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Modernità e dissonanza

A fondamento dell’estetica classica c’è la repressione del discordante: basta vedere l’attacco dell’Ars poetica di Orazio e il suo rifiuto dei mostri, la testa umana sul collo di un cavallo o la donna con la coda di pesce. Sarebbero congiunzioni inconseguenti e disdicevoli, modi orribili e destinati al ridicolo (“sapreste, amici, trattenere le risa?”). Sarebbero improprietà, anomalie, accoppiamenti non conformi; séguiti che non consuonano con quanto li precede.
Per un sacco di tempo – e, c’è da scommetterlo, ancora oggi – l’armonia è assurta a valore estetico preminente, accompagnata dalle sue consorelle proporzione, parallelismo, simmetria. In esse c’è la promessa della ripetizione e il piacere del ritrovamento regolare dell’identico che esorcizza il timore della perdita (vedi anche, in Freud, il bambino con quel rocchetto che va e che torna). Il ritmo elementare di tensione e distensione, simile al respiro, al battito del cuore. Effettivamente, pare che il nostro stesso corpo coincida con questa funzione di alternanza confermativa.
Dunque la dissonanza è esclusa? Sarebbe soltanto un passo falso, un’aritmia, una stonatura, una patologia insomma nell’universalmente umano dell’armonia? Continua a leggere Modernità e dissonanza

A favore dello stile

Praticata sempre meno l’analisi del testo (ma di questo parlerò in altra occasione), l’approccio letterario appare sempre più abbandonato alla descrizione biografica o alle impostazioni morali-contenutistiche magari con risvolti empatici. Un estremo fronte di resistenza della prospettiva linguistica – dato che alla fine un testo qualsivoglia è fatto di parole – è rimasto lo stile, che ancora da varie parti riscuote qualche consenso. Forse perché, al contrario delle pretese scientifico-oggettivistiche del passato, è una nozione più flessibile e più adattabile alle pratiche della critica letteraria. E forse anche perché, in Italia, uno dei principali critici novecenteschi è proprio uno stilcritico come Gianfranco Contini. E a livello europeo c’è stato un Auerbach che tra l’altro ha saputo contemperare nel suo capolavoro, Mimesis, l’attenzione al linguaggio con l’orizzonte delle grandi epoche storiche. Insomma, la stilistica pare ancora godere, nei limiti del possibile, di buona salute. Continua a leggere A favore dello stile

Il senso del nonsense

Apparentemente il nonsense è il contrario dell’allegoria. Quanto quella promette di arrivare a un senso, sia pure dopo complessi e tortuosi percorsi, tanto questo invece lo nega e lo cancella, nella propria stessa denominazione. Se guardiamo bene, però, il nonsense risulta coinvolto in una opposizione ancora più netta. Poiché la sua giustificazione più prossima è quella del gioco, eccolo allora schierato e in modo radicale in contrasto alla serietà. Tutto ciò che di saggio, adulto, drammatico, tragico o sentimentale è attribuito all’ambito letterario viene annullato dal nonsense. Il Messaggio con la maiuscola è proprio ciò che si trova ai suoi antipodi.
Si potrebbe parlare con Francesco Orlando di “ritorno del represso” e di un escamotage per poter fare in modo consapevole e riverito sotto le bandiere dell’arte e della letteratura quelle libere manipolazioni con il linguaggio che si facevano da bambini. È precisamente il “ritorno del represso nella forma”. Il piacere originario che l’infante si prende con le parole torna a galla un po’ in tutta l’istituzione poetica (le cui regole sono sostanzialmente, “regole del gioco”), ma in modo più eccessivo ed eversivo proprio nel nonsense. Continua a leggere Il senso del nonsense

La parola avanguardia

Dato che faccio spesso uso, qui e altrove, della parola “avanguardia” e le attribuisco manifestamente valore positivo e propositivo, sento la necessità di una spiegazione in quanto nella maggioranza dei casi odierni la stessa parola viene pronunciata con accento di disdoro, al massimo giustificata storicamente come fenomeno (ma più sociologico che autenticamente letterario) e meno che mai come prospettiva ancora percorribile.
A dare fastidio non sono solo i movimenti collettivi che vi vengono per solito inquadrati (Futurismo, Dada, Surrealismo, Espressionismo, Gruppo 63), ma è proprio la parola a ingenerare sospetto. Infatti il termine “avanguardia” è visto provenire dal lessico militare e quindi appare coinvolto in un agire violento e massimalista, maschilista e settario (a riprova si porta la divaricazione dei due Futurismi italiano e russo, coinvolti nelle due opposte dittature novecentesche all’estrema destra e all’estrema sinistra); nel suo fare gruppo appare omologante, a partire dai manifesti che “danno la linea” e diventano obbligatori e normativi; nel suo fare polemico appare supponente nei confronti delle altre tendenze per la hybris di ritenersi più avanti degli altri.
Insomma: con che coraggio posso ancora adoperare questa parola così palesemente “politicamente scorretta”? Continua a leggere La parola avanguardia

Il dibattito dell’ironia

Dell’ironia molto si è dibattuto e molto si dibatte. Questo “dibattere” non è strano stante l’ambiguità dell’ironia e il suo non voler farsi trovare dove dovrebbe essere. E non è soltanto il fatto che, intesa come strumento, può essere usata per fini diversi, da una parte o dall’altra del dissidio politico. C’è sempre stato anche lo sforzo di strapparla dal repertorio della retorica e di dimostrare perciò che non è riducibile alla semplice antifrasi. Non è solo “dire il contrario”, come quando di fronte a un temporale si pronuncia a mezza bocca un “che bella giornata!” Ci sono anche altre tecniche e anzi i casi di ironia storicamente principali (come l’ironia socratica e l’ironia romantica) non fanno riferimento a una operazione linguistica, bensì a un metodo di discussione o a un atteggiamento di fondo. Continua a leggere Il dibattito dell’ironia

Il significato della parodia

Il significato della parodia è di essere un controcanto.
Non a caso si esercita soprattutto nei confronti dei capolavori, cioè delle opere che la cultura pone sul piedistallo e che si ritiene debbano essere ammirate da tutti, senza distinzioni né discussioni. La parodia ha bisogno di esercitarsi sul molto noto, perché altrimenti rischia di non essere percepita come tale: deve prendere un modello che tutti conoscono e trattarlo (ri-scriverlo, ri-produrlo) abbassandolo. Prendere il sacro per dissacrarlo. Prendere la Gioconda e disegnarle i baffi (vedi Duchamp); uno sberleffo da monelli, che tuttavia mette bene in evidenza lo spirito anti-accademico . È un po’ come il buffone del re, che ha dispensa di deriderlo.
Noto subito alcuni corollari: non rispettando i valori del gusto, la parodia dà prova di una certa insensibilità, oltre che di irriverenza e mancanza di riguardo verso gli idoli (non ottempera a quello che Benjamin chiamava il valore cultuale dell’arte). Inoltre, inutile dirlo, però va sottolineato, è manifestamente un testo secondario, che deriva da uno precedente e non esisterebbe senza quello, perciò imputabile di parassitismo. Infine, nel suo processo di abbassamento compie necessariamente una trasposizione del testo-base (quindi è citazione e insieme deconstestualizzazione). Continua a leggere Il significato della parodia