Archivi tag: Walter Benjamin

L’interruzione

“Critica integrale” compie due anni. Con 174 articoli pubblicati ha assolto pienamente lo scopo, che era quello di tener in attività le sinapsi del sottoscritto. Quanto alla ricezione, si sa che non è calcolabile e che il numero dei visitatori e delle visualizzazioni non conta (uno entra per curiosità pochissimi secondi, un altro per errore, un altro legge ma non condivide, un follower lo fa sperando nel contraccambio, eccetera ecceterone). Comunque, per festeggiare il secondo giro di boa, spero di far cosa gradita ripubblicando un vecchio articolo, mai più ripreso. Si tratta del pezzo uscito su “Alfabeta” 64 (settembre 1984) nella fase di preparazione del convegno sul “Senso della letteratura” che si è svolto a Palermo di lì a poco. Un convegno davvero importante i cui atti sarebbero da ripubblicare per intero e dimostrerebbero una buone dose di attualità.

L’interruzione 

Anche se la letteratura, nella sua forma scritta, è pronta a sopportare una fruizione interrotta — sguardo che si arresta pensieroso sulla riga oscura del libro, o che erra distratto altrove; mano che richiude il volume con un segno tra le pagine, o insoddisfatta lo squinterna e, al limite, lo getta lontano —, tuttavia il testo tende a costringere il proprio lettore in un insieme omogeneo, soprattutto quando punta su un coinvolgimento di tipo emotivo. Diciamo che il testo ci prende, allorché il «senso della letteratura» occupa per intero la sensibilità e la possiede mediante l’esca delle sue suggestioni. In questa attrattiva, l’interruzione è intoppo inopinato, inconveniente frustrante, mala creanza; è, davvero, l’estraneo che guasta l’atmosfera del consentimento. Continua a leggere L’interruzione

Corone, ovvero la contemporaneità del non contemporaneo

Mary Shelley non è autrice soltanto del famoso Frankestein, modello di scrittura allegorica e fortunatissima invenzione di un personaggio, la creatura, che abita frequentemente la cultura di massa prendendo a prestito il nome del suo creatore; ha anche scritto più tardi, nel 1826, The Last Man, una distopia fantascientifica dove l’umanità viene sterminata dalla peste. La data fissata per l’estinzione totale è verso la fine del XXI secolo e quindi potremmo stare tranquilli ancora un poco e accontentarci provvisoriamente dei nostri virus e relativi vaccini.
Ma se ricordo questo romanzo semisconosciuto non è tanto per riportarlo alla realtà epidemica odierna; mi è ritornato in mente per un altro diversissimo motivo, all’atto della dipartita del Principe Consorte, cui la stampa anche fuori i confini inglesi ha dato grande rilievo. Ora, un aspetto che mi aveva sorpreso nella fantasia shelleyana è che, nella sua proiezione verso il futuro che avanza più o meno di due secoli e mezzo, la nostra autrice descrive, prima ancora della letale pestilenza, una Inghilterra che ha detronizzato di re e che discute animatamente sulla configurazione della repubblica. Anche se il candidato antimonarchico verrà sconfitto nella votazione della camera, il testo gli dà modo di sostenere una tesi semplice e chiara:

Mise a confronto lo spirito regio e quello repubblicano: dimostrò come l’uno tendesse a rendere schiave le menti degli uomini, mentre tutte le istituzioni dell’altro servivano a risvegliare anche nel più meschino tra noi qualcosa di grande e buono. Continua a leggere Corone, ovvero la contemporaneità del non contemporaneo

Aura fritta

La parola “aura” non va confusa con “aurea”. L’aura non è necessariamente fatta d’oro, di per sé non vuol dire altro che “aria”, solo in un modo più “aulico”. Però, già nell’uso lirico che si trova di frequente, tanto pere dirne uno, in Petrarca, vediamo che non è poi proprio la semplice aria in cui tutti i comuni mortali sono immersi. L’aura petrarchesca accompagna ‒ anche per ragioni di omofonia ‒ l’apparizione o il ricordo della amata Laura, magari accarezzando i suoi “capei d’oro” oppure muovendo “soavemente” le fronde e tutto il paesaggio intorno. Si tratta di un’atmosfera e pure di un genere speciale, quella che, quando la percepiamo, diciamo che si crea (“si crea un’atmosfera”): ed è qualcosa che caratterizza allora un luogo speciale e fuori dell’ordinario, sicché quest’aura, nonché aulica, può davvero diventare “aurea”, in quanto conferisce valore come una effusione dorata. Se l’aria in genere è necessaria per vivere, l’aura parrebbe favorire un soffio particolare, che non a caso di chiama ispirazione e si condensa non nel qualunque respiro, ma nell’arsi e tesi del verso della poesia. Continua a leggere Aura fritta

Lo dice Benjamin

Divorare libri: una metafora singolare, che dà da pensare. In effetti, nessun mondo formale viene a tal punto gustato, ingerito, disgregato e assimilato come la prosa narrativa. Forse è davvero possibile paragonare l’atto del leggere e quello del mangiare. Ovviamente, va tenuta presente soprat­tutto una cosa: il nutrirsi e il mangiare non hanno motivazio­ni del tutto identiche. La più antica teoria dell’alimentazio­ne, tanto più istruttiva per il fatto di partire dall’atto stesso del mangiare, sosteneva che ci nutriamo incorporando lo spirito delle cose mangiate. Continua a leggere Lo dice Benjamin