Esecutivo?

Si sente spesso recriminare di questo o quel presidente del Consiglio che non è uscito dalle urne. Ma come? Nelle urne eleggiamo i rappresentanti nelle camere; a loro tocca poi nominare (fiduciare) il governo. Che si sia imposta gradualmente, a partire dal berlusconismo, con il nome del cosiddetto “candidato premier” messo sulla scheda, una sorta di “costituzione di fatto”, non toglie che questo uso conduca verso una sovrapposizione di poteri.

Se ci teniamo a una elementare educazione civica, i poteri sono tre: legislativo, esecutivo e giudiziario. Il giudiziario, malgrado tutti i suoi problemi, per ora difende le proprie prerogative e autonomie. Ma il legislativo? Il legislativo dovrebbe essere appannaggio del parlamento ed infatti il parlamento approva le leggi con il voto a maggioranza. C’è però qualcosa che non va, se, ogni tanto, si sente parlare di “progetto di legge di iniziativa parlamentare”… Non dovrebbero essere tutte le leggi di iniziativa parlamentare? È evidente, allora che, non solo con la decretazione, la fiducia ecc. il parlamento viene spesso esautorato, ma in generale è l’esecutivo che si prende il compito di legiferare. Una volta ridotti deputati e senatori a “potere approvativo”, per risparmiare può essere logico diminuirne il numero, come è avvenuto mediante il recente referendum.
In attesa che la repubblica presidenziale prossima ventura assommi definitivamente i poteri cambiando la costituzione, per adesso proverei a ragionare su che cosa significa “esecutivo”. Esecutivo, cioè “che esegue”, mi sembra chiaro. E non sarebbe un potere secondario, perché riguarda tutto il risvolto materiale-pratico degli orientamenti generali espressi dal “legislativo”. È il vero potere “effettivo”, ancorché subordinato e passibile di “sfiducia”. Ma soprattutto l’“esecutivo”, per essere tale nel miglior modo possibile, dovrebbe essere contrassegnato dal “saper fare”. Proprio perché l’“esecuzione” è un momento delicato e nello stesso tempo decisivo, i diversi ambiti del governo dovrebbero essere retti dai massimi esperti di ciascun settore. Purtroppo gli ultimi governi tecnici che abbiamo avuto non hanno dato grande prova di “saper fare”, tuttavia mi pare che a intendere correttamente il termine ’“esecutivo”, il governo dovrebbe essere sempre un governo tecnico. Il massimo di competenza è quello che ci vuole per “eseguire” al meglio. Non è esattamente quanto  succede con l’assunzione a ministri di politici che potrebbero essere tranquillamente spostati sull’uno o sull’altro dicastero (e non perché siano Pichi tuttologi, bensì per il motivo contrario…).
Sto facendo un discorso ingenuo, da Candide fuori del mondo? Sì, lo ammetto, ma è solo per indicare la distanza ‒ che nessuno vede o fa finta di non vedere ‒ tra i princìpi e i fatti, nonché la confusione delle parole che, nel profluvio di chiacchiere senza fine (dall’alto al basso, comprese le mie, temo), finiscono con il perdere i loro significati. Tanto che – ascoltando malvolentieri il blablabla mediatico – viene spesso da dire: “de che stamo a parla’?”

3 pensieri riguardo “Esecutivo?”

  1. Magari ce ne fossero di commenti “ingenui” e sacrosanti come il tuo. Soprattutto per i troppi giornalisti che sparano sciocchezze ogni giorno e non sanno neanche di cosa parlano, se anche solo sapessero scrivere. Grazie

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  2. Concordo pienamente, ma aggiungo carne al fuoco, ossia alla riflessione. Se la totale (o quasi) intercambiabilità dei responsabili di ministero, sulla base della loro paritaria incompetenza tecnica, è fenomeno che risale purtroppo ai tempi della DC al potere, una realtà nuova e inedita si manifesta nell’epoca del Covid. Il governo non solo si è ulteriormente svicolato da impicci parlamentari – ossia da un controllo puntuale dei sui provvedimenti di legge – grazie alla così detta “emergenza” (grazie alla legislazione d’emergenza per essere precisi), ma si è reso insindacabile anche da parte dell’opinione pubblica, facendo leva sul terrore che esso stesso a profuso a piene mani e favorendo l’insorgere di vere e proprie scomuniche sociali (e pressoché teologiche) contro chiunque tenti di protestare, contestare, dissentire, o anche solo applicare pensiero critico. Prova ne sia l’utilizzo della parola-insulto “negazionista” (storicamente applicabile solo a chi nega l’esistenza e/o la gravità dell’olocausto), con cui i politici di governo – e i media loro assoggettati – aizzano la maggioranza della popolazione contro chiunque osi mettere in dubbio la validità socio-morale e costituzionale, o anche solo tecnica, dei provvedimenti di legge presi in sede governativa per fronteggiare l’emergenza sanitaria stessa. Io, pertanto e con sentimento di vivo allarme, parlerei ormai di “svolta neo-autoritaria” sic et simpliciter.

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  3. (due errori di ortografia dovuti alla fretta con cui ho redatto il mio commento: un “sui” invece di “suoi” e un “a” invece di “ha”, dei quali mi scuso)

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