Come si sa, l’origine del termine “grottesco” non è strettamente letteraria. Nel Cinquecento le pitture della Domus aurea erano sepolte e si potevano ammirare facendosi calare dall’alto come in una grotta; di qui la denominazione di “grottesche” per indicare quelle decorazioni riempitive in cui vegetali, animali e esseri umani sono usati per ornamento. Questo significato originario sembrerebbe molto lontano dal nostro “grottesco” che indica una sottospecie del comico, una delle varie “fenomenologie” del riso, insieme a umorismo, ironia, sarcasmo, e così via. A guardar bene, però, il termine è più adoperato che ben definito. Mi proverò dunque a una delimitazione teorica e forse la distanza dall’origine risulterà minore di quanto non appaia a prima vista.
Gaetano Testa, il diario disidillico
Gaetano Testa ha iniziato la sua attività di prosatore nella Scuola di Palermo con Di Marco e Perriera e poi nel Gruppo 63: il suo romanzo, 5 (particolare anche nel titolo costituito da un numero) fa parte con pieno merito della stagione del romanzo sperimentale, anche se ancora attende adeguata sistemazione nei consuntivi della neoavanguardia. Testa ha poi proseguito con costanza le operazioni di una scrittura sempre anomala, in particolare con le sue edizioni di Perap (per approssimazione). Con questa sigla è uscito quest’anno il volume dal titolo al balcone sognando.
Si tratta di una sorta di diario, i cui brevi brani hanno a volte indicazione del giorno, più spesso del mese o del periodo, oppure titoli diversi. La forma-diario supporta. evidentemente, il tentativo di avvicinarsi (appunto “per approssimazione”) alla vita e al suo accadere volubile e casuale, garantendo la forte frammentarietà del testo e la sua disseminazione e continua varietà di modi. Continua a leggere Gaetano Testa, il diario disidillico
Jameson e l’allegoria 4
Termina con questa terza puntata la discussione sull’allegoria a partire dal libro di Fredric Jameson Allegory and Ideology. La prima puntata ha riguardato soprattutto la distinzione tra la personificazione (che è semplificatrice e porta a immagini stereotipate) e l’allegoria a “quattro livelli”, che è, invece, secondo l’autore, polisensa e creativa. Nella seconda puntata si è ragionato sulla differenza tra la prospettiva dell’interprete e quella del produttore del testo, quindi sulla possibilità di una tendenza allegorica. Nella terza si è affronta una questione nodale in Jameson, cioè la differenza tra moderno e postmoderno. Rimane da considerare, con una breve appendice, l’uso del “quadrato semiotico” di Greimas che in Jameson prende nuova vita, anche al di là dell’impostazione strutturalista. I 4 sensi dell’allegoria, il quadrato semiotico: non potevo evitare di parlarne in 4 puntate…
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Numerologia del quattro
Nel libro di Jameson, Allegory and Ideology, campeggia il ricorso al numero quattro, nettamente preferito al tre, quindi con distacco da una certa dialettica triadica. Ai quattro livelli dell’allegoria si sovrappone spesso e volentieri il “quadrato semiotico” elaborato da Algirdas Greimas, uno dei punti più alti della stagione strutturalista. Il quadrato semiotico ‒ per chi ne fosse digiuno ‒ è un modo per organizzare la materia (culturale o letteraria), articolandola secondo logica.
Ricordando Mario Lunetta
Nel terzo anniversario della scomparsa per ricordare Mario Lunetta la rivista online “Malacoda” ha aggiunto una sezione speciale (intitolata appunto Per ricordare Mario Lunetta) che, tra le altre cose, presenta la prima raccolta di poesie di Mario, Tredici falchi.
Oltre alla pubblicazione degli inediti teatrali (Teatro anatomico, edito da Fermenti con il concorso della Fondazione Piazzolla), della quale ho dato già notizia nel sito, sono previste nuove iniziative. Il Teatro di Porta Portese intende organizzare, nella prossima stagione, momenti di lettura e messe in scena, mentre si sta avviando la raccolta di tutte le poesie, di cui la presentazione dei Tredici falchi si considera la prima pietra.
Nella serata di oggi, ore 18, si svolgerà l’incontro online annunciato nella colonna di destra, con testimonianze, omaggi e letture di testi.
Lubrano si fa in tre per l’avanguardia!
Con Carmine Lubrano ho collaborato attivamente negli anni Novanta, all’epoca della Terza Ondata, quando abbiamo provato a rianimare la teoria e la pratica dell’avanguardia, contrastando la resa generale alla omologazione postmoderna. Della necessità dell’avanguardia resto convinto ancora oggi – come forse avranno capito i lettori di questo sito; – perciò mi rallegro che anche l’amico Carmine vi insista e vi dedichi con rinnovate forze ben tre libri delle sue splendide edizioni di Terra del fuoco. Il libro del giorno, questa volta, si fa in tre. E tre volumi ben assortiti: nel primo, intitolato Sono le undici e quaranta di questo santo venerdì santo. Poesia in quarantena, Lubrano presenta suoi testi, versione aggiornata all’ultima emergenza della sua poesia plurilinguista, magmatica e fluviale; il secondo, intitolato Le ragioni dell’avanguardia: la poesia di Carmine Lubrano, è dedicato al percorso poetico dell’autore e raccoglie saggi critici, dai brani fondamentali di Filippo Bettini per la Terza Ondata, a un saggio attuale, molto acuto e approfondito di Paolo Allegrezza, e poi Roberta Moscarelli, Francesco Aprile, Annalucia Cudazzo e vari altri; il terzo, infine, con interventi creativi e critici, riapre il dibattito su un’altra (possibile) Avanguardia. Continua a leggere Lubrano si fa in tre per l’avanguardia!
Jameson e l’allegoria 3
Continua con questa terza puntata la discussione sull’allegoria a partire dal libro di Fredric Jameson, Allegory and Ideology. La prima puntata ha riguardato soprattutto la distinzione tra la personificazione (che è semplificatrice e porta a immagini stereotipate) e l’allegoria a “quattro livelli”, che è, invece, secondo Jameson, polisensa e creativa. Nella seconda puntata si è ragionato sulla differenza tra la prospettiva dell’interprete e quella del produttore del testo, quindi sulla possibilità di una tendenza allegorica. In questa terza si affronta una questione nodale in Jameson, cioè la differenza tra moderno e postmoderno.
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Moderno-postmoderno, ripensamenti e rimozioni
Il clima del postmoderno è stato favorevole alla ripresa dell’allegoria. Intanto perché, promulgando la “felice riscrittura”, un po’ come un manierismo generalizzato, poteva rimettere in campo tutte le “baroccaggini”; ma anche perché, perdendo la fiducia nella realtà, ne diventavano possibili tutti i travestimenti. “Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni”, “sognare sapendo di sognare” e altre formule nicciane tornate di moda portavano a non disdegnare le inverosimiglianze allegoriche. Nella prospettiva della decostruzione ‒ da non confondere con il postmoderno, ma indubbiamente radicata nella sua temperie ‒ l’allegoria, insieme all’ironia, erano privilegiate come prova della instabilità dei significati. Quanto a Jameson, nel suo volumone in materia (Postmodernismo, ovvero La logica culturale del tardo capitalismo, 1991, trad. Fazi, 2007), teorizzava il passaggio da una allegoria “verticale” a una “orizzontale”, propria quest’ultima del postmoderno («le nuove strutture allegoriche sono postmoderne e non si possono esprimere senza l’allegoria del postmoderno»), attesa più che alle «etichette concettuali» alle relazioni e alla loro mobilità. Continua a leggere Jameson e l’allegoria 3