Archivi categoria: L’aristocritico

Riconoscere Giuliani

Alfredo Giuliani è acquisito alla storia letteraria soprattutto per la sua introduzione alla antologia dei Novissimi, che costituisce una pietra miliare (e forse ancora una “pietra d’inciampo”) nella evoluzione della poesia italiana, posta com’è nel bel mezzo del Novecento. Introduzione, ma si dovrebbe dire al plurale “introduzioni”, perché la sua firma compare avanti a tutte le edizioni successive al 1961, comprese quelle della traduzione in lingua inglese. Segno che, di quel piccolo manipolo di cinque autori (gli altri, per chi fosse proprio ma proprio digiuno, erano Balestrini, Pagliarani, Porta e Sanguineti), era lui il baricentro delle diverse posizioni, un primus inter pares, ed anche – a mio parere – il critico più adatto a individuare una sorta di sensibilità comune. Come singolo autore, tuttavia, Giuliani non è molto trattato e forse la sua produzione è stata in qualche modo oscurata proprio da questa funzione di “portabandiera” che ha poi espletato anche in altre occasioni, ad esempio nell’incontro palermitano che apriva la stagione del Gruppo 63, era lui che – dopo il breve saluto di Luciano Anceschi – riceveva il compito di avviare il dibattito, definendone l’“orizzonte problematico”. Continua a leggere Riconoscere Giuliani

Precisazioni sulla sospensione dell’incredulità

La nota formula di Samuel Coleridge della letteratura come “sospensione dell’incredulità” non è altro che un modo per indicare la convenzione della finzione. Un modo non poi tanto diverso da Aristotele quando stabiliva la differenza tra il vero e il verosimile. Significa semplicemente che non possiamo trattare la finzione letteraria allo stesso modo delle proposizioni assertive, cioè non possiamo sottoporla a verifica e magari invalidarla dopo averla commisurata alla realtà. Uno che interpreta la parte di Amleto non  può venir processato come un impostore che ruba l’identità altrui.
Cosa ovvia, per quanto abbia creato qualche problema alla pragmatica degli atti linguistici che l’ha risolta ricorrendo anch’essa a un’ipotesi “sospensiva” (Searle: «le pretese illocuzioni che costituiscono l’opera di finzione sono rese possibili da un insieme di convenzioni che sospendono l’operazione normale delle regole che correlano atti illocutivi e mondo»).
È il “come se”. Nella finzione artistico-letteraria si deve assumere come se fosse vero ciò che viene rappresentato pur sapendo che non lo è. Ma allora accettare la logica della finzione significa, in un certo senso, lasciarsi ingannare? La “sospensione dell’incredulità” corrisponde a una messa in mora della facoltà critica? In un mondo dove avremmo bisogno di recuperare criticità, ci si può interrogare se, allora, la finzione non sia diseducativa e se quella sospensione ipotizzata da Coleridge non la porti dalla parte del cosiddetto “oppio del popolo”, che oggi corrisponde all’ideologia della “società dello spettacolo”. Continua a leggere Precisazioni sulla sospensione dell’incredulità

Un Dante di sguincio

Non si può evitare di parlare di Dante nell’anno anniversario. Tanto più che concordo sulla sua assoluta grandezza collocata all’ingresso della nostra letteratura. Il che non vuol dire apprezzare la valanga celebrativa dei cori estatici-estetici e dei megafoni ufficiali che ne trattano come fosse un prodotto del made-in-Italy da sponsorizzare. Invece delle sviolinate diciamo che Dante inaugura non solo la tradizione, ma in essa una linea che, nel prosieguo letterario, è risultata alternativa, in qualche modo un’antitradizione opposta a quella dominante, petrarchesca.
Personalmente, ho preferito, allora, prenderlo un po’ di sguincio, il nostro grande classico. E, ottemperando alla vocazione dello straniamento, guardarlo da una prospettiva esterna, vale a dire dalla riscrittura che ne ha fatto, nel mezzo del Novecento, il tedesco Peter Weiss. Il progetto teatrale di Weiss (posto tra il Marat/Sade e L’istruttoria) di proiettare Dante nel mondo contemporaneo è molto poco noto, ancorché pubblicato in traduzione da Mimesis. È rimasto incompleto, limitato com’è al solo Inferno; forse un segnale che quello è, incontestabilmente, il Dante più “espressionista”. Continua a leggere Un Dante di sguincio

Ballare o pensare?

Al Parco dei Daini di Villa Borghese, dove moltissimi anni fa passavo i pomeriggi dopo la scuola inseguendo vanamente il pallone (mio cugino ricorda a quei tempi un imberbe Veltroni che, essendo d’età più piccolo di noi, veniva messo in porta), dunque in quel luogo per me “storico” oggi sorge un podio evidentemente predisposto per ospitare musica da ballo su cui campeggia in lettere dorate la scritta in inglese spiccio: DANCE FIRST THINK LATER.
A parte l’aspetto indelicato di quel “first” che ricorda un po’ troppo l’enfasi da Trump; a parte il fatto che nel ballo il percorso dal cervello alle gambe dev’essere minimo perché pensare troppo ai passi mentre si eseguono può portare ad inciampi, per cui sembra che pensiero non ci sia; a parte che quel “pensarci dopo” sembra proprio alludere alla minaccia delle conseguenze possibili, e si sa che il ballo è sempre stato “contagioso” anche prima del covid; a parte questo e quello, insomma, la scritta trovata all’impensata nei miei luoghi per così dire natii mi ha dato assai da pensare e più “prima” che “dopo”. Continua a leggere Ballare o pensare?

C’è empatia ed empatia

Negli ultimi tempi nella teoria della critica letteraria circola con frequenza quello che chiamerei il “teorema dell’empatia”. In realtà non si tratta di una tesi solo letteraria, ma di un indirizzo agganciato a una proposizione in generale progressista. Comunque, in sintesi, il teorema dell’empatia dice: i comportamenti violenti e intolleranti che manifestano un rifiuto dell’altro sono dovuti a una carenza di empatia. Se ci si mette nei panni del diverso-da-noi non si può più desiderare di eliminarlo. L’empatia – che è iscritta nel cervello umano nei cosiddetti “neuroni specchio” – è dunque prosociale, incentivarla vuol dire produrre un incremento di agire morale. A controprova, mancanti di empatia sono gli autistici e gli automi (si veda anche la fantascienza di Philip Dick dove, per scoprire gli androidi, si controlla per l’appunto l’empatia). Corollario letterario del teorema: la letteratura e in particolare la narrativa è una scuola di empatia; infatti con l’immedesimazione nel personaggio ci addestra a entrare dentro un altro e a provare le sue stesse emozioni e tale ginnastica mentale può favorire l’aumento dell’empatia generale e quindi il miglioramento delle relazioni umane.
Mi pare che questa tesi, rafforzata di solito dalle ricerche statistiche legate alle neuroscienze (e ai “neuroni specchio” come accennavo) vada considerata con attenzione nei pro e nei contro, non fosse altro che per il motivo che toglie molto spazio alla critica. Continua a leggere C’è empatia ed empatia

Rivoluzioni copernicane cercansi

Ho sempre ritenuto che l’uso del pensiero dovesse essere portato fino in fondo, cioè fino alla “rivoluzione copernicana”. Finché si pensa dentro l’orizzonte dato più che altro si rimastica pensiero d’altri. Se tu stai alle regole del gioco del tuo avversario, per forza alla fine perdi; occorre “rovesciare il tavolo”. Questo, negli anni d’oro, è stato chiamato in termini più dotti rottura epistemologica o cambio di paradigma. Effettuare questo salto significa non solo risolvere un singolo problema che altrimenti era insolubile, ma vuol dire ricostruire l’intero campo da una nuova prospettiva. Cambiare gioco.
Aggiungo subito: facile a dirsi, però… Però non solo ‒ come vado subito a mostrare ‒ la riconfigurazione è complicata, ma per di più il campo non vede l’ora di recuperare le sue conformazioni abituali (chiamiamolo senso comune). Non esistono purtroppo punti-di-non ritorno, ma alle aperture seguono le richiusure. Così è avvenuto nel campo letterario dopo lo scossone degli anni Sessanta del Novecento. Non solo si è tornati al prima, ma ad un nuovo prima tale che sia impossibile ripetere quello che allora è stato possibile… Continua a leggere Rivoluzioni copernicane cercansi