Archivi categoria: L’aristocritico

Un Dante di sguincio

Non si può evitare di parlare di Dante nell’anno anniversario. Tanto più che concordo sulla sua assoluta grandezza collocata all’ingresso della nostra letteratura. Il che non vuol dire apprezzare la valanga celebrativa dei cori estatici-estetici e dei megafoni ufficiali che ne trattano come fosse un prodotto del made-in-Italy da sponsorizzare. Invece delle sviolinate diciamo che Dante inaugura non solo la tradizione, ma in essa una linea che, nel prosieguo letterario, è risultata alternativa, in qualche modo un’antitradizione opposta a quella dominante, petrarchesca.
Personalmente, ho preferito, allora, prenderlo un po’ di sguincio, il nostro grande classico. E, ottemperando alla vocazione dello straniamento, guardarlo da una prospettiva esterna, vale a dire dalla riscrittura che ne ha fatto, nel mezzo del Novecento, il tedesco Peter Weiss. Il progetto teatrale di Weiss (posto tra il Marat/Sade e L’istruttoria) di proiettare Dante nel mondo contemporaneo è molto poco noto, ancorché pubblicato in traduzione da Mimesis. È rimasto incompleto, limitato com’è al solo Inferno; forse un segnale che quello è, incontestabilmente, il Dante più “espressionista”. Continua a leggere Un Dante di sguincio

Ballare o pensare?

Al Parco dei Daini di Villa Borghese, dove moltissimi anni fa passavo i pomeriggi dopo la scuola inseguendo vanamente il pallone (mio cugino ricorda a quei tempi un imberbe Veltroni che, essendo d’età più piccolo di noi, veniva messo in porta), dunque in quel luogo per me “storico” oggi sorge un podio evidentemente predisposto per ospitare musica da ballo su cui campeggia in lettere dorate la scritta in inglese spiccio: DANCE FIRST THINK LATER.
A parte l’aspetto indelicato di quel “first” che ricorda un po’ troppo l’enfasi da Trump; a parte il fatto che nel ballo il percorso dal cervello alle gambe dev’essere minimo perché pensare troppo ai passi mentre si eseguono può portare ad inciampi, per cui sembra che pensiero non ci sia; a parte che quel “pensarci dopo” sembra proprio alludere alla minaccia delle conseguenze possibili, e si sa che il ballo è sempre stato “contagioso” anche prima del covid; a parte questo e quello, insomma, la scritta trovata all’impensata nei miei luoghi per così dire natii mi ha dato assai da pensare e più “prima” che “dopo”. Continua a leggere Ballare o pensare?

C’è empatia ed empatia

Negli ultimi tempi nella teoria della critica letteraria circola con frequenza quello che chiamerei il “teorema dell’empatia”. In realtà non si tratta di una tesi solo letteraria, ma di un indirizzo agganciato a una proposizione in generale progressista. Comunque, in sintesi, il teorema dell’empatia dice: i comportamenti violenti e intolleranti che manifestano un rifiuto dell’altro sono dovuti a una carenza di empatia. Se ci si mette nei panni del diverso-da-noi non si può più desiderare di eliminarlo. L’empatia – che è iscritta nel cervello umano nei cosiddetti “neuroni specchio” – è dunque prosociale, incentivarla vuol dire produrre un incremento di agire morale. A controprova, mancanti di empatia sono gli autistici e gli automi (si veda anche la fantascienza di Philip Dick dove, per scoprire gli androidi, si controlla per l’appunto l’empatia). Corollario letterario del teorema: la letteratura e in particolare la narrativa è una scuola di empatia; infatti con l’immedesimazione nel personaggio ci addestra a entrare dentro un altro e a provare le sue stesse emozioni e tale ginnastica mentale può favorire l’aumento dell’empatia generale e quindi il miglioramento delle relazioni umane.
Mi pare che questa tesi, rafforzata di solito dalle ricerche statistiche legate alle neuroscienze (e ai “neuroni specchio” come accennavo) vada considerata con attenzione nei pro e nei contro, non fosse altro che per il motivo che toglie molto spazio alla critica. Continua a leggere C’è empatia ed empatia

Rivoluzioni copernicane cercansi

Ho sempre ritenuto che l’uso del pensiero dovesse essere portato fino in fondo, cioè fino alla “rivoluzione copernicana”. Finché si pensa dentro l’orizzonte dato più che altro si rimastica pensiero d’altri. Se tu stai alle regole del gioco del tuo avversario, per forza alla fine perdi; occorre “rovesciare il tavolo”. Questo, negli anni d’oro, è stato chiamato in termini più dotti rottura epistemologica o cambio di paradigma. Effettuare questo salto significa non solo risolvere un singolo problema che altrimenti era insolubile, ma vuol dire ricostruire l’intero campo da una nuova prospettiva. Cambiare gioco.
Aggiungo subito: facile a dirsi, però… Però non solo ‒ come vado subito a mostrare ‒ la riconfigurazione è complicata, ma per di più il campo non vede l’ora di recuperare le sue conformazioni abituali (chiamiamolo senso comune). Non esistono purtroppo punti-di-non ritorno, ma alle aperture seguono le richiusure. Così è avvenuto nel campo letterario dopo lo scossone degli anni Sessanta del Novecento. Non solo si è tornati al prima, ma ad un nuovo prima tale che sia impossibile ripetere quello che allora è stato possibile… Continua a leggere Rivoluzioni copernicane cercansi

Fare di ogni estetica una semiotica

Tempo fa, durante una delle discussioni che facevo con gli studenti a fine corso, uno di loro mi chiese dove fosse andata a finire l’estetica. Non perché non pronunciassi mai quella parola, che anzi veniva spesso indicata, nominando gli Hegel e i Croce, in opposizione all’allegoria; ma effettivamente non mi servivo del suo vocabolario nel commento ai testi, evitando di usare termini come bello, splendido, ineguagliabile, mirabile, sublime e quanti altri si vogliano come rilevatori di valore. Quello studente aveva colto non so se un punto debole, ma certamente un punto decisivo del mio modo di approcciare il testo letterario.
Di lì a poco quell’accorto studente si sarebbe laureato con una tesi su Antonio Gramsci, trovandovi il suo problema risolto con una coesistenza di valore culturale e valore estetico. Personalmente, trovo che sia difficile far stare insieme le due dimensioni e ritengo si debba fare un passo oltre: fare di ogni estetica una semiotica. Continua a leggere Fare di ogni estetica una semiotica

Aura fritta

La parola “aura” non va confusa con “aurea”. L’aura non è necessariamente fatta d’oro, di per sé non vuol dire altro che “aria”, solo in un modo più “aulico”. Però, già nell’uso lirico che si trova di frequente, tanto pere dirne uno, in Petrarca, vediamo che non è poi proprio la semplice aria in cui tutti i comuni mortali sono immersi. L’aura petrarchesca accompagna ‒ anche per ragioni di omofonia ‒ l’apparizione o il ricordo della amata Laura, magari accarezzando i suoi “capei d’oro” oppure muovendo “soavemente” le fronde e tutto il paesaggio intorno. Si tratta di un’atmosfera e pure di un genere speciale, quella che, quando la percepiamo, diciamo che si crea (“si crea un’atmosfera”): ed è qualcosa che caratterizza allora un luogo speciale e fuori dell’ordinario, sicché quest’aura, nonché aulica, può davvero diventare “aurea”, in quanto conferisce valore come una effusione dorata. Se l’aria in genere è necessaria per vivere, l’aura parrebbe favorire un soffio particolare, che non a caso di chiama ispirazione e si condensa non nel qualunque respiro, ma nell’arsi e tesi del verso della poesia. Continua a leggere Aura fritta