Precisazioni sulla sospensione dell’incredulità

La nota formula di Samuel Coleridge della letteratura come “sospensione dell’incredulità” non è altro che un modo per indicare la convenzione della finzione. Un modo non poi tanto diverso da Aristotele quando stabiliva la differenza tra il vero e il verosimile. Significa semplicemente che non possiamo trattare la finzione letteraria allo stesso modo delle proposizioni assertive, cioè non possiamo sottoporla a verifica e magari invalidarla dopo averla commisurata alla realtà. Uno che interpreta la parte di Amleto non  può venir processato come un impostore che ruba l’identità altrui.
Cosa ovvia, per quanto abbia creato qualche problema alla pragmatica degli atti linguistici che l’ha risolta ricorrendo anch’essa a un’ipotesi “sospensiva” (Searle: «le pretese illocuzioni che costituiscono l’opera di finzione sono rese possibili da un insieme di convenzioni che sospendono l’operazione normale delle regole che correlano atti illocutivi e mondo»).
È il “come se”. Nella finzione artistico-letteraria si deve assumere come se fosse vero ciò che viene rappresentato pur sapendo che non lo è. Ma allora accettare la logica della finzione significa, in un certo senso, lasciarsi ingannare? La “sospensione dell’incredulità” corrisponde a una messa in mora della facoltà critica? In un mondo dove avremmo bisogno di recuperare criticità, ci si può interrogare se, allora, la finzione non sia diseducativa e se quella sospensione ipotizzata da Coleridge non la porti dalla parte del cosiddetto “oppio del popolo”, che oggi corrisponde all’ideologia della “società dello spettacolo”.

Ma vale la pena di leggerla per intero e in originale la formulazione di Coleridge, per non cadere nelle estrazioni indebite che oggi s’incontrano con le citazioni troppo circolanti: dunque Coleridge, nella sua Biographia Literaria (1817), parla dell’accordo con Wordsworth sul progetto delle Ballate liriche e lo riassume nell’intento

to transfer from our inward nature a human interest and a semblance of truth sufficient to procure for these shadows of imagination that willing suspension of disbelief for the moment, which constitutes poetic faith.

(«trasmettere dalla nostra natura intima un interesse umano e una parvenza di verità sufficiente a conferire a queste ombre dell’immaginazione quella sospensione volontaria e momentanea dell’incredulità che dà forma alla fede poetica»). E la prima osservazione da fare è che oggi la scelta in favore della “fede” (“poetica” va bene, ma pur sempre qualcosa che a che fare con l’illusione), sembra ormai aver superato le cautele poste da Coleridge, andando verso le modalità di una resa all’immedesimazione e perfino all’assorbimento.
A riprova di questa linea, o andazzo che sia, per primo cito spesso Jonathan Gottschall, che mi pare indicativo nel portare a pretesa di teoria il luogo comune del lettore coinvolto nel testo attraverso la “presa” del racconto, come in questo brano esemplare:

La mente umana cede impotente al risucchio di una storia. Indipendentemente da quanto ci sforziamo di concentrarci, di opporre resistenza, non siamo in grado di contrastare la forza di gravità esercitata dai mondi altri della fantasia.

(in L’istinto di narrare, ma il titolo originale è The Storytelling Animal) Dove davvero c’è una resa incondizionata e un effetto invincibile assicurato, con una sfumatura inquietante in quella “suzione” (il risucchio, nell’originale, è “suction”). Siamo nei pressi della possessione.
Con molta meno enfasi trionfalistica, tuttavia anche Linda Hutcheon, una studiosa che ha ben presenti le sottigliezze della poetica postmoderna ci avverte di una tendenza in corso, nella quale l’adattamento ai media più in voga, porta, attraverso l’interattività, ad una maggiore immersione:

Nei videogiochi, dunque, occorre rispondere alle sollecitazioni uditive (musica e effetti sonori), visive e cinestetiche della parte giocabile, per effetto delle quali tale modalità di interazione è resa realmente partecipativa e di conseguenza ad alto grado di immer¬sione: giocando, sentiamo di essere fisicamente presenti nell’am¬biente finzionale del gioco, piuttosto che nel mondo reale (…). Qualsiasi cosa intervenga a ricordarci che stiamo soltan¬to giocando distrugge questa illusione, perché l’immersione in que¬sta modalità di interazione si fonda sulla trasparenza del medium; tutti i giochi reali, come ad esempio i parchi a tema e i riti, devono necessariamente evitare la metafinzionalità e l’autoreferenzialità.

(Teoria degli adattamenti) Mentre la “sospensione” coleridgeana teneva ancora sotto controllo la credulità consentendo margini di sospetto ci si avvia verso non la sospensione, ma la soppressione dell’incredulità. Con un evidente effetto-fiction che esplode nelle mentalità paranoidi in cui si toccano in esito patologico gli estremi della credulità e dell’incredulità, come dimostra la contiguità, per dire, di complottismo e terrapiattismo in un antiscientismo (e anti-illuminismo) generalizzato.
È chiaro che voler mettere al bando la finzione, nonché impraticabile, ci riporterebbe al moralismo “talebano” di Platone dove, nella Repubblica, esclude l’utilità delle favole per l’educazione dei giovani. Ma anche se nella cultura restassero solo storia, testimonianza e confessione autobiografica ci sarebbe un grigiore serioso e sarebbe una ulteriore semplificazione del quadro, ridotto a dati non bisognosi di interpretazione (quindi diminuzione e non acquisto di ragione).
Neppure buttarsi dall’altro lato è esente da rischi. Infatti, l’esaltazione della immaginazione artistica in chiave umanistica punta verso un sublime ideale irraggiungibile, contrario sì alla ratio capitalistica, ma che, nel suo appello mistico, è da sempre lo smacchiamento d’anima complementare al potere. Diversamente avviene nel caso della letteratura come menzogna di Manganelli, dove l’alternativa della finzione è rivendicata verso il basso nel rovesciamento del sublime nel mostruoso e viceversa. Tutto sta, però, a mio avviso, nell’andare oltre il contrasto assoluto, cercando per questo un modo altro di intendere la sospensione e l’empatia stessa (perché c’è empatia ed empatia, come ho già argomentato). Il problema è come fare per conservare la spina dell’incredulità dentro le “ombre dell’immaginazione” e la “fede poetica”. Occorrono, credo, almeno tre trasformazioni:
– trasformare la sospensione in una dialettica: mentre la formula di Coleridge propone di mettere da parte l’incredulità per un tempo stabilito (cioè durante la convenzione finzionale), si può invece lasciarla in sospeso, cioè attiva parzialmente in dialettica con l’accettazione dell’immaginario;
– trasformare la volontarietà in consapevolezza, nel senso di tener presente costantemente la convenzionalità della finzione (anche nel testo stesso in forma metaletteraria);
– trasformare la momentaneità in interruzione. Aprire cioè nella “fede poetica” dei punti di incredulità, o falle o aperture dissonanti (anche come disturbo).
Credulità e incredulità diventerebbero relative e agibili in vista di miti demistificanti, immaginazioni critiche, favole di risveglio, per attraversare le “ombre” dei fantasmi mentali e inficiare il loro dominio.
Un esempio? La famosa pipa di Magritte, che ho messo in evidenza. La didascalia, “ceci n’est pas une pipe”, non è soltanto un paradosso: è una contraddizione se la consideriamo alla luce della sospensione (l’immagine è effettivamente la rappresentazione di una pipa); ma è perfettamente logica se reimmettiamo l’incredulità (quella non è una vera pipa, bensì una sua rappresentazione). Questa dialettica favorisce la ginnastica mentale e suggerisce un movimento pendolare di entrata/uscita dalle trappole dell’ideologia.

16/11/2021

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