Riconoscere Giuliani

Alfredo Giuliani è acquisito alla storia letteraria soprattutto per la sua introduzione alla antologia dei Novissimi, che costituisce una pietra miliare (e forse ancora una “pietra d’inciampo”) nella evoluzione della poesia italiana, posta com’è nel bel mezzo del Novecento. Introduzione, ma si dovrebbe dire al plurale “introduzioni”, perché la sua firma compare avanti a tutte le edizioni successive al 1961, comprese quelle della traduzione in lingua inglese. Segno che, di quel piccolo manipolo di cinque autori (gli altri, per chi fosse proprio ma proprio digiuno, erano Balestrini, Pagliarani, Porta e Sanguineti), era lui il baricentro delle diverse posizioni, un primus inter pares, ed anche – a mio parere – il critico più adatto a individuare una sorta di sensibilità comune. Come singolo autore, tuttavia, Giuliani non è molto trattato e forse la sua produzione è stata in qualche modo oscurata proprio da questa funzione di “portabandiera” che ha poi espletato anche in altre occasioni, ad esempio nell’incontro palermitano che apriva la stagione del Gruppo 63, era lui che – dopo il breve saluto di Luciano Anceschi – riceveva il compito di avviare il dibattito, definendone l’“orizzonte problematico”.

Opportuna quindi è stata l’iniziativa dell’Università “G. D’Annunzio”, dove Giuliani ha insegnato a lungo la Letteratura Moderna e Contemporanea, di dedicargli un convegno di tre giornate dal 3 al 5 maggio. E il convegno, svoltosi a Pescara con il titolo Alfredo Giuliani. Poesia, critica, arti visive sotto l’attenta regia organizzativa di Ugo Perolino, non ha deluso le attese. Il titolo stesso dimostra l’intenzione di esplorare il pianeta-Giuliani in lungo e in largo, non solo l’itinerario della poesia dall’iniziale superamento del montalismo verso il nonsense e l’ironia della nuova avanguardia, ma anche l’attività critica che – oltre alle folgoranti introduzioni ai Novissimi delle quali si è detto – si espande su tutto il panorama di versi e di prosa del Novecento, e ancora i rapporti con le altre arti, che dimostrano non solo curiosità e competenza, ma precisamente la tendenza a quei collegamenti sperimentali propri della strategia dell’avanguardia.
Il ritratto dell’autore, inoltre, è stato arricchito da prove di documentazione filologica provenienti dalle carte depositate nel Fondo manoscritti dell’Università di Pavia, che preludono a nuovi studi e sondaggi approfonditi. Tutta questa attenzione e l’interesse di studiosi di diverse provenienze e generazioni dimostra la giusta volontà collettiva di riconoscere a Giuliani il posto che gli spetta nello sviluppo letterario
A mio parere, tuttavia, non si tratta tanto di ricavargli un angolino nel canone della lirica, quanto di mostrare la sua congruenza con l’anticanone delle scritture alternative. Insomma, quale avanguardia per Alfredo Giuliani? Direi che, effettivamente, egli si muove in una posizione centrale, cioè in equilibrio tra rottura delle regole (antiletterarietà) e incentivazione dell’immaginazione (creatività, estro). Facile sarebbe rintracciare nella pratica della sua scrittura le formule felici del teorico, dalla “riduzione dell’io”, ovviamente, alla “visione schizomorfa” o al “rito demente e schernitore”; in parole povere – delle quali mi scuso, ma cui faccio ricorso spesso per dimostrare quanto sia semplice il gesto dell’avanguardia – si può parlare di una tendenza all’assurdo, attentamente depurata di aloni simbolici, quindi progressivamente sempre più distante dal territorio ermetico e postermetico, fosse pure quello psicanalizzato da Zanzotto. Il nonsense di Giuliani persegue la semantica dell’incongruo con una buona dose di gioco, facendo sprofondare la formazione del senso in appositi punti di crollo, malgrado il mantenimento della corretta sintassi. Basti pensare a un titolo come Azzurro pari venerdì: il colore potrebbe stare con il “pari”, ma allora al tavolo della roulette dovrebbe essere rosso o nero; il pari potrebbe stare con una data, ma non la data con un colore; un venerdì potrebbe essere azzurro in caso di giorno sereno, ma allora perché pari? Se la struttura ricorda un esito enunciato dal croupier, il “rien ne va plus” qui è davvero impazzito.
Sebbene la “contestazione del testo” non venga esibita, come avviene in altri (ad esempio in Balestrini), con violenti colpi di forbici e montaggio brusco, tuttavia sono convinto che un titolo come Versi e nonversi (della edizione feltrinelliana del 1986) non voglia soltanto alludere ai generi e far in modo di poter accogliere nel libro anche la prosa de Il giovane Max, ma indichi al contempo il conflitto interno tra poetico e antipoetico, quella che definirei come “auto-antitesi”. Le due cose insieme; già nel lontano 1966, con rigore Gianni Scalia annotava che in Giuliani «l’azione negatrice si ripositivizza; la scoperta del materiale reificato è anche liberazione dalla reificazione nel nuovo rapporto stabilito tra negazione e “vitalità linguistica”».
A guardar bene, c’è l’incentivazione dell’invenzione; c’è la gustosa clownerie e la rigogliosa patafisica (come il convegno ha confermato); c’è la scatenata deformazione del linguaggio fino ai neologismi da grammelot; c’è la ricerca sul ritmo, che comincia facendo zoppicare l’endecasillabo e arriva al verso lungo litaniante del Tautofono (a mio giudizio l’apice della poesia dell’autore). Che poi questa capacità funambolica possa risultare polemica agli occhi di chi guarda ciò che invece non c’è (il lirismo, l’emotività, l’evocazione e quant’altro fa la poesia standardizzata) lo lascio ai fautori del melenso rituale dell’“aura fritta”. Sicuramente qualche volta alla polemica Giuliani si è lasciato andare, lo attesta, nella sua lunga attività di critico, almeno quella meravigliosa stroncatura della Storia della Morante che cominciava: «Ho vissuto lunghe ore di abbrutimento: ho riletto per dovere d’ufficio, con scrupolosa angoscia»…
Le tre giornate di convegno, più ancora che a dare all’autore il giusto “riconoscimento”, hanno aperto tutta una serie di strade alle ricerche a venire. Per intanto, sono stati annunciati: la ristampa dell’opera, oramai fuori commercio, per sovvenire agli auspicabili lettori; una raccolta di scritti critici, già pronta sotto il titolo La biblioteca di Trimalcione; oltre che, naturalmente, gli atti del convegno pescarese ricchi di spunti su più fronti. Di sicuro potremo riparlare presto di Alfredo Giuliani insieme alla neoavanguardia, in quanto si sta avvicinando l’anno con il tre, che al gruppo del 63 è periodicamente dedicato. Giuliani era leggermente più anziano di quella generazione, aveva già al suo attivo un breve percorso formativo e forse proprio perché “decano” (per modo di dire, a 37 anni!) venne eletto a novissimo introduttore. E questo essere arrivato un poco prima, questo lieve anticipo che gli ha fatto precedere la corrente, lo rende molto interessante, di questi tempi: in fondo, seguire la sua progressione attraverso la tradizione fa toccare con mano come si può fare ad uscire dal “poetese”. Per i giovani di oggi un ottimo esempio di “tirocinio liberatorio”.

09/05/2022

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