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Fine d’anno con l’Avanguardia Permanente di Carmine Lubrano

Qualche giorno fa, “Critica integrale” ha ricevuto una lettera di Giulia Savino incentrata attorno al progetto di “Avanguardia permanente” di Carmine Lubrano, il quale ha da poco pubblicato altri libri del suo Lab-Oratorio per i tipi dell’editore D’Ambrosio, tra cui anche un secondo volume dell’Innamoramentum de la sposa barocca. La lettera fa il punto – in forma di ringraziamento plurimo – su tutta una serie di iniziative rivolte allo sperimentalismo e all’avanguardia che coinvolgono editori (oltre a D’Ambrosio anche dia·foria), autori, critici e ricercatori in un intreccio di proposte e di rilanci, per cui il bilancio dell’anno in scadenza si proietta verso quello incipiente in forma di progetto propositivo nonché augurio di felice produttività.

NOTIZIE DAL FRONTE
L’AVANGUARDIA PERMANENTE

MENTRE IMPERVERSA QUESTA STRANA INSULSA BRODAGLIA
QUESTA COSA MELMOSA E PUTRESCENTE CHE MOLTI SI OSTINANO A CHIAMARE POESIA
mentre varie accozzaglie antologiche e che si professano contro
“lo sperimentalismo d’avanguardia”
L’AVANGUARDIA NON MENTE NON SI SMENTISCE NON DEMORDE E NON FALLISCE

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Precisazioni sulla sospensione dell’incredulità

La nota formula di Samuel Coleridge della letteratura come “sospensione dell’incredulità” non è altro che un modo per indicare la convenzione della finzione. Un modo non poi tanto diverso da Aristotele quando stabiliva la differenza tra il vero e il verosimile. Significa semplicemente che non possiamo trattare la finzione letteraria allo stesso modo delle proposizioni assertive, cioè non possiamo sottoporla a verifica e magari invalidarla dopo averla commisurata alla realtà. Uno che interpreta la parte di Amleto non  può venir processato come un impostore che ruba l’identità altrui.
Cosa ovvia, per quanto abbia creato qualche problema alla pragmatica degli atti linguistici che l’ha risolta ricorrendo anch’essa a un’ipotesi “sospensiva” (Searle: «le pretese illocuzioni che costituiscono l’opera di finzione sono rese possibili da un insieme di convenzioni che sospendono l’operazione normale delle regole che correlano atti illocutivi e mondo»).
È il “come se”. Nella finzione artistico-letteraria si deve assumere come se fosse vero ciò che viene rappresentato pur sapendo che non lo è. Ma allora accettare la logica della finzione significa, in un certo senso, lasciarsi ingannare? La “sospensione dell’incredulità” corrisponde a una messa in mora della facoltà critica? In un mondo dove avremmo bisogno di recuperare criticità, ci si può interrogare se, allora, la finzione non sia diseducativa e se quella sospensione ipotizzata da Coleridge non la porti dalla parte del cosiddetto “oppio del popolo”, che oggi corrisponde all’ideologia della “società dello spettacolo”. Continua a leggere Precisazioni sulla sospensione dell’incredulità

Siamo a Mahagonny!

È vero che per mostrare contrarietà a qualcuno lo si può imitare, metterlo in evidenza, esagerarne in caricatura il difetto. Così, per manifestare contro un potere repressivo, potremmo sfilare tutti in manette oppure stenderci per terra a mo’ di cadaveri per protesta contro una prassi mortifera, verniciarci di rosso per stigmatizzare un regime sanguinario. Per dire, ad esempio: gli operai licenziati e ignorati dalla stampa si vestono da fantasmi. D’accordo.
Tuttavia, di recente, si è visto qualcosa di strano. Cortei con le svastiche che, va bene, volevano affermare che il governo è come un inumano nazista. Però, c’è un però: tra quei manifestanti c’erano gruppi di estrema destra e allora la faccenda s’ingarbuglia, perché per loro la svastica è un simbolo da prendere in positivo e quindi dovrebbero essere contenti di un governo che hitleriano lo fosse. Come interpretare allora quella esibizione simbolica?
La risposta è semplice: sapete cos’è? Siamo Mahagonny! Continua a leggere Siamo a Mahagonny!

Seminario su il surrealismo e il cinema

Il ciclo di seminari su “Avanguardia e tecnologia” è proseguito con l’incontro dedicato all’argomento “Il Surrealismo e il cinema”. Si tratta quasi di un paradosso in quanto il Surrealismo, a differenza del Futurismo, non è affatto tecnolatrico, ma semmai tende al recupero di quell’elementare antropologico che è costituito dall’immaginazione, dall’inconscio, dalla pulsione, dal sogno. Tuttavia, proprio l’importanza creativa connessa al sogno conduce a servirsi delle arti dell’immagine come la pittura e il cinema (quest’ultimo a quell’altezza ancora giovane e non egemonizzato dalla cosiddetta “fabbrica dei sogni”).
Chi volesse ascoltare il dibattito che si è svolto lo trova a questo link:

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Mecozzi e il maestro

Gianmarco Mecozzi è autore assai raro nel panorama letterario attuale. Come poeta non disdegna il tono satirico-polemico, di sapore brechtiano, mentre come narratore ha dato prove di umoristica e parodistica fantascienza. Si è inoltre dedicato al teatro e da questa esperienza deriva il suo ultimo libro Il maestro. A fuoco i teatri, pubblicato dalle edizioni Momo.
È un libro principalmente di testimonianza che racconta una delle più significative vicende del nostro teatro di avanguardia, protagonista Carlo Quartucci (che è il “maestro”, appunto) con Carla Tatò e il Teatr’Arteria, un grande progetto “incendiario” (vedi il sottotitolo di “fuoco”) dentro il teatro e fuori del teatro, perché lo spazio performativo-artistico viene allargato e intriso per intero dall’istanza rivoluzionaria.
Nello stesso tempo, il libro ha un suo forte tenore stilistico: sulla spinta ritmica dei tre puntini di sospensione, la scrittura di Mecozzi incalza e s’impenna, deraglia e trascina, contagia entusiasmo e si fa teatro essa stessa nel dialogo-conflitto con un lettore ormai impigrito. In questo modo l’insegnamento del “maestro” non resta lettera morta, ma si trasmette fin dentro le modalità del racconto che lo rievoca. Continua a leggere Mecozzi e il maestro

Lo dice Bauman

Il fascista, suggerisce Littell citando Theweleit, non ha mai effettuato compiutamente la separazione dalla madre; «Il fascista è il “non completamente nato”. Il fascista non è uno psicopatico; ha effettuato «spesso efficacemente, purtroppo», una «separazione parziale», costruendosi tramite la disciplina, l’addestramento, esercizi fisici – un Io esteriorizzato che si presenta come una “corazza”. Ma questo «Io-corazza» non è del tutto ermetico, anzi è fragile, e il fascista rischia costantemente la «dissoluzione dei limiti personali». Per sopravvivere, deve esteriorizzare ciò che lo minaccia dall’interno per poterlo uccidere in una doppia effigie: quella del femminile di cui non si è mai del tutto liberato (opposto «al maschile») e quella della «liquidità» (l’opposto del solido e del «duro»). Attraverso questa lente dicotomica l’universo appare come un campo di battaglia tra elementi manichei separati da una lunga serie di contrapposizioni: e ognuna di esse non è che una variante della metacontrapposizione tra ordine e caos (o suolo solido e palude) (…). Continua a leggere Lo dice Bauman