Lo dice Bauman

Il fascista, suggerisce Littell citando Theweleit, non ha mai effettuato compiutamente la separazione dalla madre; «Il fascista è il “non completamente nato”. Il fascista non è uno psicopatico; ha effettuato «spesso efficacemente, purtroppo», una «separazione parziale», costruendosi tramite la disciplina, l’addestramento, esercizi fisici – un Io esteriorizzato che si presenta come una “corazza”. Ma questo «Io-corazza» non è del tutto ermetico, anzi è fragile, e il fascista rischia costantemente la «dissoluzione dei limiti personali». Per sopravvivere, deve esteriorizzare ciò che lo minaccia dall’interno per poterlo uccidere in una doppia effigie: quella del femminile di cui non si è mai del tutto liberato (opposto «al maschile») e quella della «liquidità» (l’opposto del solido e del «duro»). Attraverso questa lente dicotomica l’universo appare come un campo di battaglia tra elementi manichei separati da una lunga serie di contrapposizioni: e ognuna di esse non è che una variante della metacontrapposizione tra ordine e caos (o suolo solido e palude) (…).

«Per strutturarsi il fascista deve strutturare il mondo», deve scinderlo nettamente in due, adattandolo allo schema delle sue metafore. E lo fa grazie a contrapposizioni come quella tra lo strutturato e l’informe, il duro e il molle, l’immobile e il brulicante, il rigido e il flaccido, il pulito e lo sporco, il glabro e il peloso, il limpido e il torbido, il trasparente e l’opaco, e così via. Da qui la dicotomia tra oggetti d’amore o amici/alleati/compagni all’interno del rifugio sicuro di chez soi, e gli oggetti di odio e repulsione. (…)
Smontare e analizzare il complesso meccanismo della psiche fascista è un compito inarrivabile ma affascinante. (…) I miei dubbi, comunque, riguardano la scelta dell’argomento in quella campagna più vasta – la ricerca di risposte utili sul piano pratico (ovvero traducibili in termini politici) alla domanda unde malum? – e, di conseguenza, il cruciale dilemma su come combattere il male. Tuttavia, come sai, temo che concentrarsi sulla predisposizione psicologica di quelli che commettono il male, ignorando totalmente le cause sociali alla radice del loro proliferare, possa davvero ostacolarci più che aiutarci ad affrontare al meglio questa lotta. Dobbiamo essere pronti ad ammettere che concentrarsi sull’aspetto psicologico tende a relegare i «cattivi» in una categoria a parte, come se si trattasse di mutanti, assolvendo noi – ovvero tutti gli altri – da ogni colpa ed esonerandoci dall’urgenza di fare qualcosa per il mondo che plasmiamo mentre ne siamo plasmati.

(da Elogio della letteratura, dialogo con Riccardo Mazzeo)

19/11/2021

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