Per una “critica integrale”

Il significato dell’attribuzione “integrale”, aggiunta da Lucini a “critica” nel sottotitolo del suo libro su Dossi, si può svolgere, alla luce della situazione odierna, soprattutto in due direzioni:

– “critica integrale” significa che la critica letteraria diventa il modello di ogni critica, su qualunque versante si voglia muovere e quindi su tutti i versanti possibili. Significa che di fronte a qualsiasi fenomeno,  compreso il più neutro e innocente, c’è sempre da disporsi criticamente, indagando i retropensieri, il sottotesto, le sfumature, i dettagli. Significa mettere in atto l’“ermeneutica del sospetto”, doverosa in un mondo basato su relazioni asimmetriche, disuguaglianze, oppressioni, forme di dominio e cortine fumogene;

– ma “critica integrale” significa, nello stesso tempo, che la critica letteraria deve abbandonare la sola considerazione di valori di apprezzamento propriamente letterari (estetici o di mera qualità). La critica ha da essere spiegazione larga, che comprenda le strategie, gli interessi, i sistemi produttivi nel loro intero e intrecciato dispositivo, e infine si ponga il problema della posizione dell’elemento analizzato nel complesso dell’immaginario collettivo e degli antagonismi sociali.

La “critica integrale”, come la si cercherà di praticare qui, si intende tutta al contrario dell’integralismo. Semmai, visto che saranno implicate le questioni di gusto e – come oggi usa dire – dell’incorporazione, piacerebbe che fosse “integrale” come quel pane che è buono, ma fa anche bene alla salute.

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