Lo dice Sartre

Uno dei tratti più singolari della nostra epoca letteraria è costituito dall’apparizione, qua e là, di opere vivaci e assolutamente negative che potrebbero essere definite antiromanzi. Metterei in tale categoria le opere di Nabokov, quelle di Evelyn Waugh e, in un certo senso, I falsari di Gide. Non si tratta affatto di saggi contro il genere romanzesco, come La forza del romanzo di Roger Caillois che paragonerei, con le debíte proporzioni, alla Lettera sugli spettacoli di Rousseau. Gli antiromanzi conservano l’apparenza e la cornice del romanzo, sono opere di immaginazione che ci presentano personaggi fittizi e ce ne narrano la storia. Ma solo e proprio per provocare una maggiore delusione: si tratta di contestare il romanzo, servendosi del romanzo stesso, di distruggerlo, sotto i nostri occhi, mentre si finge di edificarlo, di scrivere il romanzo di un romanzo che non si compie, che non può compiersi, di creare una finzione che stia ai capolavori di Dostoevskij e di Meredith, come sta ai quadri di Rembrandt e di Rubens la tela di Miró intitolata Assassinio della pittura. Queste opere strane, difficilmente classificabili, non testimoniano la debolezza del genere romanzesco, dimostrano solo che viviamo in un’epoca di riflessione in cui il romanzo è intento a riflettere su se stesso.

1947, dall’introduzione a Nathalie Sarraute, Ritratto d’ignoto, 1948

24/06/2026

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