Eagleton, il senso giusto dello “spirito”

La parola “spirito” ha diversi significati: da quello propriamente “spirituale”, idealistico e immateriale, al fantasma dello “spiritismo”, al tasso alcoolico che si misura in gradi e infine alla battuta umoristica, “fare dello spirito”. È in questo senso che Terry Eagleton è un critico “spiritoso”. Del resto, avendo le sue radici intellettuali nel marxismo il suo non poteva certo essere uno “spirito” contrapposto alla materia. È però uno spirito contrapposto alla seriosità dogmatica: anche all’interno della tradizione marxista, Eagleton ha privilegiato il lato comico di Brecht rispetto alla maggioranza malinconica dei marxisti occidentali. La stessa “rivoluzione socialista” dovrebbe essere «un’epopea senza eroi, una poesia degli Unmensch, dei “senza nome” che non si rifanno a un’eroica “virilità” ma colgono la loro condizione come il rovesciamento di ogni virilità e di ogni eroismo», assomigliante più all’allegria della commedia che alla cupezza della tragedia.
Questa strategia di alleggerimento è confermata da un libro recente, pubblicato da il Saggiatore e tradotto in italiano con il titolo Breve storia della risata.

Forse anche grazie alla difesa dell’ironia, Eagleton è stato uno dei pochi intellettuali impermeabili alle mode, esprimendosi senza riguardi su Le illusioni del postmodernismo e, in un secondo momento, andando a vedere le carte del culturalismo (L’idea di cultura).
Per quanto riguarda il libro qui in esame, ricordo che il titolo originale era Humour, tuttavia il titolo della traduzione che sceglie l’indicazione più generale della risata non è arbitrario in quanto effettivamente il libro esplora con ampiezza di prospettiva il ventaglio e le diverse componenti del comico. Per altro, non solo Eagleton apprezza e teorizza la letteratura che fa ridere, ma è anche un critico che sa sfruttare al momento debito la battuta e il gioco di parole (egli ha affermato che questo è dovuto alle sue origini irlandesi). Tra le tantissime barzellette che infiorano il libro, valga da esempio, questa che circolava nell’Unione Sovietica: «Il capitalismo è lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, mentre il comunismo è invece l’opposto».
Il libro si avvale di una ampia competenza cronologica e internazionale, e si appoggia al dibattito teorico con tutti i riferimenti del caso, da Freud a Bachtin, comprendendo ovviamente Brecht. Fa anche passaggio nelle zone più paradossali del riso, come l’umorismo nero, dove si ride con e contro la morte e si ottiene la superiorità massima sull’esito più negativo che ci aspetta e tuttavia lo fa rasentando il peggiore cinismo. Valga questa barzelletta (che estraggo dal libro):

Paziente: Quanto tempo mi resta da vivere?
Dottore: Dieci.
Paziente: Dieci cosa? Anni? Mesi? Giorni?
Dottore: No, no: dieci, nove, otto, sette…

L’ottica di Eagleton qui è prevalentemente antropologica, parte dall’effetto corporeo eclatante dello “scoppio” di risa che appare violento e incontrollabile, accompagnato da gesti scoordinati. «Si tratta ‒ scrive l’autore ‒ quasi letteralmente, di un disturbo corporeo». Che, per giunta, ha un rimbalzo contagioso: chi vede ridere finisce per ridere a sua volta, e ciò è visto come una sorta di associazione spontanea, di collante collettivo, quindi di «lubrificante sociale» che facilita i rapporti.
Nell’ultimo capitolo, La politica dell’umorismo, non poteva mancare la domanda sulla tendenza. Da che parte sta il comico? Quella socializzazione che gli è propria va a favore della società costituita oppure delle alternative? Il riso contiene la superiorità dei più che deridono il diverso oppure la diabolica messa in crisi dei valori più asseriti? Se «il confine tra comicità e cinismo può quindi essere estremamente sottile» (come si è visto nella scenetta del Dottore e del Moribondo), ci si può anche domandare di quale cinismo si tratti: quello di Diogene o quello del nazista? A questi interrogativi Eagleton risponde incentivando il versante progressista della risata. Vi vede lo sguardo da fuori degli stranieri stranianti, come quegli scrittori irlandesi «che si sono ritrovati nella metropoli inglese con null’altro che la propria arguzia e hanno continuato a fare del loro status ibrido di insider/outsider un proficuo uso teatrale». Sottolineando l’incongruenza che è spesso alla base del riso, ne trae l’indicazione di un assalto alla logica standardizzata e prestabilita. Vi vede un vaccino contro l’insaziabilità della proprietà in quanto «può permetterci di rilassare la nostra brama di padroneggiare e possedere e, quindi, di vedere l’oggetto libero dalle compulsioni dell’appetito e del bisogno». Impedendo l’empatia e il sentimentalismo, inevitabilmente seriosi (la commozione e il pianto sono il suo contrario), il riso porta a una sana distanza, nelle vicinanze dello straniamento di Brecht («una valutazione distaccata, attenta al conflitto e alla contraddizione, è qui il nemico delle rivendicazioni assolute»).
Poiché gli equilibri sono la cosa più difficile del mondo, il comico-umoristico si appiglia al ridicolo delle nostre inevitabili contraddizioni. Scrive Eagleton: «Per farla breve, siamo creature comiche prima ancora di aver fatto una battuta, e buona parte dell’umorismo sfrutta questa fenditura o auto-divisione nel nostro sistema». Si dirà che proprio queste contraddizioni producono terribili lacerazioni interiori: Eagleton, attraverso la letteratura, ci insegna una strada per non cadere nel dolorismo regressivo e bloccante. La risata è un modo per risolvere creativamente qualsiasi impasse, con uno scarto «dal regno della necessità al regno della libertà».

7/03/2021

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