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Inediti d’estate: Jonida Prifti

Jonida Prifti

A squarciagola

terza gola

Dal passato si apre un varco. Il mare attraversato, nella luce cadente, nelle ore sommate.
All’arrivo, uteri neri spuntano dal cemento. Una terra tutta di urli, come vento in eco tra i monti. Piomba l’arma dal nascondiglio, punta a rovescio se hai forza! Questo canticchiare a filastrocca, a rompersi dentro la bocca, giù in fondo sulla collina, la sostanza di quella donna. Solo l’ombra del suo volto, a schivare il proiettile che finisce nell’urlo del ciliegio. Lì nel campo, sì al centro, l’albero in fiore, sparge echi di petali trapassati. La madre fortunata, si piega ai piedi del ciliegio mezzo spoglio, a rabbrividire nel suo corpo. Gli spari sono fionde che lanciano rocce.

L’uomo risponde lanciando un grido dopo la festa, preso dall’ebrezza del suo pianto.
Il colpo cieco, il botto che in aria semina uteri ammucchiati in campi arati.
Giù, tutte giù, strillano ‘madre’, i bambini sotto braccio. Nel frattempo corri cane, segui pecore al tramonto, per la via di fango porti in salvo.

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nona gola

Quante lingue in questo vuoto. Com’è fatto l’abisso? Nella testa un precipizio, ecco il corpo a cadere, in lenta progressione nel movimento, sto dramma nel cervello, ad autocommiserarsi inutilmente, per dare un significato a quel che sento, lascia che sia, un vortice di emozioni in ascesa. In quella salita ripida, con i contadini e il campanello, a segnare ogni passo, ricordando che la vita non è vittimismo. Ah quanto odio in questa parola, la sua distensione perspicace, tutto è vittima, anche il cesso senza tavoletta, dopo lo scarico accorda un lamento, perciò cara, non sbagliare mira al suo ingresso.

Gira un vortice intorno alla notte, sui piedi in tondo gli uccelli cantano spogli di piume, sgombro per cena, sfilettato per benino che le lische s’infilano sui denti come parole fuori posto, in cambio del silenzio una ruota muta cresce, dalla motrice vite storta.

Atonia uterina

In questo grigio intenso delle ali di uccello sulle vetrate di oscure recitazioni, una campana e un click di lampada sommerge la via interna. Sui rivoli adombrati risuona da lontano la rivalsa di non so quale viaggio marino, che forse deve ancora accadere. Il miscuglio sradicato di radici fluenti, lastricate sensazioni dovute a tremolii di paure, di saltare la ghiaia scalza, nel tremore delle braccia, sul ponte che crolla davanti alla signora che si spoglia dal suo odore, lentamente si innalza su travi della storia scalfita da rombanti velieri, sostanza rovesciata, nelle teorie stucchevoli di bocche cangianti, mi tengo in piedi, a temperare roteante, mi raccolgo.

Questo incontrarsi dentro fili di mobili azioni, riconducibili a questioni private non emesse, ma tenute in uno stato di attività costante sulla stessa vibrazione mentale. Il sangue non può che accelerare certe interne rotazioni incombenti, come fossero rubinetti a specchio di ottone, mi vedo storta nel riflesso, per forza a distorsione d’essenza di qualcosa che non so decifrare e perciò mi leggo.
Dentro il cappuccio verde gli operai africani si passano secchi di vernice nella carriola vuota irrompe una memoria a latrina, di quelle che riconosci senza nessun preavviso, senti quel roteare di ricordi comune a loro, a quella degli altri, ed ecco che si rovescia la carriola con il vuoto della sua memoria.
Una ragazza con il pantalone arancione segue gli operai con il carro attrezzi. In questa pioggia sfreccia il carro. Loro a mani vuote, senza secchio né carriola, strisciano sulla carreggiata contro la segnaletica stradale, rovesciano lo strato della terra, a testa in giù i loro occhi dentro l’appeso.

Estratto dalla prosa poetica A squarciagola. Atonia Uterina. L’inedito si è posizionato nella rosa dei tre al “Premio Pagliarani” (2024).

28/08/2026

Inediti d’estate: Paolo Pelli

PAOLO PELLI

AFORIMA

Tra coscienza e res extensa
si condensa vera essenza
in istanza che sopravanza
la tua mera intelligenza
che di te può fare senza

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PASTROCCHIO

in una testa d’abbacchio
vacilla e stilla l’occhio

scrocchia gomito e ginocchio
s’incricca tutto l’accrocchio

per il rotto della cuffia
me ne esco col menisco
e la cuffia dei rotatori

nera rena nei reni
sventrati atri ventricolari
coro di croniche coronarie
polverosi rosi polmoni
chiome a macchie
ragadi e degradi
una cartagine di cartilagini

temi di rattrappirti
e metti trippa
parte dei tuoi appetiti apre
a patemi e primi attriti

dormono ormoni
su grami orgasmi
prostrata prostata
pullulare di pillole
pastiche di pasticche
di compresse e complessi

né indenni son tendini e denti
lì – se noti e intendi –
s’intana e annida tua identity

l’io lì nell’ileo è a lui alieno

PERDISONNO

Perditempo a perdifiato
perdigiorno non prendi sonno
l’orologio dell’oro elogio
è logorio e necrologio
Perdita al netto su lordo prodotto
là dove predetto t’han già condotto
nello scambio non c’è guadambio
i tuoi piccioli ridotti a spiccioli
Per dindirindina il dindarolo
e quel dondolo del lavoro
perdi anni per danni e dolo
però perdoni i tuoi predoni
pardon, padroni
Perdinci non ti convinci
sarai da vinci ma non comprendi
che stringi stringi e quindi e quinci
se vinci perdi e se perdi vinci

MATERICA

1

Si sbraca la breccia si sbriciola
si sbecca la roccia si screpola
la biacca rabbercia lo sbrego
lo sbieco arriccia la buccia
il biacco s’abbranca ci sbircia
s’abbarbica barba d’erbaccia

2

polla paludosa
paludata e ampollosa
franosa farragine
di ruggine ferruginosa

3

Una struttura
rotta e distrutta
una tortura
una roba brutta
una natura
aborrita e storta
una bruttura
abortita e morta
una frattura
sutura aperta
che dà la stura
borbotta e rutta.

CANZONACCIA

’Sti bacarozzi
’sta rozza gazzarra de zozzi
ch’azzanna strozza
gargarozzi sgozza
ch’ammazza mozza strazzia
’Sti màrtiri assassini
vigliacchi burattini
spauracchi de deliri
mèsse de vampiri
’Ste nazzioni a zone de nazzi in azzione
leggione de senza faccia e assenza de raggione
che spaccia religgione in panza alla feccia
a caccia de violenza e assoluzzione.

In una fortezza de bruttezza
la grettezza impazza
in razzi e cazzi la deterrenza
in spezzata giovinezza de violenza
s’ammass ammass ammassa indigenza
ricchezza va in monnezza de potenza.

GRANDE INGORGO

A bordo del mio mezzo albergo
qui nel brodo in mezzo al gorgo
gregario del grande borgo io non reggo
il gergo di digrignanti gridi e di degradi
grandguignol di ghigni sgangherati
di drogati trust di gare volgari e gogne
di gordiani nodi di governi vergogna
gravidi di divi ingordi grondanti orgoglio
d’aggregati d’aggrediti a grevi bordate
ghenghe di sderenati a sordidi bagordi
da terga smerdati in sgarbi aberranti
di borghesi sbrachi di borgatari sgarri
d’orge di trogloditi e d’arroganti
d’orde di regrediti di banditi e di briganti

DISCANTO

scordo scoordino scardino
disgrego e disosso discorso
scontato lo scorno e lo scacco
diserto a dispetto e dispiaccio
scomposto in scolio lo scazzo
distonico disforico dispaccio
scorato scorbutico e scarno
discorde di sopra e di sotto
scontro scarto e sconquasso
discrasico disturbo e disagio
scotto sconforto e scandalo
discount e discarica a discanto

18/07/2026

Inediti d’estate: Michele Fianco

Come tutti gli anni, anche in questo settimo, “Critica integrale” in piena canicola va in vacanza, ma non lascia i suoi lettori in crisi d’astinenza. Questa volta lo spazio di agosto verrà riempito dagli inediti di autori vicini al blog. Si incomincia con

Michele Fianco

Preàfasi
Così, quasi come preàfasi, scrivere piano per poi poter dire a te cosa? Talmente vasta la prospettiva, che supera gli angoli massimi concepiti, e non viene in a tempo più vicino ai saluti che alle albe; e disegnerò allora appena qualche linea perché tu possa avvicinarti, poiché non lo chiedi, qualche linea che ha preso evidenza solamente in ultimo, vista l’inseguibilità dei momenti, l’inconsecutività delle esistenze; e ogni cosa nata in un fragilionesimo di istante, mi proverò a renderla più visibile, più pacifica, più lenta; allora, tenta di contar le cose: conta l’ospite, il prototipo, il differire, il levare, e l’errore che si cerca, e la sostituzione di specie, conta almeno queste poche cose, se puoi e se proprio vuoi; e mi auguro non ti sembri un’inutile didascalia quel che vado a dire, nel modo in cui lo vado a dire, che poi lo sai, non mi appartiene, né mi è appartenuto mai. Dici, scrivere ancora, ma per poi definire cosa? I fatti, i fatti, la cronaca, e le adesioni, e i manifesti, figuriamoci, allagano i pensieri; le parole se non hai cura ed esperienza, rendono riconosciuta ogni cosa, quando a noi chiama a sé quel che è irriconosciuto, ancora imparlato, invece. E allora lascio qui, sopra l’ultima frase, qualcosa che scivoli via l’inerzia, visto che a chiedere non insisti; lascio qui l’idea di poche memorabili parole, e considerale pure i nostri accenti, i nostri incontri, i nostri infantili ridere, se puoi e, sempre, se proprio vuoi.

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L’ospite
L’ospite, l’ospite avrebbe avuto così, quale inclinazione prima, chi alle abitudini, al codificato, camminava accanto, e l’idea di esser ospite come fosse indossata da sempre, ogni istante, per decadere così l’acquisito, il confinabile, l’appartenere, l’appartenere… Che l’occasione più imprevedibile, o anche la più semplice – dove traslocherà l’ospite non sapeva e non avrebbe saputo –, di appartamento in appartamento, negli appuntamenti sempre meno definiti nei luoghi, negli orarii, o negli incontri più fondi – attenzione! – l’ospite sarà dentro il momento più del momento, e non avrebbe lasciato mai parole dietro di sé, come a dire “gli anni più inconcepibili della mia vita”, se in quegli anni inconcepibili vi fossero stati, come vi erano stati, altri incontri, altre esistenze e ogni cosa da non coinvolgere, da tener da conto, da non sporcare.
O anche l’ospite, in definizione alternativa e limitata: non dar mai merito, mai soddisfazione alla vita, e questo a salvaguardia di una presunta degnità, a salvaguardia di una presunta interità.

Prototipo o fuga?
E continuando, prototipo o fuga? Il prototipo lasciava lì, evidentemente, giusto un quesito da articolare in risposta: prototipo o fuga? Arriverebbero a un certo punto a esser confusi, probabilmente. Una certa intenzionalità, se proprio, forse… “Mi penso di aver scritto, ideato, realizzato solamente prototipi, ma non qualcosa che necessariamente non c’era e poi vi è stato, ma qualcosa che l’avvio, il sistema, la motivazione potevano esser prototìpici”. Ma allora, il fuoco spostato di volta in volta – quel che un prototipo naturalmente fa – può significare una fuga, una non insistenza, colpevole, debole, flebile, secondo quel che si assume come idea di forte. “E l’insistenza del prototìpico, allora? Non sarebbe più una fuga, ma al limite un impianto di fughe, una teoria di fughe”. Ne deriverebbe, al fine, il prototipo come antidoto al definito, al dimostrabile, al rintracciabile, per arrivare, in ultimo, alla dimenticabilità di chi ha scritto, ideato, realizzato quel qualcosa, allo scordarsene affatto. Per forza.

Differire meglio
E quasi per naturale estenuazione, si arriverebbe infine a una differita, un differire. Come una lente il differire, la differita, da differire meglio. E, in conseguenza, condurla da semplice constatazione a vero e proprio strumento di scavo. Premessa: quel che è nuovo, novità, esperimento dilata l’idea di un tempo infinitesimale, misurabile, da infinire, lo apre fin quasi alla dismisura. Se poi incastonati – il tempo nuovo, novità, esperimento – in un tempo frenato, ad alto coefficiente di decelerazione, ecco che vengono moltiplicati per zero o restano del tutto inosservati, il tempo nuovo, novità, esperimento. “Mi penso di aver scritto, concepito, realizzato solo differite, anche lungo la linea dello spazio.” E qui si immagini una non-immersione, un “se fosse altro da qui?”, un poster sei-metri-per-tre (poniti a un centimetro / poniti a venti metri), e un designer (il dettaglio) e un urbanista (l’insieme), assieme, infine. Addivenendo, in conclusione, alla presbiopia, presbiopia, uno sguardo allontanato, a distanza, come indubitabile misura di evoluzione civile; ché da un limite fisico, minimo, logico poteva anche darsi un incremento in civiltà, sì.

Una vita “in levare”
Chiaro che ora, a questo punto, lasciato lì il levare, quale parola sospesa, lasciata lì, per intera, una vita in levare, cosa avrebbe potuto significare? Parlerei piano piano di un poco di questo, di un poco di quello, come quando dopo, solo dopo, si raccolgono via via quelle frasi che sembrano esatte a giustificare, a legittimare; e se fino a questo istante un’intuizione non ti ha ancora preso, non la troverai sicuramente nel a togliere, in ogni less is more che si possa ripetere e ripetere; e non avendo voglia, o per tema di esagerare o non avendo voglia veramente, si apre ora tutto quanto all’esigenza di una pausa, di una breve passeggiata, di una piccola rigenerazione che ti può fare uno stacco, uno stacco… Non si può, del resto, sempre, dire proprio tutto tutto.

E comanda il ginocchio
E comanda il ginocchio, e non poteva esser che così, dopo che la testa, finestre, errori messi lì, prospettive larghe di spalle, sorrisi e quant’altro. Comanda il ginocchio, dici; il mondo intiero che tu ti sfili, rientri e provi a modellare quei metodi, ma che metodi sono senza procedura, senza protocollo, dicono? Comanda chi vince, sì, ma in un inverosimile imbrunire che smette solo verso notte, questa radio continua, la radio, di cosa sia democrazia, cosa voler dire, di recuperi infiniti fin nei brindisi dell’io, ma che cade, ogni volta, il bicchiere. È che alla fine, come sempre, che tu sia il tuo mattino, primo pomeriggio o sera, vi sarà sempre una buonanotte, “buonanotte, tesoro”; e comanda il ginocchio.

da Gran riserva

08/07/2026

Amendola, Illogico Remake

Ospito volentieri nella sezione pdf di “Critica integrale”, il nuovo libro-progetto di Antonio Amendola. Il titolo è Illogico remake e ripercorre le tappe dell’esperienza musicale del gruppo degli “Illogico”, cui l’autore ha preso parte. Non è un libro semplicemente autobiografico, perché intanto si allarga a ripercorrere le maggiori esperienze ispiratrici, offrendoci una personale e originale compilation di antecedenti e antesignani nel corso degli anni.
Inoltre il libro non è scritto in modo semplicemente lineare, ma utilizza visivamente i procedimenti dell’Amendola scrittore, le variazioni di corpi tipografici, la dislocazione nella pagina, i puntini di sospensione, e quant’altro rende la lettura una sorta di avventura e traduce in vivacità per l’occhio i modi di “interferenza” e “turbolenza” dell’esperienza sonora.
Un remake che torna indietro, ma che gioca con fughe in avanti e mescola i tempi, tant’è vero che comincia là dove i libri di solito finiscono, cioè con la bibliografia… Continua a leggere Amendola, Illogico Remake

Tutto Pignotti

In attesa di festeggiare a breve il suo centesimo compleanno, Lamberto Pignotti ha già ricevuto un bel regalo: un ampio volume di oltre 800 pagine che racchiude la sua produzione di scritture, come si suol dire, “lineari”, edito da Mimesis e curato da Teresa Nocita sotto il titolo Opere letterarie.
Un percorso oltremodo significativo, quello del nostro autore, che attraversa il secondo Novecento e l’inizio del XXI° secolo, costeggiando sempre in modo originale avanguardia, postmoderno e oltre, con l’apporto di uno spiccato spirito di ricerca sperimentale.
Naturalmente, prima di affrontare la lettura, occorre tener presente che si tratta solo della metà del pianeta-Pignotti: l’altra metà, quella della poesia-visiva e della performance, che non poteva essere documentata qui, scorre in parallelo con le opere letterarie e mantiene con esse un contatto stretto e coerente. Non solo, ma ci sarebbe anche una cospicua terza metà (!?), costituita dall’opera critico-teorica di altrettanto spessore delle precedenti e ben connessa con loro. Continua a leggere Tutto Pignotti

Per Carla

Carla Vasio si è spenta il 24 gennaio dopo una vita, lunga più di un secolo, dedicata alla letteratura o, per meglio dire, all’elaborazione attenta e esigentissima della scrittura. Io l’ho conosciuta verso la fine degli anni Settanta e da lì in poi è stata una mia grande amica ed abbiamo passato ore intense a conversare tra presentazioni, letture, convegni, visite nella sua casa piena di libri (con il gatto Lalique) o attraverso il filo del telefono, con il giovamento del suo gusto raffinato e geniale, e di quelle che lei chiamava le “cattiverie”, che poi non erano altro che le giuste critiche all’ambiente letterario che ci circondava, a stigmatizzare quanto di approssimativo, petulante, presuntuoso e ridicolo vi circolasse. Addirittura quando si sentiva valorizzare come “scrittura al femminile” il suo sguardo tradiva una paziente sopportazione.
Carla aveva partecipato alla stagione del Gruppo 63 e questa esperienza le era stata fondativa. Ancora a distanza di tempo, nelle sue memorie di Vita privata di una cultura (2013), proprio nella pagina iniziale, lo ricordava come il segno di una alterità che non aveva finito di informare i suoi comportamenti: «Si può ammettere che eravamo scomodi, ed a quanto pare continuiamo a esserlo». Continua a leggere Per Carla