Fare di ogni estetica una semiotica

Tempo fa, durante una delle discussioni che facevo con gli studenti a fine corso, uno di loro mi chiese dove fosse andata a finire l’estetica. Non perché non pronunciassi mai quella parola, che anzi veniva spesso indicata, nominando gli Hegel e i Croce, in opposizione all’allegoria; ma effettivamente non mi servivo del suo vocabolario nel commento ai testi, evitando di usare termini come bello, splendido, ineguagliabile, mirabile, sublime e quanti altri si vogliano come rilevatori di valore. Quello studente aveva colto non so se un punto debole, ma certamente un punto decisivo del mio modo di approcciare il testo letterario.
Di lì a poco quell’accorto studente si sarebbe laureato con una tesi su Antonio Gramsci, trovandovi il suo problema risolto con una coesistenza di valore culturale e valore estetico. Personalmente, trovo che sia difficile far stare insieme le due dimensioni e ritengo si debba fare un passo oltre: fare di ogni estetica una semiotica.

Non entro qui sulla definizione della sfera estetica, oscillante tra l’instaurazione di misure canoniche quasi-matematiche (la simmetria, la sezione aurea, l’armonia, la ricorrenza ciclica) e la vaghezza indefinita del “certononsoché”, l’impalpabile prestigio che “distingue” la classe dei detentori del gusto giusto. Ma rimaniamo anche soltanto al concetto-base dell’estetico relativo alle sensazioni buone o cattive che si provano di fronte ad oggetti idonei. Tali sensazioni (oggi si direbbe “emozioni”) sono innegabili e potrebbero a buon diritto essere materia di statistica (oggi i “mi piace”/”non mi piace” della rete sono effettivamente calcolabili). Solo che bisognerebbe porsi alcuni “perché”. Non si tratta ‒ voglio dire ‒ di eludere l’estetica, bensì di riconvertirla: riconvertire i suoi segnali in segni. Dall’impressione (iniziale) e dalla contemplazione estatica (finale) passare alla spiegazione (vi è in questo passaggio la scelta di una distanza critica che ho trattato in un precedente articolo).
Si potrebbe diversamente dire: dall’espressione all’intenzione. Infatti, si può supporre che l’opera artistica nasca da un sovraccarico interiore (sentimento) che spinge ad esteriorizzarsi, addirittura, secondo i classici, per azione di una forza sovrumana (l’ispirazione, la Musa); tuttavia l’espressione è pur sempre frutto di una decisione comunicativa, quindi di una intenzione. Per valutare nel merito occorre allora capire l’intenzione, il gesto significativo (la strategia) che abbiamo di fronte. Ecco allora il passaggio a una semiotica che (per usare il termine che ho scelto per questo blog) definirei integrale. O, per meglio dire, una “lettura” che dovrebbe muoversi tra procedimenti e dispositivi: i procedimenti (suggeriti dal formalismo) sono le tecniche interne al codice settoriale, quindi sono i garanti della considerazione della “specificità” del testo; i dispositivi (foucaultiani) rapporteranno le tecniche specifiche (il modo in cui il testo in esame si situa rispetto alle regole e ai canoni) alle logiche sociali e alle funzioni di controllo e contenimento, ai programmi e alle loro esecuzioni. Secondo Rossi-Landi: «È con l’interezza della sua organizzazione sociale che l’uomo comunica». In questa prospettiva la pretesa di creatività (superiore) si trasforma in una progettualità interna e all’uso consapevole dei programmi; così come la rivendicazione di uno spazio espressivo per il “privato” (l’anima) non potrebbe esistere se non fosse sempre garantito dal pubblico (ancora Rossi-Landi: «Ciò che chiamiamo privato è tale solo in quanto è pubblico. Se non fosse e non continuasse a essere qualcosa di pubblico non potrebbe diventare […] qualcosa di privato»).
Il passaggio che propongo potrà sembrare forzoso, ma è esattamente lo stesso che avviene in quella situazione antropologica di base che è l’alimentazione: mangiamo ciò che ci piace e che soddisfa il nostro gusto (ma i gusti non sempre collimano e ci delude l’amico cui non piace ciò che ci delizia…), poi però viene il medico o il dietologo a farci sapere quello che ci fa bene. Nei nostri termini, dunque, potremmo considerare l’estetico come il livello superficiale, l’effetto che ci trattiene a contatto con l’opera, quando “ci prende” (oggi si parla di “attrattori”), ma attraverso questi “ganci” si trasmettono dei modelli (di pensiero, di comportamento, ecc.): c’è dunque un livello profondo, inconsapevole allo sguardo dell’estetica, in cui stanno gli influssi pesanti dell’ideologia. Naturalmente sulla ideologia dell’estetica il dibattito è aperto: c’è chi ritiene che proprio nel criterio dell’armonia stia una promessa utopica di parità sociale futura e chi invece (quorum ego) pensa a un gusto della disarmonia e della dissonanza (della rottura del ciclico) come apertura liberante dai vincoli di ogni cogente stabilità e fissazione.
Mi rendo conto che il passaggio dall’estetica alla semiotica può comportare dei residui, perché mentre il giudizio estetico cattura d’emblée l’insieme, il percorso dai procedimenti ai dispositivi si inerpica in una analisi infinita ed infinibile, quindi sempre approssimativa (ma anche sull’analisi del testo ci sarà bisogno di approfondimenti supplementari, che qui prometto). Inoltre, nella trasposizione è possibile scontare una certa “sordità” alle sirene, nel senso di operazioni di sganciamento o disinvestimento per non essere, in un modo o nell’altro, condizionati dalle “attrazioni” (il “non lasciatevi sedurre” brechtiano). Per di più: come comportarsi nel caso di opere che presuppongano nel loro fruitore un atteggiamento estetico? Cioè richiedano esattamente la contemplazione della loro proporzione e del loro equilibrio? Non adempiere a tale richiesta non rischia l’incomprensione? Si apre qui quel problema del distanziamento che accennavo prima e che si potrebbe formulare anche così: va bene il dialogo con l’opera, ma il dialogo, per essere critico, va impostato sul terreno di una discussione che non può essere preordinata in partenza e deve mettere in conto anche la disparità e perfino il dissidio.
Ed è chiaro che il passaggio dalla considerazione estetica alla analisi semiotica non è per niente indolore. C’è in esso qualcosa del “rovesciamento del tavolo” (anche su questo, ulteriori riflessioni prossimamente). E dunque, si tratta di un punto dolente, ma anche di un punto decisivo. Non affrontarlo significa vivacchiare dentro gli esclamativi dell’“emozione” e della “bellezza”, sempre più ripetitivi, stantii e banalizzati in discorsi senza idee.

22/03/2021

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