Un bravo all’insignito!

Quando ho saputo che László Krasznahorkai era stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura 2025 , mi sono detto: beh, per una volta la giuria del Nobel ci ha visto giusto e non si è fatta guidare da considerazioni geopolitiche o dalle fortune di mercato. Conoscevo, infatti, l’autore abbastanza bene, avendone letto diversi libri e avendo apprezzato le sue doti sia di forma che di contenuto, l’originalità della scrittura e la visione di un’etica debitamente disincantata e contraria a tutti i conformismi (tra l’altro proveniente da un paese come l’Ungheria, che ai conformismi sembrava sottostare da tempo).
Una scrittura originale, dicevo, che si era sviluppata sempre più in odio al punto fermo, producendo periodi di esorbitante lunghezza, marcati soltanto dall’ossessione della virgola e di conseguenza ostici al lettore necessitante pause, imbarazzato su dove lasciare il segnalibro o altra demarcazione. Di solito quando si deve o si vuole interrompere la lettura si dice “aspetta cha arrivo a un punto”; ebbene con Krasznahorkai cerca pure, ma un punto avrai difficoltà a trovarlo… Continua a leggere Un bravo all’insignito! →

Una pagina di riflessione di Antonino Contiliano

ANTONINO CONTILIANO

Quando la poesia pensa come un calcolo differenziale

Che cosa può avere in comune una poesia con il calcolo differenziale? A prima vista, quasi nulla. Da una parte ci sono formule, derivate e infinitesimi; dall’altra emozioni, immagini e parole. Eppure è proprio questa distanza a rendere interessante una proposta teorica che prova a leggere la poesia attraverso una delle più profonde invenzioni della matematica moderna.
L’idea non consiste nel ridurre la poesia a un’equazione, né nel sostenere che i versi funzionino come formule matematiche. Il punto è un altro: il calcolo differenziale offre un modello per pensare il modo in cui nasce il senso poetico.
Nel linguaggio ordinario tendiamo a cercare il significato delle parole come se fosse qualcosa di fisso e definitivo. La poesia, invece, sembra sottrarsi continuamente a questa logica. Il senso di un testo poetico non coincide mai con la semplice somma dei suoi vocaboli, ma emerge dalle relazioni che essi instaurano tra suoni, immagini, ritmo, memoria e storia. È un movimento di risonanza, più che un risultato, che dinamizza le differenze fra gli elementi eterogenei come differenziali.
Qui entra in gioco il parallelismo con il calcolo differenziale. Nella derivata, infatti, ciò che conta non è tanto il valore delle singole grandezze quanto il rapporto che le lega. La relazione diventa più importante dei termini considerati isolatamente. Allo stesso modo, nella poesia il senso non è contenuto in una parola presa da sola, ma nasce dalla tensione che essa stabilisce con tutte le altre. È questa rete dinamica di rapporti a produrre l’evento poetico.

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Inediti d’estate: Jonida Prifti

Jonida Prifti

A squarciagola

terza gola

Dal passato si apre un varco. Il mare attraversato, nella luce cadente, nelle ore sommate.
All’arrivo, uteri neri spuntano dal cemento. Una terra tutta di urli, come vento in eco tra i monti. Piomba l’arma dal nascondiglio, punta a rovescio se hai forza! Questo canticchiare a filastrocca, a rompersi dentro la bocca, giù in fondo sulla collina, la sostanza di quella donna. Solo l’ombra del suo volto, a schivare il proiettile che finisce nell’urlo del ciliegio. Lì nel campo, sì al centro, l’albero in fiore, sparge echi di petali trapassati. La madre fortunata, si piega ai piedi del ciliegio mezzo spoglio, a rabbrividire nel suo corpo. Gli spari sono fionde che lanciano rocce.

L’uomo risponde lanciando un grido dopo la festa, preso dall’ebrezza del suo pianto.
Il colpo cieco, il botto che in aria semina uteri ammucchiati in campi arati.
Giù, tutte giù, strillano ‘madre’, i bambini sotto braccio. Nel frattempo corri cane, segui pecore al tramonto, per la via di fango porti in salvo.

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nona gola

Quante lingue in questo vuoto. Com’è fatto l’abisso? Nella testa un precipizio, ecco il corpo a cadere, in lenta progressione nel movimento, sto dramma nel cervello, ad autocommiserarsi inutilmente, per dare un significato a quel che sento, lascia che sia, un vortice di emozioni in ascesa. In quella salita ripida, con i contadini e il campanello, a segnare ogni passo, ricordando che la vita non è vittimismo. Ah quanto odio in questa parola, la sua distensione perspicace, tutto è vittima, anche il cesso senza tavoletta, dopo lo scarico accorda un lamento, perciò cara, non sbagliare mira al suo ingresso.

Gira un vortice intorno alla notte, sui piedi in tondo gli uccelli cantano spogli di piume, sgombro per cena, sfilettato per benino che le lische s’infilano sui denti come parole fuori posto, in cambio del silenzio una ruota muta cresce, dalla motrice vite storta.

Atonia uterina

In questo grigio intenso delle ali di uccello sulle vetrate di oscure recitazioni, una campana e un click di lampada sommerge la via interna. Sui rivoli adombrati risuona da lontano la rivalsa di non so quale viaggio marino, che forse deve ancora accadere. Il miscuglio sradicato di radici fluenti, lastricate sensazioni dovute a tremolii di paure, di saltare la ghiaia scalza, nel tremore delle braccia, sul ponte che crolla davanti alla signora che si spoglia dal suo odore, lentamente si innalza su travi della storia scalfita da rombanti velieri, sostanza rovesciata, nelle teorie stucchevoli di bocche cangianti, mi tengo in piedi, a temperare roteante, mi raccolgo.

Questo incontrarsi dentro fili di mobili azioni, riconducibili a questioni private non emesse, ma tenute in uno stato di attività costante sulla stessa vibrazione mentale. Il sangue non può che accelerare certe interne rotazioni incombenti, come fossero rubinetti a specchio di ottone, mi vedo storta nel riflesso, per forza a distorsione d’essenza di qualcosa che non so decifrare e perciò mi leggo.
Dentro il cappuccio verde gli operai africani si passano secchi di vernice nella carriola vuota irrompe una memoria a latrina, di quelle che riconosci senza nessun preavviso, senti quel roteare di ricordi comune a loro, a quella degli altri, ed ecco che si rovescia la carriola con il vuoto della sua memoria.
Una ragazza con il pantalone arancione segue gli operai con il carro attrezzi. In questa pioggia sfreccia il carro. Loro a mani vuote, senza secchio né carriola, strisciano sulla carreggiata contro la segnaletica stradale, rovesciano lo strato della terra, a testa in giù i loro occhi dentro l’appeso.

Estratto dalla prosa poetica A squarciagola. Atonia Uterina. L’inedito si è posizionato nella rosa dei tre al “Premio Pagliarani” (2024).

28/08/2026

Inediti d’estate: Paolo Pelli

PAOLO PELLI

AFORIMA

Tra coscienza e res extensa
si condensa vera essenza
in istanza che sopravanza
la tua mera intelligenza
che di te può fare senza

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PASTROCCHIO

in una testa d’abbacchio
vacilla e stilla l’occhio

scrocchia gomito e ginocchio
s’incricca tutto l’accrocchio

per il rotto della cuffia
me ne esco col menisco
e la cuffia dei rotatori

nera rena nei reni
sventrati atri ventricolari
coro di croniche coronarie
polverosi rosi polmoni
chiome a macchie
ragadi e degradi
una cartagine di cartilagini

temi di rattrappirti
e metti trippa
parte dei tuoi appetiti apre
a patemi e primi attriti

dormono ormoni
su grami orgasmi
prostrata prostata
pullulare di pillole
pastiche di pasticche
di compresse e complessi

né indenni son tendini e denti
lì – se noti e intendi –
s’intana e annida tua identity

l’io lì nell’ileo è a lui alieno

PERDISONNO

Perditempo a perdifiato
perdigiorno non prendi sonno
l’orologio dell’oro elogio
è logorio e necrologio
Perdita al netto su lordo prodotto
là dove predetto t’han già condotto
nello scambio non c’è guadambio
i tuoi piccioli ridotti a spiccioli
Per dindirindina il dindarolo
e quel dondolo del lavoro
perdi anni per danni e dolo
però perdoni i tuoi predoni
pardon, padroni
Perdinci non ti convinci
sarai da vinci ma non comprendi
che stringi stringi e quindi e quinci
se vinci perdi e se perdi vinci

MATERICA

1

Si sbraca la breccia si sbriciola
si sbecca la roccia si screpola
la biacca rabbercia lo sbrego
lo sbieco arriccia la buccia
il biacco s’abbranca ci sbircia
s’abbarbica barba d’erbaccia

2

polla paludosa
paludata e ampollosa
franosa farragine
di ruggine ferruginosa

3

Una struttura
rotta e distrutta
una tortura
una roba brutta
una natura
aborrita e storta
una bruttura
abortita e morta
una frattura
sutura aperta
che dà la stura
borbotta e rutta.

CANZONACCIA

’Sti bacarozzi
’sta rozza gazzarra de zozzi
ch’azzanna strozza
gargarozzi sgozza
ch’ammazza mozza strazzia
’Sti màrtiri assassini
vigliacchi burattini
spauracchi de deliri
mèsse de vampiri
’Ste nazzioni a zone de nazzi in azzione
leggione de senza faccia e assenza de raggione
che spaccia religgione in panza alla feccia
a caccia de violenza e assoluzzione.

In una fortezza de bruttezza
la grettezza impazza
in razzi e cazzi la deterrenza
in spezzata giovinezza de violenza
s’ammass ammass ammassa indigenza
ricchezza va in monnezza de potenza.

GRANDE INGORGO

A bordo del mio mezzo albergo
qui nel brodo in mezzo al gorgo
gregario del grande borgo io non reggo
il gergo di digrignanti gridi e di degradi
grandguignol di ghigni sgangherati
di drogati trust di gare volgari e gogne
di gordiani nodi di governi vergogna
gravidi di divi ingordi grondanti orgoglio
d’aggregati d’aggrediti a grevi bordate
ghenghe di sderenati a sordidi bagordi
da terga smerdati in sgarbi aberranti
di borghesi sbrachi di borgatari sgarri
d’orge di trogloditi e d’arroganti
d’orde di regrediti di banditi e di briganti

DISCANTO

scordo scoordino scardino
disgrego e disosso discorso
scontato lo scorno e lo scacco
diserto a dispetto e dispiaccio
scomposto in scolio lo scazzo
distonico disforico dispaccio
scorato scorbutico e scarno
discorde di sopra e di sotto
scontro scarto e sconquasso
discrasico disturbo e disagio
scotto sconforto e scandalo
discount e discarica a discanto

18/07/2026

Inediti d’estate: Michele Fianco

Come tutti gli anni, anche in questo settimo, “Critica integrale” in piena canicola va in vacanza, ma non lascia i suoi lettori in crisi d’astinenza. Questa volta lo spazio di agosto verrà riempito dagli inediti di autori vicini al blog. Si incomincia con

Michele Fianco

Preàfasi
Così, quasi come preàfasi, scrivere piano per poi poter dire a te cosa? Talmente vasta la prospettiva, che supera gli angoli massimi concepiti, e non viene in a tempo più vicino ai saluti che alle albe; e disegnerò allora appena qualche linea perché tu possa avvicinarti, poiché non lo chiedi, qualche linea che ha preso evidenza solamente in ultimo, vista l’inseguibilità dei momenti, l’inconsecutività delle esistenze; e ogni cosa nata in un fragilionesimo di istante, mi proverò a renderla più visibile, più pacifica, più lenta; allora, tenta di contar le cose: conta l’ospite, il prototipo, il differire, il levare, e l’errore che si cerca, e la sostituzione di specie, conta almeno queste poche cose, se puoi e se proprio vuoi; e mi auguro non ti sembri un’inutile didascalia quel che vado a dire, nel modo in cui lo vado a dire, che poi lo sai, non mi appartiene, né mi è appartenuto mai. Dici, scrivere ancora, ma per poi definire cosa? I fatti, i fatti, la cronaca, e le adesioni, e i manifesti, figuriamoci, allagano i pensieri; le parole se non hai cura ed esperienza, rendono riconosciuta ogni cosa, quando a noi chiama a sé quel che è irriconosciuto, ancora imparlato, invece. E allora lascio qui, sopra l’ultima frase, qualcosa che scivoli via l’inerzia, visto che a chiedere non insisti; lascio qui l’idea di poche memorabili parole, e considerale pure i nostri accenti, i nostri incontri, i nostri infantili ridere, se puoi e, sempre, se proprio vuoi.

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L’ospite
L’ospite, l’ospite avrebbe avuto così, quale inclinazione prima, chi alle abitudini, al codificato, camminava accanto, e l’idea di esser ospite come fosse indossata da sempre, ogni istante, per decadere così l’acquisito, il confinabile, l’appartenere, l’appartenere… Che l’occasione più imprevedibile, o anche la più semplice – dove traslocherà l’ospite non sapeva e non avrebbe saputo –, di appartamento in appartamento, negli appuntamenti sempre meno definiti nei luoghi, negli orarii, o negli incontri più fondi – attenzione! – l’ospite sarà dentro il momento più del momento, e non avrebbe lasciato mai parole dietro di sé, come a dire “gli anni più inconcepibili della mia vita”, se in quegli anni inconcepibili vi fossero stati, come vi erano stati, altri incontri, altre esistenze e ogni cosa da non coinvolgere, da tener da conto, da non sporcare.
O anche l’ospite, in definizione alternativa e limitata: non dar mai merito, mai soddisfazione alla vita, e questo a salvaguardia di una presunta degnità, a salvaguardia di una presunta interità.

Prototipo o fuga?
E continuando, prototipo o fuga? Il prototipo lasciava lì, evidentemente, giusto un quesito da articolare in risposta: prototipo o fuga? Arriverebbero a un certo punto a esser confusi, probabilmente. Una certa intenzionalità, se proprio, forse… “Mi penso di aver scritto, ideato, realizzato solamente prototipi, ma non qualcosa che necessariamente non c’era e poi vi è stato, ma qualcosa che l’avvio, il sistema, la motivazione potevano esser prototìpici”. Ma allora, il fuoco spostato di volta in volta – quel che un prototipo naturalmente fa – può significare una fuga, una non insistenza, colpevole, debole, flebile, secondo quel che si assume come idea di forte. “E l’insistenza del prototìpico, allora? Non sarebbe più una fuga, ma al limite un impianto di fughe, una teoria di fughe”. Ne deriverebbe, al fine, il prototipo come antidoto al definito, al dimostrabile, al rintracciabile, per arrivare, in ultimo, alla dimenticabilità di chi ha scritto, ideato, realizzato quel qualcosa, allo scordarsene affatto. Per forza.

Differire meglio
E quasi per naturale estenuazione, si arriverebbe infine a una differita, un differire. Come una lente il differire, la differita, da differire meglio. E, in conseguenza, condurla da semplice constatazione a vero e proprio strumento di scavo. Premessa: quel che è nuovo, novità, esperimento dilata l’idea di un tempo infinitesimale, misurabile, da infinire, lo apre fin quasi alla dismisura. Se poi incastonati – il tempo nuovo, novità, esperimento – in un tempo frenato, ad alto coefficiente di decelerazione, ecco che vengono moltiplicati per zero o restano del tutto inosservati, il tempo nuovo, novità, esperimento. “Mi penso di aver scritto, concepito, realizzato solo differite, anche lungo la linea dello spazio.” E qui si immagini una non-immersione, un “se fosse altro da qui?”, un poster sei-metri-per-tre (poniti a un centimetro / poniti a venti metri), e un designer (il dettaglio) e un urbanista (l’insieme), assieme, infine. Addivenendo, in conclusione, alla presbiopia, presbiopia, uno sguardo allontanato, a distanza, come indubitabile misura di evoluzione civile; ché da un limite fisico, minimo, logico poteva anche darsi un incremento in civiltà, sì.

Una vita “in levare”
Chiaro che ora, a questo punto, lasciato lì il levare, quale parola sospesa, lasciata lì, per intera, una vita in levare, cosa avrebbe potuto significare? Parlerei piano piano di un poco di questo, di un poco di quello, come quando dopo, solo dopo, si raccolgono via via quelle frasi che sembrano esatte a giustificare, a legittimare; e se fino a questo istante un’intuizione non ti ha ancora preso, non la troverai sicuramente nel a togliere, in ogni less is more che si possa ripetere e ripetere; e non avendo voglia, o per tema di esagerare o non avendo voglia veramente, si apre ora tutto quanto all’esigenza di una pausa, di una breve passeggiata, di una piccola rigenerazione che ti può fare uno stacco, uno stacco… Non si può, del resto, sempre, dire proprio tutto tutto.

E comanda il ginocchio
E comanda il ginocchio, e non poteva esser che così, dopo che la testa, finestre, errori messi lì, prospettive larghe di spalle, sorrisi e quant’altro. Comanda il ginocchio, dici; il mondo intiero che tu ti sfili, rientri e provi a modellare quei metodi, ma che metodi sono senza procedura, senza protocollo, dicono? Comanda chi vince, sì, ma in un inverosimile imbrunire che smette solo verso notte, questa radio continua, la radio, di cosa sia democrazia, cosa voler dire, di recuperi infiniti fin nei brindisi dell’io, ma che cade, ogni volta, il bicchiere. È che alla fine, come sempre, che tu sia il tuo mattino, primo pomeriggio o sera, vi sarà sempre una buonanotte, “buonanotte, tesoro”; e comanda il ginocchio.

da Gran riserva

08/07/2026

Lo dice Sartre

Uno dei tratti più singolari della nostra epoca letteraria è costituito dall’apparizione, qua e là, di opere vivaci e assolutamente negative che potrebbero essere definite antiromanzi. Metterei in tale categoria le opere di Nabokov, quelle di Evelyn Waugh e, in un certo senso, I falsari di Gide. Non si tratta affatto di saggi contro il genere romanzesco, come La forza del romanzo di Roger Caillois che paragonerei, con le debíte proporzioni, alla Lettera sugli spettacoli di Rousseau. Gli antiromanzi conservano l’apparenza e la cornice del romanzo, sono opere di immaginazione che ci presentano personaggi fittizi e ce ne narrano la storia. Ma solo e proprio per provocare una maggiore delusione: si tratta di contestare il romanzo, servendosi del romanzo stesso, di distruggerlo, sotto i nostri occhi, mentre si finge di edificarlo, di scrivere il romanzo di un romanzo che non si compie, che non può compiersi, di creare una finzione che stia ai capolavori di Dostoevskij e di Meredith, come sta ai quadri di Rembrandt e di Rubens la tela di Miró intitolata Assassinio della pittura. Queste opere strane, difficilmente classificabili, non testimoniano la debolezza del genere romanzesco, dimostrano solo che viviamo in un’epoca di riflessione in cui il romanzo è intento a riflettere su se stesso.

1947, dall’introduzione a Nathalie Sarraute, Ritratto d’ignoto, 1948

24/06/2026