Il romanzo anomalo

La forma-romanzo ha una lunga storia ed ha, nelle sue prime apparizioni moderne, lo stigma della libertà (Rabelais, Cervantes, poi Sterne lo concepiscono come invenzione sempre nuova, non come codice da rispettare). Secondo Bachtin il romanzo cresce con l’emergere della borghesia ed è la forma letteraria legata al presente e alla varietà sociale, mentre l’epica guardava al passato e alle origini fondative. Al suo interno però è sempre passibile di divaricazioni: può orientarsi, secondo Bachtin, in senso monologico (di chiusura attorno a un asse principale) oppure aprirsi ‒ opzione più auspicabile ‒ alla pluralità (polifonia, plurilinguismo, ecc.). Nell’Ottocento si stabilizzerà una vocazione “realista”, con risultati anche di grande complessità e problematicità (ma già allora con le deroghe nel fantastico).

Oggi la forma-romanzo appare desolatamente semplificata, stritolata nei calcoli dell’industria culturale. In parte per la riduzione dei margini di manovra della scrittura e in parte per la perdita di “differenza” rispetto alla narrazione generica, confusa com’è insieme a testimonianza e autobiografia (o perfino alla storia) in un calderone di contenutismo e di immedesimazione empatica nella “vita degli altri”, nonché in una fiera di narcisismi a buon mercato e di presunte identità.
Che cosa c’è di male? Innanzitutto che, così ridotta la forma-romanzo inseguendo più fortunati media-spettacolo, essa appare, in sintesi, come la dimostrazione che alla fine tutti i problemi si concentrano nella sorte di un individuo, che l’“anima” sia una specie di psiche unitaria e stabile (un “carattere” identificabile) e che il nostro buon cuore stia nel vibrare (ma a distanza di sicurezza) per le vicende commoventi. Mi è capitato di ipotizzare che la forma-di-fiction sia l’altra faccia del feticismo delle merci analizzato da Marx: mentre in quello il “rapporto tra cose” prende il posto di un rapporto tra persone, nell’altra un “rapporto tra persone” sostituisce il “rapporto tra cose”, cioè le relazioni impersonali-sociali.
Di qui l’importanza di ritornare alle radici anarchiche del romanzo e alla pluralità bachtiniana, in quelle che sono state e possono ancora essere le “anomalie” del romanzo. Che non sono solo delle “negazioni” del codice invalso, ma sono soprattutto delle “liberazioni” creative. Ne enuncio alcune, in modo un po’ scolastico e sommario, sicuramente da integrare.

Al livello della trama:
l’anomalia si porta agli estremi: troppa o troppo poca. L’eccesso della trama sta nella moltiplicazione dei personaggi a scapito dell’unico protagonismo. L’intreccio diventa inestricabile e la memoria del lettore è messa a dura prova. Il romanzo cresce ipertroficamente a dimensioni “mostruose”. L’eccesso opposto è una narrazione in cui non accade nulla. In entrambi i casi è messa in crisi la riduzione del riassunto. Può manifestarsi benissimo dentro la struttura come deroga improvvisa e sorprendente della digressione che parte per la tangente. Si può segnare qui inoltre la liberazione dalle costrizioni del “mondo possibile”, e cioè la libertà totale dell’onirismo, più ancora che del fantastico.

Al livello del personaggio:
il personaggio può venir deformato nei modi del comico, del grottesco, del caricaturale; può essere ripreso da altri libri e messo in situazioni “impertinenti” (la parodia), abbassando così le possibilità di identificazione. Può essere portato fuori dell’umano e dimostrare la non coincidenza tra personaggio e persona.

Al livello del narratore:
se il personaggio non umano (che a rigor di logica non potrebbe parlare) racconta la storia ci troviamo nei classici casi dello straniamento. Inoltre si può dare il “narratore inattendibile” che contraddice la convenzione del “credito” del narratore. Ugualmente a sottolineare la convenzionalità è il procedimento dell’autore che invade la sua stessa storia nella metanarrazione.

Al livello del commento:
anche qui l’anomalia è negli estremi opposti. Dove il commento non interviene abbiamo il romanzo “percettivo”. È la modalità narrativa che più vuole avvicinarsi all’autenticità del vissuto (che è disorganizzato, caotico, dispersivo). È questa, anche, una modalità che annulla gli “effetti di trama”. Può arrivare anche a guardare la storia da fuori (una sorta di comportamentismo) che è esattamente il modo con cui percepiamo ciò che accade attorno a noi (qui si annulla l’onniscienza del narratore). Nel versante opposto, il commento si prende troppo spazio: abbiamo il romanzo-saggio e le strutture che mescolano linguaggio propriamente narrativo e linguaggio propriamente argomentativo.

Al livello della scrittura:
lo spessore linguistico e stilistico è proprio quello che oggi l’industria culturale tende a sopprimere radicalmente, allo scopo di rendere scorrevole la lettura. L’anomalia, allora, risiede in una iperstilizzazione, che può essere aumento del tasso di figuralità (includendo il lessico desueto, le metafore, la sintassi complessa), oppure del tasso di eterogeneità dei materiali nel montaggio di una struttura frammentaria.

Un’altra importante anomalia è quella dell’allegorico: se quel personaggio è rappresentante di altro, se la sua presenza è quella di una parola in un discorso, allora come è possibile immedesimarsi?
Ma qui è necessaria una precisazione, proprio sulla parola d’ordine, oggi corrente dell’empatia. Vorrei dire: c’è empatia ed empatia. In quella corrente è come se l’approccio al romanzo fosse l’equivalente di come ci comportiamo quando un conoscente ci racconta quello che gli è capitato, cui partecipiamo con vivo interesse, quasi occorresse a noi. È un’empatia che “rivive”, un’empatia antropomorfa. Nel romanzo anomalo c’è un altro tipo di empatia, non antropomorfa, in cui partecipiamo con passione alle operazioni verbali, alle invenzioni bizzarre della libera creatività e anche ‒ perché no? ‒ alle decostruzioni del senso comune.

Questo articolo vuole essere l’introduzione provvisoria a un tema che verrà dibattuto e articolato nel corso delle prossime sedute dei seminari della LUNA previste nel 2021, secondo un calendario che verrà reso noto nel prossimo gennaio.

29/12/2020

2 pensieri riguardo “Il romanzo anomalo”

  1. Mi piace molto, perché sistematizza in modo breve ed essenziale i tratti essenziali di una “narratologia” del romanzo d’avanguardia, e lo fa in modo drasticamente propositivo. Grande Francesco!

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