Tutti gli articoli di francescomuzzioli

Seminario su il surrealismo e il cinema

Il ciclo di seminari su “Avanguardia e tecnologia” è proseguito con l’incontro dedicato all’argomento “Il Surrealismo e il cinema”. Si tratta quasi di un paradosso in quanto il Surrealismo, a differenza del Futurismo, non è affatto tecnolatrico, ma semmai tende al recupero di quell’elementare antropologico che è costituito dall’immaginazione, dall’inconscio, dalla pulsione, dal sogno. Tuttavia, proprio l’importanza creativa connessa al sogno conduce a servirsi delle arti dell’immagine come la pittura e il cinema (quest’ultimo a quell’altezza ancora giovane e non egemonizzato dalla cosiddetta “fabbrica dei sogni”).
Chi volesse ascoltare il dibattito che si è svolto lo trova a questo link:

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Mecozzi e il maestro

Gianmarco Mecozzi è autore assai raro nel panorama letterario attuale. Come poeta non disdegna il tono satirico-polemico, di sapore brechtiano, mentre come narratore ha dato prove di umoristica e parodistica fantascienza. Si è inoltre dedicato al teatro e da questa esperienza deriva il suo ultimo libro Il maestro. A fuoco i teatri, pubblicato dalle edizioni Momo.
È un libro principalmente di testimonianza che racconta una delle più significative vicende del nostro teatro di avanguardia, protagonista Carlo Quartucci (che è il “maestro”, appunto) con Carla Tatò e il Teatr’Arteria, un grande progetto “incendiario” (vedi il sottotitolo di “fuoco”) dentro il teatro e fuori del teatro, perché lo spazio performativo-artistico viene allargato e intriso per intero dall’istanza rivoluzionaria.
Nello stesso tempo, il libro ha un suo forte tenore stilistico: sulla spinta ritmica dei tre puntini di sospensione, la scrittura di Mecozzi incalza e s’impenna, deraglia e trascina, contagia entusiasmo e si fa teatro essa stessa nel dialogo-conflitto con un lettore ormai impigrito. In questo modo l’insegnamento del “maestro” non resta lettera morta, ma si trasmette fin dentro le modalità del racconto che lo rievoca. Continua a leggere Mecozzi e il maestro

Lo dice Bauman

Il fascista, suggerisce Littell citando Theweleit, non ha mai effettuato compiutamente la separazione dalla madre; «Il fascista è il “non completamente nato”. Il fascista non è uno psicopatico; ha effettuato «spesso efficacemente, purtroppo», una «separazione parziale», costruendosi tramite la disciplina, l’addestramento, esercizi fisici – un Io esteriorizzato che si presenta come una “corazza”. Ma questo «Io-corazza» non è del tutto ermetico, anzi è fragile, e il fascista rischia costantemente la «dissoluzione dei limiti personali». Per sopravvivere, deve esteriorizzare ciò che lo minaccia dall’interno per poterlo uccidere in una doppia effigie: quella del femminile di cui non si è mai del tutto liberato (opposto «al maschile») e quella della «liquidità» (l’opposto del solido e del «duro»). Attraverso questa lente dicotomica l’universo appare come un campo di battaglia tra elementi manichei separati da una lunga serie di contrapposizioni: e ognuna di esse non è che una variante della metacontrapposizione tra ordine e caos (o suolo solido e palude) (…). Continua a leggere Lo dice Bauman

A favore dello stile

Praticata sempre meno l’analisi del testo (ma di questo parlerò in altra occasione), l’approccio letterario appare sempre più abbandonato alla descrizione biografica o alle impostazioni morali-contenutistiche magari con risvolti empatici. Un estremo fronte di resistenza della prospettiva linguistica – dato che alla fine un testo qualsivoglia è fatto di parole – è rimasto lo stile, che ancora da varie parti riscuote qualche consenso. Forse perché, al contrario delle pretese scientifico-oggettivistiche del passato, è una nozione più flessibile e più adattabile alle pratiche della critica letteraria. E forse anche perché, in Italia, uno dei principali critici novecenteschi è proprio uno stilcritico come Gianfranco Contini. E a livello europeo c’è stato un Auerbach che tra l’altro ha saputo contemperare nel suo capolavoro, Mimesis, l’attenzione al linguaggio con l’orizzonte delle grandi epoche storiche. Insomma, la stilistica pare ancora godere, nei limiti del possibile, di buona salute. Continua a leggere A favore dello stile

Bàino nella Roma dei due Papi

Il romanzo salvato dai poeti? Proprio così, in un momento in cui i narratori sembrano tutti con pochissime eccezioni fagocitati negli standard di marcato, l’ultima speranza è negli scrittori che, grazie all’esercizio della poesia, sono ancora capaci di spessore linguistico e di libera  estrosità  stilistica. Un tale poeta prestato alla narrativa in un periodo di emergenza è Mariano Bàino, non nuovo per altro a esperimenti in prosa come il romanzo robinsoniano L’uomo avanzato (ora ristampato da Oèdipus, con un’aggiunta finale e un saggio di Cecilia Bello Minciacchi) e il giallo d’autore Dal rumore bianco. Ed eccolo di nuovo alla prova con Il cielo per Roma, pubblicato da poco da Exòrma.
Se Morselli aveva fatto la sua satira della Chiesa titolando Roma senza Papa, ora Bàino fa la sua con una Roma che di Papi ne ha addirittura due e neanche in accordo. Un romanzo fantastico e proprio del genere soprannaturale con “angeli e demoni”, e però allo stesso tempo molto terreno, molto corporeo (e vi si parla infatti di “incorporazione” e “biopolitica”). E quasi cronachistico, dato che i due Papi, L’Emerito e il Regnante, malgrado i nomi cambiati (Gregorio XVII e Materno I) sono ben riconoscibili e lo stesso vale per il morbo pandemico che circola, sebbene qui sia chiamato Morfar… Continua a leggere Bàino nella Roma dei due Papi

L’interruzione

“Critica integrale” compie due anni. Con 174 articoli pubblicati ha assolto pienamente lo scopo, che era quello di tener in attività le sinapsi del sottoscritto. Quanto alla ricezione, si sa che non è calcolabile e che il numero dei visitatori e delle visualizzazioni non conta (uno entra per curiosità pochissimi secondi, un altro per errore, un altro legge ma non condivide, un follower lo fa sperando nel contraccambio, eccetera ecceterone). Comunque, per festeggiare il secondo giro di boa, spero di far cosa gradita ripubblicando un vecchio articolo, mai più ripreso. Si tratta del pezzo uscito su “Alfabeta” 64 (settembre 1984) nella fase di preparazione del convegno sul “Senso della letteratura” che si è svolto a Palermo di lì a poco. Un convegno davvero importante i cui atti sarebbero da ripubblicare per intero e dimostrerebbero una buone dose di attualità.

L’interruzione 

Anche se la letteratura, nella sua forma scritta, è pronta a sopportare una fruizione interrotta — sguardo che si arresta pensieroso sulla riga oscura del libro, o che erra distratto altrove; mano che richiude il volume con un segno tra le pagine, o insoddisfatta lo squinterna e, al limite, lo getta lontano —, tuttavia il testo tende a costringere il proprio lettore in un insieme omogeneo, soprattutto quando punta su un coinvolgimento di tipo emotivo. Diciamo che il testo ci prende, allorché il «senso della letteratura» occupa per intero la sensibilità e la possiede mediante l’esca delle sue suggestioni. In questa attrattiva, l’interruzione è intoppo inopinato, inconveniente frustrante, mala creanza; è, davvero, l’estraneo che guasta l’atmosfera del consentimento. Continua a leggere L’interruzione