Seminario “Critica della critica”: la linea di Montale in Sanguineti e Curi

Alla ripresa autunnale, il ciclo dei seminari intitolato “Critica della critica” è proseguito affrontando il tema “La linea di Montale in Sanguineti e Curi”. Si trattava di capire i metodi e gli esiti di una certa critica di ispirazione marxista che agisse in maniere molto aperte, col principale riferimento a un atipico come Walter Benjamin. Analizzando Montale, infatti, l’attenzione dei due critici, in momenti diversi, viene data sì all’autore ma includendolo all’interno di una storia; non però la storia come sfondo appiccicato per forza di cose, ma la storia letteraria come luogo di conflitto. Ecco quindi Montale posizionato in una “linea”: segnatamente la “linea crepuscolare” che emerge dal saggio sanguinetiano del 1954.
Chi volesse ascoltare o riascoltare la registrazione del seminario, può passare da qui:

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E l’intenzione dell’autore?

Un pregiudizio molto tenace nelle cose letterarie è quello che vi vede una esigenza “espressiva”. Poesia o prosa che sia, l’importante è che ci sia sempre dietro un qualcuno che ha sentito il bisogno di dire e di dire agli altri qualcosa che lo riguarda profondamente. Nello scritto una interiorità intima si è estrovertita, quasi per forza propria. Da ciò discende l’idea di leggere per fare la conoscenza di un autore/autrice, che ha posto la sua identità personale in primo piano rispetto alle questioni di modo, stile o scrittura. L’autore/autrice diventa indispensabile: infatti, cosa servirebbe partecipare alla vita di qualcuno che non si sa chi è? Per fortuna, i testi anonimi sono rari e gli stessi pseudonimi appaiono più che altro una trovata pubblicitaria, per scatenare accanite ricerche. E però c’è da chiedersi: cosa cambia se l’autore è un altro? Cosa cambia se si scoprisse che Shakespeare era John Florio o che Elena Ferrante è un maschio? Per giunta, l’industria editoriale ha incentivato gli interventi di editing, per cui una parte di quella espressione autoriale presunta autentica potrebbe essere parto dell’editor. Allora: con chi stiamo empatizzando qui?
A volte, è vero, l’intenzionalità dell’autore è stata enunciata nero su bianco, nei casi di poetica esplicita. Ma anche in questo caso può insinuarsi il dubbio: fino a che punto la dichiarazione dell’autore fa testo? Personalmente sono portato ad apprezzare l’autore consapevole, che sa quello che fa, ma non è possibile che tenga sotto controllo tutti gli effetti. Se così fosse, la critica potrebbe essere congedata; invece l’interprete può vedere meglio dell’autore, non fosse altro per la distanza temporale che gli consente di capire il rapporto tra l’epoca del testo e il nuovo presente dell’interpretazione che non poteva essere previsto nelle intenzioni di partenza. Continua a leggere E l’intenzione dell’autore?

Lo dice Rossi-Landi

Qui però ci si deve rifare alle osservazioni più volte avanzate sulla enorme lunghezza del periodo da prendere in considerazione, a cominciare dal fatto che, se “la natura umana è la sua storia”, allora l’inizio di questa storia va inteso in termini di ominazione cioè del primo staccarsi degli animali umani dagli altri animali. Si risale ad almeno due milioni di anni fa: fin da allora han cominciato a formarsi i primi e più profondi rapporti fra uomini e natura nella rete dei rapporti fra uomini, fin da allora ha cominciato ad accumularsi un inconscio umano (e si comprende come, adoperando ‘storico’ in senso stretto, cioè sulla scala di una manciata di millenni, si sia sostenuto che l’inconscio non è storico). Continua a leggere Lo dice Rossi-Landi

Mangatour5

In un quartiere estremamente eccentrico e socialmente arduo soggiornano le comete. Non chiedetemi dove si trovi esattamente. Dovreste andare da qualche parte per, diciamo, qualche miliardo di chilometri. Forse cento. Forse centocinquanta. Ma, arrivati lassù, dovreste chiedere; perché un milione di chilometri in più o in meno fa tutta la differenza. E chiedere la strada da quelle parti – sempre che abbiate preso la direzione giusta – fa tutta la differenza. Ora, da quelle parti vi è gran freddo, eccetto che nei quartieri abitati appunto dalle comete. Vi è buio, eccetto dove una qualche cometa si accenda a far da luminaria. Non vi sono strade, a meno che una cometa non distenda il suo strascico fingendosi itinerario. Ma se vi troverete a un milione, o a centomila chilometri, o a mille, dal punto giusto, potrete non trovare nessuno, o solo strani esseri taciturni o di impervio linguaggio. E poi anche se doveste trovare una cometa, non vorrebbe dire gran che. Continua a leggere Mangatour5

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La reggia del fuoco

Un grande arco roccioso, instabile, una concrescenza forse di lave rapprese ci sovrasta, di lì dobbiamo passare; l’arco ha la dolcezza ambigua di due grandi labbra, ad esso mi accosto come ad un luogo che mi chiama e mi minaccia, sarò baciato o divorato? Avanzando, provo in me un tremore non dissimile dall’amore e insieme dall’orrore; oltre l’arco, una piana; qui dimorano i fuochi. Sui due lati di una strada ruvidamente tracciata stanno regolari orifizi da cui escono lingue di fuoco, con un lieve rombo, che potrebbe essere segno di un discorso sommesso, una litania, una invocazione; quelle sottili, discrete, non minacciose lingue di fuoco hanno qualcosa del prete, del maggiordomo, del bonzo; disposte in geometrica coerenza, procedono sui due lati come due schiere di cortigiani, che forse accolgono con quel loro mormorio l’ospite atteso, forse dicono le lodi del re del fuoco, forse discorrono, oziosi come antichi, rugosi camerieri, di materia vile, sordida, effimera, come da sempre, dovunque fanno i camerieri. Continua a leggere Mangatour4