Aura fritta

La parola “aura” non va confusa con “aurea”. L’aura non è necessariamente fatta d’oro, di per sé non vuol dire altro che “aria”, solo in un modo più “aulico”. Però, già nell’uso lirico che si trova di frequente, tanto pere dirne uno, in Petrarca, vediamo che non è poi proprio la semplice aria in cui tutti i comuni mortali sono immersi. L’aura petrarchesca accompagna ‒ anche per ragioni di omofonia ‒ l’apparizione o il ricordo della amata Laura, magari accarezzando i suoi “capei d’oro” oppure muovendo “soavemente” le fronde e tutto il paesaggio intorno. Si tratta di un’atmosfera e pure di un genere speciale, quella che, quando la percepiamo, diciamo che si crea (“si crea un’atmosfera”): ed è qualcosa che caratterizza allora un luogo speciale e fuori dell’ordinario, sicché quest’aura, nonché aulica, può davvero diventare “aurea”, in quanto conferisce valore come una effusione dorata. Se l’aria in genere è necessaria per vivere, l’aura parrebbe favorire un soffio particolare, che non a caso di chiama ispirazione e si condensa non nel qualunque respiro, ma nell’arsi e tesi del verso della poesia.

Attenzione, però: perché Walter Benjamin nella sua ricerca dei caratteri della modernità ne ha visto uno precipuo nella “caduta dell’aura”. A un certo punto della storia, sostiene, quell’alito sublime si è affievolito e si è spento. L’aura nell’epoca moderna decade non solo in sede artistica con le nuove modalità del cinema e della fotografia nelle quali si viene a perdere il fascino dell’originale e quindi il culto verso di esso e di conseguenza entrano in crisi la distanza sacrale e le varie nozioni che le fanno corona («i concetti di creatività e di genialità, di valore eterno e di mistero», cui si aggiungerà il modello fruitivo del «raccoglimento»), ma decade anche nel mondo-della-vita, nella “povertà dell’esperienza”, quando nella folla della metropoli viene a mancare il rapporto con la natura e la rassicurazione dell’ambiente circostante, divenuto incerto e insicuro. Nel mondo artificiale la natura non ci riserva più il suo sguardo benigno e rasserenante. Non appoggiandosi più all’aura, la poesia perde la sua prerogativa, il connotato di nobiltà, quindi di supremazia di classe; non a caso già Baudelaire ‒ che Benjamin cita, infatti, ben a proposito ‒ aveva raccontato una perdita d’aureola, con il poeta scoronato nel mezzo del traffico cittadino. Del resto, la società borghese-capitalistica, a quell’altezza, ha sancito l’emarginazione delle attività che non portano immediato guadagno: nel mondo venale, sempre secondo Baudelaire, la Musa è ridotta a un misero “saltimbanco a digiuno” (La Muse vénale).
L’aura non è esattamente l’aureola, ma ne assume alcune caratteristiche: la forma di alone luminoso e quindi l’emanazione spirituale e l’emissione di un senso vago e intraducibile, al di sopra della norma. A partire dal postmoderno e dai suoi testacoda che fanno rimbalzare il meraviglioso tecnologico verso miti e residui storici, la poesia sembra molto propensa a rimettersela in capo, l’aureola, candidandosi a fare da contrasto all’economia. L’economia è il mondo “pratico”, meschino, calcolatore e corruttore, mentre la poesia sarebbe il mondo creativo che, in quanto emarginato e senza mercato, rovescia la propria condizione nel “senza prezzo”, pretendendo di essere nella purezza del “fuori”. Il che non è: come i disoccupati sono ben dentro il sistema sociale che non li utilizza, così la poesia è ben dentro il linguaggio collettivo che non può fare a meno di usare. È, lo voglia o no, con un segno nostalgico così come con un guizzo d’astuzia, l’altra faccia intimamente collusa con il potere da cui si pretende esente.
L’individuo non esisterebbe senza la società. E dunque, il ritorno dell’aura, ovvero della poesia ontologizzata o sostanzializzata, cioè attribuita a un essere distinto e distintivo, per quanto possa essere sostenuto con sofisticate teorizzazioni, affonda nel senso comune di una pratica diffusa e deteriorata. La poesia è oggi in genere tristemente banale. Esorcizzati l’avanguardia e lo sperimentalismo perché “senza cuore” e perciò impermeabili all’empatia, non resta che la pallida eredità dell’ermetismo trasformata in lirismo d’accatto. Ripristinare l’aura non è uno scherzo: è molto probabile che ne esca una cattiva imitazione di basso livello, con la degradazione ad “aura fritta”, secondo il brillante motto di Felice Accame (vedi il suo libro Il dispositivo estetico e la funzione politica della gerarchia in cui è evoluto, Mimesis editore). Assunta in qualità di hobby un po’ per sentito dire, magari sulle ali di ritornelli canzonettieri per credersi popolare, la poesia non si nega a nessuno; ma là dove sembrerebbe realizzata l’utopia di Lautréamont della “poesia fatta da tutti”, ne è però stravolto il senso, in quanto Lautréamont scriveva «La poésie doit être faite par tous. Non par un», mentre adesso è fatta da tutti, ma uno per uno! All’epoca di Gozzano era il “commesso farmacista” a inanellare «Il cor… l’amor… l’ardor» in omaggio alla «gran consolatrice». Oggi che i farmacisti hanno di meglio da fare ci pensa una gran pletora di camorristi, frammassoni, ministri, giornalisti, vescovi, scienziati, filosofi e in più tanti se non tutti i fakebookkisti. Per compensarsi della banalità del vissuto, non trovano di meglio che condividerlo in modi banali. Nella poesia come prova di esistenza in vita, l’identità malridotta si rifugia nel dirsi in versi, la personalizzazione del linguaggio coincide con una avara proprietà privata, l’intimità, se mai autentica nel foro interiore, trova comunicazione nell’immediatamente comunicabile, che, proprio per la fluidità della trasmissione, non può che essere stantio.
Come se non bastasse, l’aura ritorna con la New Age quale contorno colorato di ciascuno di noi, magari associata ai sette chakra, e il suo cattivo stato diventa una patologia da curare. Del resto è probabile che la gran parte dei poeti oggi si senta “ispirata”: e quindi abbia ancora rapporto con “arie” più o meno rapinose rischiando di andare in crisi di iperventilazione e di emettere, volenti o nolenti, le parole gonfiate della mistica poetica: emozione, anima, bellezza, ripetute a destra e a sinistra e consumate subito nel loro preteso anticonsumismo.
Dal canto suo, Benjamin contrapponeva all’aura la traccia:

La traccia e l’aura. La traccia è l’apparizione di una vicinanza, per quanto possa essere lontano ciò che essa ha lasciato dietro di sé. L’aura è l’apparizione di una lontananza, per quanto possa essere vicino ciò che essa suscita. Nella traccia noi facciamo nostra la cosa; nell’aura essa s’impadronisce di noi.

La poesia come attività consapevole, il poeta come operatore infiltrato nel linguaggio, che ne promuove l’igiene anche con terapie d’urto. Pratica liberatoria: già la baudelairiana perdita d’aureola vedeva nella discesa dalle nuvole del sacro l’affrancamento dal modello unico. La poesia si può fare in tanti modi, non è obbligatorio parlare di sé stessi. Si può fare anche inserendovi buone dosi di critica della poesia.

17/02/2021

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