Archivi categoria: Il libro del giorno

Pensare il verso

Di fronte a una poesia nuova il critico si trova in imbarazzo, cerca di attaccarsi a qualche precedente, si attacca al metodo che però lo aiuta relativamente perché – soprattutto in mancanza di segnali immediatamente riconoscibili (tipo il metro, la rima e simili) – non sa bene a quale livello testuale sia da dare la precedenza. Insomma, tira un po’ a indovinare. Nel caso di Antonio Francesco Perozzi, l’idea sulla quale provo a scommettere è che ciò che contraddistingue i suoi testi sia il fatto che ogni verso è attentamente pensato. Di solito, per i poeti è invalsa la concezione dell’ispirazione, ed è vero che ispirazione c’è sempre, è il qualcosa che viene in mente all’improvviso. Tuttavia un conto è affermare, come si fa a partire da Platone, che si è ricevuta la parola da un’entità superiore che suggerisce (con un “soffio” impalpabile) quel che si deve dire e un altro conto, del tutto contrario, è che ciò che viene in mente arrivi sulla carta appunto attraverso un filtro mentale.
Questa seconda ipotesi si verificava nel precedente Essere e significare e mi sembra ancora valida per la nuova raccolta di Perozzi Lo spettro visibile, che esce per i tipi di Arcipelago Itaca. Tutto quello che vi si può rintracciare, sia di procedimenti sul significante (come alcuni accapo e qualche scomposizione di parola), sia di particolari usi del lessico, sia di tracce del vissuto personale, come eventi, occasioni e ricordi, tutto ciò e altro ancora viene rifunzionalizzato e, per così dire, concettualizzato nel verso.
Pensare il verso: che poi vale anche nell’altro senso, direzionale, della tendenza implicita che sottende l’espressione. Continua a leggere Pensare il verso

Bugliani: il trattamento politico dell’immagine naturale

Ho conosciuto Roberto Bugliani nel collettivo redazionale delle riviste di Luperini, “L’Ombra d’Argo” e poi “Allegoria”. Erano gli anni Ottanta-Novanta, densi di discussioni e di studi controcorrente, quando volevamo mettere la critica marxista migliore a confronto e in conflitto con le nuove proposte dell’ermeneutica e della decostruzione. Interscambio e dibattito che oggi ce li sogniamo…
Ritrovo ora Bugliani come autore in prosa e in versi. In prosa ha pubblicato pochi anni fa il romanzo La disciplina dell’attenzione (Link edizioni) ambientato in quella America Latina che ha ben frequentata in chiave politica e letteraria: una proposta narrativa senza indulgenze buoniste, piuttosto con una costruzione complessa e punti di distacco tra narratore e personaggio. Vorrei però soffermarmi qui soprattutto sul libro in versi, L’età detestabile, edito recentemente da Transeuropa. Il titolo potrebbe far pensare al portato della senilità, una sorta di “musa canuta” o di “stile tardo”. Invece, si afferma subito come una dichiarazione di drastica critica sociale, derivato com’è da una citazione del Don Chisciotte posta in apertura: «in un’età tanto detestabile qual è questa in cui ci troviamo oggi a vivere». Dichiarazione decisa di non-appartenenza, di estraneità non omologata. Eppure, la poesia di Bugliani non esprime semplicemente una resistenza, ma lo fa a modo suo: in particolare mi ha colpito il trattamento a cui sottopone l’immagine naturale, tanto di casa nella lirica a buon mercato. Continua a leggere Bugliani: il trattamento politico dell’immagine naturale

Ecco a voi il Benjamin di Jameson

Che Benjamin facesse parte della costellazione teorica di Frederic Jameson era chiaro fin dall’inizio della sua attività, visto il capitolo dedicatogli già in Marxismo e forma (1971). In seguito, Jameson ha ripercorso gli snodi di quel “marxismo occidentale” in odore di eresia, anche dopo aver scoperto il postmoderno, trattando di Adorno (1990), di Brecht (1998) e mettiamoci anche il saggio su Lukács nel monumentale volume Valences of the dialectic (2009). E non per caso Benjamin era stato evocato nel capitolo conclusivo dell’Inconscio politico (1981). Dato che, solo pochi anni fa, il critico americano era entrato con un importante contributo nel dibattito teorico sull’allegoria (Allegory and Ideology, 2019), non c’è da stupirsi se il passo successivo sia stato quello di affrontare direttamente l’autore che più d’ogni altro si era mosso proprio nella connessione tra allegoria e marxismo. Ed ecco allora questo The Benjamin files, pubblicato in lingua inglese nel 2020 e tradotto da pochissimo con buona prontezza da Treccani per la cura di Massimo Palma, sotto il titolo Dossier Benjamin (nell’immagine in evidenza ho estratto un particolare della copertina originale, ispirata a un poster di Gustav Klutsis). Continua a leggere Ecco a voi il Benjamin di Jameson

La stilistica militante di Luigi Matt

È davvero arduo orientarsi nel panorama della narrativa odierna. Anche a volersi limitare soltanto alla produzione nella nostra lingua, nessuno è in grado di possedere la conoscenza completa dei romanzi sfornati in continuazione ed è giocoforza attenersi a percorsi specifici o a sondaggi-campione. Molto difficile è diventato anche formulare dei circostanziati giudizi, dato che è ormai invalso un criterio di gusto vago e opinabile, in assenza di dibattito teorico e di supporti metodologici. Rari sono anche i casi di critici che guardano al di là del cerchio di notorietà creato ad arte dall’industria editoriale.
In questo quadro, tanto più bisogna salutare con soddisfazione il libro di Luigi Matt, Narratori italiani del Duemila, edito da Meltemi. Un libro indubbiamente utile per quelli come me che esitano a leggere la narrativa appena uscita per evitare di sottostare ai soffietti pubblicitari dei successi annunciati e così finiscono per non leggerla proprio, perché scompare dai radar non appena finita la veloce stagione delle vendite. Non solo utile, ma questo è un libro al contempo coraggioso, in quanto non si esime dal presentare opinioni valutative, anche magari controcorrente.
Nella prima parte, che precede il confronto con i testi, Matt enuncia giustamente la sua posizione critica. Ecco il punto, sul quale concordo in pieno: critica significa valutazione, ma la valutazione va adeguatamente motivata, senza fermarsi alle affermazioni secche, proprie sia degli ipse dixit dei presunti detentori del gusto che della diffusa pratica spolliciante dei “mi piace/non mi piace”. Ma motivare come? L’indicazione di Matt, confermata poi nel lavoro concreto, è quella della “stilistica militante” fondata sull’analisi testuale: «L’unico sistema valido per provare a dire qualcosa di sensato, in campo letterario, rimane l’analisi dei testi». Continua a leggere La stilistica militante di Luigi Matt

Il Sanguineti illustrato

Sanguineti narratore. Non solo nei romanzi, composti in trilogia e ora raccolti con altre prose in Smorfie, Sanguineti è stato narratore in poesia, magari in stile epistolare e sempre con una programmatica laconicità. Citando, intendo dire, particolari precisissimi senza però esplicitarne il contesto, come se non fosse importante o comunque il lettore dovesse “collaborare” immaginandoselo da sé. Con enigmi niente male. Per esempio, in Codicillo alle sezioni 17 e poi anche 19, nomina una Faust femmina che non è affatto un travestimento, bensì un realema: Faust era il nome della gatta di Filippo Bettini che teneva compagnia a Edoardo quando veniva ospitato nella casa di via della Vetrina. Commentatori futuri appuntatevelo, vi potrebbe servire.
Neanche tanto futuri: perché di commentatori giovani del Sanguineti ce ne sono già vari, per fortuna. E tra essi Chiara Portesine, che ha pubblicato di recente, nelle preziose edizioni Fabrizio Serra, un volume intitolato “Una specie di Biennale allargata”. Il giuoco dell’ecfrasi nel secondo romanzo di Edoardo Sanguineti. Ecco, appunto, il Sanguineti narratore (o antinarratore) sottoposto ad accurata indagine filologica a proposito del suo secondo romanzo Il Giuoco dell’Oca, del 1967 – il primo era stato il Capriccio italiano del 1963, che aveva aperto la stagione del romanzo sperimentale della neoavanguardia. Con quella seconda prova si accentua ancor di più la frammentarietà del progetto, perché il riempimento delle caselle del gioco (o “giuoco” come scrive il nostro con ipercorrettismo) è fatto attraverso la descrizione di immagini tratte da varie fonti prevalentemente di arte figurativa coeva, più o meno taciute. Perciò Chiara Portesine ha orientato il suo commento sull’ecfrasi (cioè il trattamento descrittivo delle immagini) e sulla ricerca delle fonti sottostanti. Continua a leggere Il Sanguineti illustrato

Bàino nella Roma dei due Papi

Il romanzo salvato dai poeti? Proprio così, in un momento in cui i narratori sembrano tutti con pochissime eccezioni fagocitati negli standard di marcato, l’ultima speranza è negli scrittori che, grazie all’esercizio della poesia, sono ancora capaci di spessore linguistico e di libera  estrosità  stilistica. Un tale poeta prestato alla narrativa in un periodo di emergenza è Mariano Bàino, non nuovo per altro a esperimenti in prosa come il romanzo robinsoniano L’uomo avanzato (ora ristampato da Oèdipus, con un’aggiunta finale e un saggio di Cecilia Bello Minciacchi) e il giallo d’autore Dal rumore bianco. Ed eccolo di nuovo alla prova con Il cielo per Roma, pubblicato da poco da Exòrma.
Se Morselli aveva fatto la sua satira della Chiesa titolando Roma senza Papa, ora Bàino fa la sua con una Roma che di Papi ne ha addirittura due e neanche in accordo. Un romanzo fantastico e proprio del genere soprannaturale con “angeli e demoni”, e però allo stesso tempo molto terreno, molto corporeo (e vi si parla infatti di “incorporazione” e “biopolitica”). E quasi cronachistico, dato che i due Papi, L’Emerito e il Regnante, malgrado i nomi cambiati (Gregorio XVII e Materno I) sono ben riconoscibili e lo stesso vale per il morbo pandemico che circola, sebbene qui sia chiamato Morfar… Continua a leggere Bàino nella Roma dei due Papi