“Intecchito” è una parola quasi inesistente. Io l’ho usata una volta, ma sbagliando la grafia ho scritto “intechito” (forse per analogia con “incotechito”). “Intecchito” con due “c” risulta essere di origine popolare toscana, ma è assente da quasi tutti i dizionari, anche i più voluminosi ed esimi. Indica l’atteggiamento di una persona irrigidita con il collo un po’ rientrato nelle scapole, i movimenti impacciati. Che di recente un premier si sia presentato in modo da richiamarmi alla mente questo termine così poco frequente, merita qualche riflessione. Dopo tanti personaggi “sciolti”, piacioni e desiderosi di apparire alla mano, a bucare come suol dirsi il dio video magari raccontando barzellette o dispensando battutine con qualche bell’ammicco, sembrava ormai passata in contrassegno dell’epoca nostra la figura del politico disinvolto. E invece… Continua a leggere Intecchito
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Eagleton, il senso giusto dello “spirito”
La parola “spirito” ha diversi significati: da quello propriamente “spirituale”, idealistico e immateriale, al fantasma dello “spiritismo”, al tasso alcoolico che si misura in gradi e infine alla battuta umoristica, “fare dello spirito”. È in questo senso che Terry Eagleton è un critico “spiritoso”. Del resto, avendo le sue radici intellettuali nel marxismo il suo non poteva certo essere uno “spirito” contrapposto alla materia. È però uno spirito contrapposto alla seriosità dogmatica: anche all’interno della tradizione marxista, Eagleton ha privilegiato il lato comico di Brecht rispetto alla maggioranza malinconica dei marxisti occidentali. La stessa “rivoluzione socialista” dovrebbe essere «un’epopea senza eroi, una poesia degli Unmensch, dei “senza nome” che non si rifanno a un’eroica “virilità” ma colgono la loro condizione come il rovesciamento di ogni virilità e di ogni eroismo», assomigliante più all’allegria della commedia che alla cupezza della tragedia.
Questa strategia di alleggerimento è confermata da un libro recente, pubblicato da il Saggiatore e tradotto in italiano con il titolo Breve storia della risata. Continua a leggere Eagleton, il senso giusto dello “spirito”
Il tacchino di Joyce
Sollecitato dall’anniversario, mi sono messo a tradurre le poesie di Joyce, poco note e in particolare le ancor meno note poesie d’occasione, prevalentemente a rime baciate. Come antipasto, edito qui il testo ispirato da un aneddoto: invitato a casa si amici parigini per il Giorno del Ringraziamento si scoprì che il tacchino, a causa di un incidente lungo il tragitto, era rimasto senza fegato. Nel testo, datato 1937, Joyce immagina che sia il tacchino stesso, in prima persona, a raccontare la sua disavventura.
MONOLOGO DI UN TACCHINO NEL GIORNO DEL RINGRAZIAMENTO
Siorre e siorri venghino, su venghino alla lesta
vi narrerò la sorte di un giorno di gran festa:
Madama mi presceglie per abbellir la mensa
e il pollarolo adornami con una cura immensa. Continua a leggere Il tacchino di Joyce
Seminario su Il codice di Perelà di Palazzeschi
I seminari della LUNA sul “romanzo anomalo” sono entrati nel vivo con l’incontro dedicato a Il codice di Perelà di Aldo Palazzeschi. Per quanto l’autore fosse legato alla temperie dell’avanguardia futurista, il suo testo si dimostra assolutamente indipendente e però non meno, anzi, più radicale (tanto che Palazzeschi può essere considerato un’alternativa di avanguardia al Futurismo).
Lo svolgimento del seminario può essere ascoltato o riascoltato qui:
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Lo dice Celati
Comunque, dopo il completo trionfo dello stato civile, la monomania romanzesca si nutre solo di ansie di identità, ansie di identità dell’individuo che vuol essere bene integrato, facendo lo scrittore. Prosa dell’obbligo, umanista per convenzione, scolastica per norma, con un italianese da romanzo diventato regola editoriale. Nudi schemi, trame per tenere in piedi una baracca di significati che lusinga il lettore, cioè lo lusinga di capire come va il mondo. Continua a leggere Lo dice Celati
Aura fritta
La parola “aura” non va confusa con “aurea”. L’aura non è necessariamente fatta d’oro, di per sé non vuol dire altro che “aria”, solo in un modo più “aulico”. Però, già nell’uso lirico che si trova di frequente, tanto pere dirne uno, in Petrarca, vediamo che non è poi proprio la semplice aria in cui tutti i comuni mortali sono immersi. L’aura petrarchesca accompagna ‒ anche per ragioni di omofonia ‒ l’apparizione o il ricordo della amata Laura, magari accarezzando i suoi “capei d’oro” oppure muovendo “soavemente” le fronde e tutto il paesaggio intorno. Si tratta di un’atmosfera e pure di un genere speciale, quella che, quando la percepiamo, diciamo che si crea (“si crea un’atmosfera”): ed è qualcosa che caratterizza allora un luogo speciale e fuori dell’ordinario, sicché quest’aura, nonché aulica, può davvero diventare “aurea”, in quanto conferisce valore come una effusione dorata. Se l’aria in genere è necessaria per vivere, l’aura parrebbe favorire un soffio particolare, che non a caso di chiama ispirazione e si condensa non nel qualunque respiro, ma nell’arsi e tesi del verso della poesia. Continua a leggere Aura fritta