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Precisazioni sulla sospensione dell’incredulità

La nota formula di Samuel Coleridge della letteratura come “sospensione dell’incredulità” non è altro che un modo per indicare la convenzione della finzione. Un modo non poi tanto diverso da Aristotele quando stabiliva la differenza tra il vero e il verosimile. Significa semplicemente che non possiamo trattare la finzione letteraria allo stesso modo delle proposizioni assertive, cioè non possiamo sottoporla a verifica e magari invalidarla dopo averla commisurata alla realtà. Uno che interpreta la parte di Amleto non  può venir processato come un impostore che ruba l’identità altrui.
Cosa ovvia, per quanto abbia creato qualche problema alla pragmatica degli atti linguistici che l’ha risolta ricorrendo anch’essa a un’ipotesi “sospensiva” (Searle: «le pretese illocuzioni che costituiscono l’opera di finzione sono rese possibili da un insieme di convenzioni che sospendono l’operazione normale delle regole che correlano atti illocutivi e mondo»).
È il “come se”. Nella finzione artistico-letteraria si deve assumere come se fosse vero ciò che viene rappresentato pur sapendo che non lo è. Ma allora accettare la logica della finzione significa, in un certo senso, lasciarsi ingannare? La “sospensione dell’incredulità” corrisponde a una messa in mora della facoltà critica? In un mondo dove avremmo bisogno di recuperare criticità, ci si può interrogare se, allora, la finzione non sia diseducativa e se quella sospensione ipotizzata da Coleridge non la porti dalla parte del cosiddetto “oppio del popolo”, che oggi corrisponde all’ideologia della “società dello spettacolo”. Continua a leggere Precisazioni sulla sospensione dell’incredulità