Sette anni di critica

Da poco questo blog ha compiuto 7 anni. Non sto qui a riportare le statistiche di visitatori e visualizzazioni, perché i numeri lasciano il tempo che trovano e non è bene dargli retta. Piuttosto il bilancio va fatto su ciò che s’intendeva raggiungere e su dove si è arrivati, pur nella consapevolezza che le due cose non combaceranno mai, per via dei capricci del caso, nostro padrone.
Per altro, l’obiettivo principale era quello di mantenere in esercizio il cervello, dunque un esito che non sta a me giudicare. Quello che posso valutare è soltanto l’abbondanza del materiale: non la quantità, che – come detto sopra – non fa pregio di per sé, ma il fatto di essere riuscito da un lato a riversare nella rete, con un linguaggio e un taglio diverso, più agile e meno accademico, tutta una serie di approfondimenti teorico-critici presenti nelle mie precedenti elaborazioni in volume; e, dall’altro lato, aver avuto modo di seguire la produzione letteraria in corso nei suoi filoni più sperimentali e anomali, quindi meno visibili, spesso trascurati, sommersi come sono dalla reclame del mercato. Continua a leggere Sette anni di critica →

Metaromanzo 1 e 2

METAROMANZO

Analogamente al metalinguaggio, che è un linguaggio che parla del linguaggio, il metaromanzo è un romanzo che parla del romanzo. E come è occorso al metalinguaggio di subire l’obiezione di Derrida che “non c’è extra-testo”, per cui il metalinguaggio non sarebbe altro che anch’esso linguaggio, allo stesso modo si potrebbe argomentare che anche il metaromanzo non è che un romanzo.
Per di più, se interpretiamo il “meta-” come un “nel”, allora il “racconto nel racconto” è un fenomeno che più usuale non si può, risalendo addirittura come si sa all’Odissea con la lunga narrazione di Ulisse ai Feaci. Ma anche attenendosi alla declinazione riflessiva del prefisso, se ne troverebbe traccia un po’ dappertutto negli interventi del narratore in terza persona, nei suoi commenti e nei passaggi nei quali si rivolge direttamente al lettore.
Certo in alcune fasi, quali quelle settecentesche degli Sterne e dei Diderot (quegli straordinari Tristram Shandy e Jacques il fatalista) la cosa prende una piega più radicale e il “commento sul discorso” tende a farsi ipertrofico mostrando davvero una verve “sperimentale” quando vediamo il racconto farsi sotto i nostri occhi e il narratore esibire l’arbitrarietà del suo procedere («Come è facile raccontare!», dice provocatoriamente Diderot, dato che si può far accadere tutto quello che si vuole). Continua a leggere Metaromanzo 1 e 2 →

Fisher e il materialismo

Uomini e macchine. Non c’è bisogno di teorie, basta stare alla vita quotidiana per constatare quanto è avanzata la compenetrazione di uomini e macchine. Quanti improperi mandiamo a quelle che non rispondono ai comandi (l’animismo del XXI° secolo)? Quanto siamo circondati da algoritmi e intelligenze artificiali? Quante protesi ci sono nel nostro corpo? Ecc., ecc.
Mark Fisher non ha dovuto aspettare queste evidenze per accorgersi dell’assottigliarsi della differenza che viene a mettere in dubbio il nostro orgoglio antropocentrico di essere i “padroni del vapore”. La sua tesi di Dottorato, datata all’ormai lontano 1999, riguardava proprio l’interconnessione di uomini e macchine, la compenetrazione dell’organico con l’inorganico. Lo faceva, sotto il titolo Materialismo gotico, richiamandosi alle figure della creatura di Frankenstein, del Golem e altre simili, con i loro corrispettivi cinematografici e con il supporto teorico del tandem Deleuze-Guattari, di Baudrillard, di un recuperato McLuhan, di Jameson e con lui del migliore ambito postmodernista.
La tesi, da poco pubblicata in italiano da Einaudi, offre spunti di riflessione di ampia portata e appare oggi ancor più attuale. E spinge a rileggere per intero l’opera dell’autore nella sua ampiezza e rilevanza. Continua a leggere Fisher e il materialismo →

Un bravo all’insignito!

Quando ho saputo che László Krasznahorkai era stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura 2025 , mi sono detto: beh, per una volta la giuria del Nobel ci ha visto giusto e non si è fatta guidare da considerazioni geopolitiche o dalle fortune di mercato. Conoscevo, infatti, l’autore abbastanza bene, avendone letto diversi libri e avendo apprezzato le sue doti sia di forma che di contenuto, l’originalità della scrittura e la visione di un’etica debitamente disincantata e contraria a tutti i conformismi (tra l’altro proveniente da un paese come l’Ungheria, che ai conformismi sembrava sottostare da tempo).
Una scrittura originale, dicevo, che si era sviluppata sempre più in odio al punto fermo, producendo periodi di esorbitante lunghezza, marcati soltanto dall’ossessione della virgola e di conseguenza ostici al lettore necessitante pause, imbarazzato su dove lasciare il segnalibro o altra demarcazione. Di solito quando si deve o si vuole interrompere la lettura si dice “aspetta cha arrivo a un punto”; ebbene con Krasznahorkai cerca pure, ma un punto avrai difficoltà a trovarlo… Continua a leggere Un bravo all’insignito! →

Una pagina di riflessione di Antonino Contiliano

ANTONINO CONTILIANO

Quando la poesia pensa come un calcolo differenziale

Che cosa può avere in comune una poesia con il calcolo differenziale? A prima vista, quasi nulla. Da una parte ci sono formule, derivate e infinitesimi; dall’altra emozioni, immagini e parole. Eppure è proprio questa distanza a rendere interessante una proposta teorica che prova a leggere la poesia attraverso una delle più profonde invenzioni della matematica moderna.
L’idea non consiste nel ridurre la poesia a un’equazione, né nel sostenere che i versi funzionino come formule matematiche. Il punto è un altro: il calcolo differenziale offre un modello per pensare il modo in cui nasce il senso poetico.
Nel linguaggio ordinario tendiamo a cercare il significato delle parole come se fosse qualcosa di fisso e definitivo. La poesia, invece, sembra sottrarsi continuamente a questa logica. Il senso di un testo poetico non coincide mai con la semplice somma dei suoi vocaboli, ma emerge dalle relazioni che essi instaurano tra suoni, immagini, ritmo, memoria e storia. È un movimento di risonanza, più che un risultato, che dinamizza le differenze fra gli elementi eterogenei come differenziali.
Qui entra in gioco il parallelismo con il calcolo differenziale. Nella derivata, infatti, ciò che conta non è tanto il valore delle singole grandezze quanto il rapporto che le lega. La relazione diventa più importante dei termini considerati isolatamente. Allo stesso modo, nella poesia il senso non è contenuto in una parola presa da sola, ma nasce dalla tensione che essa stabilisce con tutte le altre. È questa rete dinamica di rapporti a produrre l’evento poetico.

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Inediti d’estate: Jonida Prifti

Jonida Prifti

A squarciagola

terza gola

Dal passato si apre un varco. Il mare attraversato, nella luce cadente, nelle ore sommate.
All’arrivo, uteri neri spuntano dal cemento. Una terra tutta di urli, come vento in eco tra i monti. Piomba l’arma dal nascondiglio, punta a rovescio se hai forza! Questo canticchiare a filastrocca, a rompersi dentro la bocca, giù in fondo sulla collina, la sostanza di quella donna. Solo l’ombra del suo volto, a schivare il proiettile che finisce nell’urlo del ciliegio. Lì nel campo, sì al centro, l’albero in fiore, sparge echi di petali trapassati. La madre fortunata, si piega ai piedi del ciliegio mezzo spoglio, a rabbrividire nel suo corpo. Gli spari sono fionde che lanciano rocce.

L’uomo risponde lanciando un grido dopo la festa, preso dall’ebrezza del suo pianto.
Il colpo cieco, il botto che in aria semina uteri ammucchiati in campi arati.
Giù, tutte giù, strillano ‘madre’, i bambini sotto braccio. Nel frattempo corri cane, segui pecore al tramonto, per la via di fango porti in salvo.

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nona gola

Quante lingue in questo vuoto. Com’è fatto l’abisso? Nella testa un precipizio, ecco il corpo a cadere, in lenta progressione nel movimento, sto dramma nel cervello, ad autocommiserarsi inutilmente, per dare un significato a quel che sento, lascia che sia, un vortice di emozioni in ascesa. In quella salita ripida, con i contadini e il campanello, a segnare ogni passo, ricordando che la vita non è vittimismo. Ah quanto odio in questa parola, la sua distensione perspicace, tutto è vittima, anche il cesso senza tavoletta, dopo lo scarico accorda un lamento, perciò cara, non sbagliare mira al suo ingresso.

Gira un vortice intorno alla notte, sui piedi in tondo gli uccelli cantano spogli di piume, sgombro per cena, sfilettato per benino che le lische s’infilano sui denti come parole fuori posto, in cambio del silenzio una ruota muta cresce, dalla motrice vite storta.

Atonia uterina

In questo grigio intenso delle ali di uccello sulle vetrate di oscure recitazioni, una campana e un click di lampada sommerge la via interna. Sui rivoli adombrati risuona da lontano la rivalsa di non so quale viaggio marino, che forse deve ancora accadere. Il miscuglio sradicato di radici fluenti, lastricate sensazioni dovute a tremolii di paure, di saltare la ghiaia scalza, nel tremore delle braccia, sul ponte che crolla davanti alla signora che si spoglia dal suo odore, lentamente si innalza su travi della storia scalfita da rombanti velieri, sostanza rovesciata, nelle teorie stucchevoli di bocche cangianti, mi tengo in piedi, a temperare roteante, mi raccolgo.

Questo incontrarsi dentro fili di mobili azioni, riconducibili a questioni private non emesse, ma tenute in uno stato di attività costante sulla stessa vibrazione mentale. Il sangue non può che accelerare certe interne rotazioni incombenti, come fossero rubinetti a specchio di ottone, mi vedo storta nel riflesso, per forza a distorsione d’essenza di qualcosa che non so decifrare e perciò mi leggo.
Dentro il cappuccio verde gli operai africani si passano secchi di vernice nella carriola vuota irrompe una memoria a latrina, di quelle che riconosci senza nessun preavviso, senti quel roteare di ricordi comune a loro, a quella degli altri, ed ecco che si rovescia la carriola con il vuoto della sua memoria.
Una ragazza con il pantalone arancione segue gli operai con il carro attrezzi. In questa pioggia sfreccia il carro. Loro a mani vuote, senza secchio né carriola, strisciano sulla carreggiata contro la segnaletica stradale, rovesciano lo strato della terra, a testa in giù i loro occhi dentro l’appeso.

Estratto dalla prosa poetica A squarciagola. Atonia Uterina. L’inedito si è posizionato nella rosa dei tre al “Premio Pagliarani” (2024).

28/08/2026