L’antivassalli

Ho conosciuto Sebastiano Vassalli all’epoca della rivista “Pianura”, quando lo consideravo uno dei nostri. Tanto che, all’inizio degli anni Ottanta, in uno dei primi convegni cui hi partecipato (forse, anzi, il primo primo) presentai una relazione sui procedimenti poetici nella prosa narrativa che trattava, tra gli altri, il ritmo dell’ottonario in Mareblù – con un certo sconcerto nel pubblico, costituito dai custodi della “medietà moderata” di quei tempi. Quando cominciarono ad apparire, non molto tempo dopo, i “romanzi ben fatti” pubblicati da Einaudi (che Wikipedia denomina “romanzi della maturità”) rimasi notevolmente sconcertato. Se non fossero stati firmati li avrei attribuiti ad un altro autore, a tal punto l’umorismo corrosivo e l’invenzione linguistica aveva lasciato il posto a un moralismo seriosissimo e a uno stile trasparente…
Un vero e proprio “salto”, altroché. A ripercorrere la prima parte di questo percorso bifronte ci ha pensato Eugenio Gazzola nel suo volumetto L’antivassalli, edito da Le lettere.

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Effettivamente il titolo può portare fuori strada: non si tratta di un libello contro l’autore, bensì della ricostruzione della sezione iniziale della sua opera; quindi “anti-” come davanti, precedente, come si dice anticamera o antidiluviano.
Quindi si tratta del Vassalli sperimentale: che, a ben guardare, non ha proprio fatto parte del Gruppo 63, anche perché il suo carattere scontroso si è manifestato fin dall’inizio e lo ha tenuto alla larga dalla compagine vera e propria. Tuttavia sta di fatto che, arrivato sul finire dei mitici anni Sessanta insieme a un altro eslege come Gianni Celati, è stato apprezzato da Manganelli e Sanguineti. Il suo Narcissus può stare a buon diritto nel novero degli anti-romanzi e, per quanto mi riguarda, l’ho sostenuto in una recensione, purtroppo tardiva, su questo stesso blog. Gazzola con molta precisione ricostruisce tutta l’attività di tale periodo giovanile: il lavoro della pittura, la collaborazione con Ugo Locatelli, la poesia e la narrativa (Narcissus interpretato come un eccentrico «poema in prosa»), anche il teatro (che riguarda la mancata collaborazione con Ronconi e la querelle sull’ideazione di uno spettacolo a più vani che, uno dopo l’altro, si unificano; idea che l’autore si riprenderà per mettere in scena L’uccello di Dio); poi l’organizzazione delle riviste, prima «Ant Ed» e poi «Pianura». E soprattutto la partecipazione all’iniziativa dei poeti a Fiumalbo per le Parole sui muri del 1967 che Gazzola (critico-storico specialmente di Adriano Spatola) aveva già trattato in un suo volume precedente. E in quella atmosfera di avventurosa tensione creativa, Vassalli con il suo amico Locatelli arriva alle “maniere forti”:

Dunque Vassalli va a Fiumalbo e fa soprattutto tre cose o, per meglio dire, ci sono testimonianze di almeno tre fatti (avendo lui ripudiato quasi tutto si riferisce a quegli anni, non si è mai riuscito a mantenerlo in tema più di un quarto d’ora. E anche in quel poco tempo preferiva sminuire, secondare, nel senso di mettere in secondo piano, quel che era accaduto).
Ma noi sappiamo: in primo luogo, che Vassalli scrive un testo e lo riproduce su un manifesto in numero di copie sufficienti a coprire gli spazi assegnati. Secondo, che succede un incidente con la forza pubblica a proposito di alcune fotografie scattate alla forza pubblica medesima. Terzo, di una forma di vandalismo artistico contro alcune opere esposte in paese. In questo terzo fatto Ugo Locatelli lo aiutò, del pari titolare di una venatura nihilista dura a passare.

Per giungere ai romanzi ironico-comici, la cosiddetta “trilogia dell’abbandono” della quale fa parte quel Mareblù da me presentato a mio rischio nel convegno di cui sopra (che era, per l’esattezza, Scanno 1983).
Dunque un autore animato da molteplici istanze e da plurime esigenze tecnico-espressive, sempre pronto a nuove sfide e perciò in continuo stato metamorfico:

Vassalli, invece, è stato tra i pochi ad aver interpretato la scrittura come metamorfosi incessante, perenne movimen¬to, verso verso che non può arrivare mai a destinazione. (Un altro era Spatola, suo eterno contrafforte.) Cosicché la sola opera possibile risulti incompiuta, parziale per forza di cose: fotografia di un istante in cui l’opera non è più idea e non è ancora lavoro finito – ma in eterno lavoro lavoro.

Ma da un continuo cambiamento e dall’insofferenza per una certa consorteria sviluppatasi nel gruppo non era certo prevedibile che si generasse un “salto all’indietro”. Gazzola parla, semmai, dell’imperativo ad “alzare la posta”. E sembra sostenere una “continuità” tra le sue fasi, pur così diverse.
Ma quella del Vassalli seconda maniera è stata, io ritengo, una vera e propria abiura: il suo “romanzo ben fatto” (e sottolineerei il ben fatto, perché effettivamente scrive bene, non è questo il problema), il suo romanzo della seconda metà, dico, si basa non solo sulla scorrevolezza narrativa, ma neanche tanto sottotraccia sulla riprovazione delle ipotesi alternative, viste soltanto come opportunistici velleitarismi. E qui, davvero, bisogna riprendere il prefisso “anti-” nel senso di contro. La polemica contro l’anticonformismo, come spesso accade, torna più indietro del prima; l’anti-anticonformismo diventa per forza un conformismo. A differenza di Eco, che nello stesso periodo svolta lui pure verso il best seller, ma almeno ha il pudore di giustificarsi con l’ironia postmoderna, Vassalli invece si fa censore rigido condannando qualunque sussulto antagonista come disastro prodotto da “cattivi maestri”. “Figliol prodigo” accolto nell’industria del romanzo, il “puro” pentito nel suo “ravvedimento operoso” non manca a sua volta di opportunismo. Se si prendono le sue dichiarazioni riportate nel libro di Gazzola, dove dice «ciò che conta sono le storie, e dietro le storie, quindi prima delle storie, ci sono i personaggi», sono i discorsi strasentiti e francamente assai banali dello storytelling imperante.
Al mio giovanile entusiasmo per lo stile oltranzista di Mareblù i convegnisti di Scanno opposero una tenace resistenza: ma aspettando solo un poco avrebbero tirato un respiro di sollievo trovando un Vassalli molto più accettabile da loro.

16/05/2026

Amendola, Illogico Remake

Ospito volentieri nella sezione pdf di “Critica integrale”, il nuovo libro-progetto di Antonio Amendola. Il titolo è Illogico remake e ripercorre le tappe dell’esperienza musicale del gruppo degli “Illogico”, cui l’autore ha preso parte. Non è un libro semplicemente autobiografico, perché intanto si allarga a ripercorrere le maggiori esperienze ispiratrici, offrendoci una personale e originale compilation di antecedenti e antesignani nel corso degli anni.
Inoltre il libro non è scritto in modo semplicemente lineare, ma utilizza visivamente i procedimenti dell’Amendola scrittore, le variazioni di corpi tipografici, la dislocazione nella pagina, i puntini di sospensione, e quant’altro rende la lettura una sorta di avventura e traduce in vivacità per l’occhio i modi di “interferenza” e “turbolenza” dell’esperienza sonora.
Un remake che torna indietro, ma che gioca con fughe in avanti e mescola i tempi, tant’è vero che comincia là dove i libri di solito finiscono, cioè con la bibliografia… Continua a leggere Amendola, Illogico Remake

Il punto su Toti

In occasione del centenario della nascita dell’autore si è svolto ad Alatri il 18 ottobre 2014 un convegno sull’opera di Gianni Toti. Gli atti della giornata di studi sono ora pubblicati, per la cura di Giovanni Fontana e Silvia Moretti, dalla Associazione Gottifredo che insieme alla Casa Totiana conserva ad Alatri l’archivio di Toti.
Il titolo del volume è Multiverso Toti, in quanto l’opera di questo autore, aperto e disponibile ma al contempo restio a unirsi ai gruppi di quel nostro vulcanico “secondo Novecento”, si è sviluppata in modi originali ed eccentrici su più versanti, praticando non solo poesia e prosa con esiti da giocoliere della parola iper-carrolliano, ma anche la grafica, il cinema e soprattutto la video poesia della quale è stato un vero precursore in un’epoca che non aveva tutti gli strumenti da videomaker che abbiamo oggi. Operando talmente a largo raggio che questi studi sembrano essere ancora “iniziali”, aperture e inviti per la visita di un continente artistico tuttora da scoprire. Continua a leggere Il punto su Toti

La “poesia ibrida” secondo Cuccaroni

Sappiamo bene che l’ibrido era assolutamente da evitare nell’estetica classica; teste l’Orazio dell’Ars poetica, netto nel condannare i mostri composti di doppia natura come la sirena, una donna che, scandalosamente, desinit in piscem.
Senonché l’estetica moderna ha cambiato completamente parere e soprattutto nelle teorie postcoloniali ha accolto l’ibrido come l’unica possibilità di recuperare l’originario cancellato dalla storia repressiva. Contaminare la lingua dei colonizzatori, giocare con essa a entrare-uscire, deformarla con le espressioni native: l’ibridità diventa così una forma di rivendicazione e di protesta.
L’ibrido, dunque, virato in positivo può diventare lo stigma valorizzatore di tutte le poetiche della mescolanza. E non a caso Valerio Cuccaroni ne ha fatto la formula del suo La poesia ibrida (edito da Biblion) che tocca gli esperimenti multimediali, anzi più precisamente intermediali, dalla poesia visiva alla videopoesia, dalla poesia elettronica fino al Poetry Jockey. Continua a leggere La “poesia ibrida” secondo Cuccaroni

I seminari della LUNA: Le “descrizioni” critiche di Pasolini

Per il nuovo ciclo “Approfondimenti”, i Seminari della LUNA hanno puntato sul Pasolini critico di Descrizioni di descrizioni, la raccolta di recensioni scritte per la rubrica della rivista “Tempo” negli ultimi anni dell’autore (1972-1975). È quindi un Pasolini sempre più polemico verso la situazione sociale, ma che, sul piano letterario che gli compete come recensore “seriale”, è attentissimo a discriminare valori e disvalori.
Il seminario è stato condotto da Emanuele Bucci con una lunga relazione che ha evitato la dispersione della quantità (i pezzi sfiorano il centinaio) ed ha approfondito cinque interventi-campione: quello su Calvino (Le città invisibili); quello in morte di Gadda; quelli su Gozzano e Volponi (Corporale) e l’ultimo del libro, quello su Sciascia (Todo modo).
Chi volesse seguire il seminario, può accedere da questo link:

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Sani e robusti in costituzione (2003)

Smaltita l’ebbrezza entusiasmante del NO, ho notato che in rete sono circolati giochi di parole sulla “sana e robusta” che personalmente avevo utilizzato più di venti anni fa (2003) per problemi purtroppo piuttosto simili. Lo ripubblico volentieri, anche perché mi sembra ancora per molti versi attuale, soprattutto nelle indicazioni di una costituzione “realizzata” o “adempiuta”, molto più importanti della scelta di un candidato premier (che la nostra costituzione non prevede)

SANI E ROBUSTI IN COSTITUZIONE

L’intervento pubblico di Edoardo Sanguineti nella circostanza del premio Campiello, sottolineando con forza i rischi che si corrono per la sicurezza democratica e la vita civile del nostro paese, è tale da costringere tutti a prendere posizione. Io lo faccio molto volentieri e dico subito che, per quanto mi riguarda, il silenzio non costituiva affatto “assenso” e nemmeno cautela da mene carrieristiche o prebende, quanto semplicemente era dovuto alla terribile restrizione degli spazi di intervento pubblico, sempre meno aperti e ospitali, anche dalle parti di quelli che dovrebbero essere i nostri “simili”. Continua a leggere Sani e robusti in costituzione (2003)