, ne diventavano possibili tutti i travestimenti. “Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni”, “sognare sapendo di sognare” e altre formule nicciane tornate di moda portavano a non disdegnare le inverosimiglianze allegoriche. Nella prospettiva della decostruzione ‒ da non confondere con il postmoderno, ma indubbiamente radicata nella sua temperie ‒ l’allegoria, insieme all’ironia, erano privilegiate come prova della instabilità dei significati. Quanto a Jameson, nel suo volumone in materia (Postmodernismo, ovvero La logica culturale del tardo capitalismo, 1991, trad. Fazi, 2007), teorizzava il passaggio da una allegoria “verticale” a una “orizzontale”, propria quest’ultima del postmoderno («le nuove strutture allegoriche sono postmoderne e non si possono esprimere senza l’allegoria del postmoderno»), attesa più che alle «etichette concettuali» alle relazioni e alla loro mobilità. Continua a leggere Jameson e l’allegoria 3