Archivi categoria: Chi lo dice?

Lo dice Gadda

….Io, tu…. Quando l’immensità si coagula, quando la verità si aggrinza in una palandrana…. da deputato al Congresso,…. io, tu…. in una tirchia e rattrappita persona, quando la giusta ira si appesantisce in una pancia,…. nella mia per esempio…. che ha per suo fine e destino unico, nell’uni¬verso, di insaccare tonnellate di bismuto, a cinque pesos il decagrammo….. giù, giù, nel duodeno…. bismuto a palate…. attendendo…. un giorno dopo l’altro, fino alla fine degli anni…. Quando l’essere si parzializza, in un sacco, in una lercia trippa, i di cui confini sono più miserabili e più fessi di questo fesso muro pagatasse…. che lei me lo scavalca in un salto…. quando succede questo bel fatto…. allora…. è allora che l’io si determina, con la sua brava mònade in coppa, come il càppero sull’acciuga arrotolata sulla fetta di limone sulla costoletta alla viennese…. Continua a leggere Lo dice Gadda

Lo dice Foucault

Ora, da questa governamentalizzazione, caratteristica delle società europee occidentali intorno al XVI secolo, non può essere dissociata la questione inversa del «come non essere governati?». Non intendo sostenere che alla governamentalizzazione si sarebbe opposta l’affermazione contraria «non vogliamo essere governati in alcun modo». Piuttosto mi pare che nel grande fermento sviluppatosi attorno al problema della maniera di governare e alla ricerca delle maniere di governare emerga una questione costante: «come non essere governati in questo modo, in nome di questi principi, in vista di tali obiettivi e attraverso tali procedimenti»; e se riconosciamo a questo movimento della governamentalizzazione, della società e degli individui, la collocazione storica e l’ampiezza che mi sembra meriti, allora incontriamo ciò che definirei l’atteggiamento critico.

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Lo dice Borges

All’altro, a Borges, accadono le cose. Io cammino per Buenos Aires e indugio, forse ormai meccanicamente, a guardare l’arco d’un androne e la porta che dà a un cortile; di Borges ho notizie attraverso la posta e vedo il suo nome in una terna di professori o in un dizionario biografico. Mi piacciono gli orologi a sabbia, le mappe, la stampa del secolo XVIII, il sapore del caffè e la prosa di Stevenson; l’altro condivide queste preferenze, ma in un modo vanitoso che le muta negli attributi d’un attore. Sarebbe esagerato affermare che la nostra relazione è di ostilità; io vivo, mi lascio vivere, perché Borges possa tramare la sua letteratura, e questa mi giustifica. Continua a leggere Lo dice Borges

Lo dice Kafka

Bisognerebbe leggere, credo, soltanto i libri che mordono e pungono. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo? Affinché ci renda felici, come scrivi tu? Dio mio, felici saremmo anche se non avessimo libri, e i libri che ci rendono felici potremmo eventualmente scriverli noi. Ma noi abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di uno che ci era più caro di noi stessi, come se fossimo respinti nei boschi, via da tutti gli uomini, come un suicidio, un libro dev’essere la scure per il mare gelato dentro di noi.

Lettera a Oskar Pollak, 27/01/1904

18/04/2021

Lo dice Celati

Comunque, dopo il completo trionfo dello stato civile, la monomania romanzesca si nutre solo di ansie di identità, ansie di identità dell’individuo che vuol essere bene integrato, facendo lo scrittore. Prosa dell’obbligo, umanista per convenzione, scolastica per norma, con un italianese da romanzo diventato regola editoriale. Nudi schemi, trame per tenere in piedi una baracca di significati che lusinga il lettore, cioè lo lusinga di capire come va il mondo. Continua a leggere Lo dice Celati