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Il carattere “educativo” di Malerba

Mi capitò una volta di definire per iscritto Malerba uno scrittore “educativo”. L’autore, quando lesse, rimase perplesso, probabilmente non gli garbava essere accomunato alla letteratura moralistica, come uno che monti in cattedra a dar prescrizioni. Ma, attenti: “educativo” in che senso?
Ci sono almeno tre ordini di ragioni per ritenerlo tale: 1) la situazione paradossale e l’esito sorprendente, che richiedono al lettore di rendersi disponibile a farsi spiazzare rispetto alla consuetudine; 2) l’inserimento nel mondo possibile (spesso riscontrabile sulla mappa) di uno scarto fantastico e abnorme, così da rompere ogni pretesa realistica della finzione; 3) lo sforzo per discostarsi, un’opera dopo l’altra, dal suo ritratto invalso di scrittore, quasi a voler scansare l’identità stessa costruitasi nel mercato delle lettere.

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Ora, del Malerba «paradossografo» parla Michele Farina nel suo libro dedicato ai racconti di Malerba e alla sua produzione “breve”: Un narratore anfibio. Luigi Malerba e le forme brevi (editore Mimesis). Dico subito che personalmente ho un problema con la forma-racconto, in quanto non ne comprendo bene l’autonomia che mi sembra da considerare nell’insieme della scrittura narrativa o della scrittura in prosa tout court (non penso insomma che si debba riscattare la forma-racconto in quanto tale da una presunta trascuratezza critica, quanto piuttosto vedere se il testo in questione si allontani o s’accordi con le forme canoniche). Ma basta, qui: è un problema che dovrò affrontare come si deve in altra sede. Come pure a me non sembra esagerata la stima per il Malerba sperimentale, che avrebbe nuociuto alla considerazione del successivo – semmai al contrario: c’è stata in Italia troppa poca considerazione per la narrativa sperimentale, che non ci si stanca di affossare a destra e a manca…
Così anche la contestualizzazione nel postmoderno (per il secondo Malerba) andrebbe chiarita meglio per distinguerlo comunque dalla corrente corriva del postmodernismo italiano, rispetto alla quale il nostro autore mantiene sempre la scelta di fondo per l’estetica dello strano e quindi non si adagia sulla semplice scorrevolezza.
E’ comunque vero che il saggio di Farina mantiene sempre bene il contatto con l’intero panorama dell’opera malerbiana evidenziando gli elementi comuni, la “malizia strutturale”, “le strategie del comico” e quant’altro. E, seguendo la traccia del “narratore anfibio”, analizza con competenza soprattutto la fase iniziale de La scoperta dell’alfabeto e de Le rose imperiali, offrendo poi una visura originale della narrativa per ragazzi. E proprio qui s’innesta il discorso sullo scrittore “educativo”.
Anzi, Farina fa di più quando giustamente esorta il mondo della scuola ad “adottare” Malerba:

Da ultimo, la mia speranza è che questo lavoro in futuro possa diventare uno strumento utile a chi volesse provare (o riprovare) a proporre questo autore in sede didattica. A costo di ripetermi, il fatto che esista un Malerba per ogni ordine scolastico, dalla scuola primaria fino all’università, non andrebbe sottovalutato, ma anzi dovrebbe costituire la ragione principale di un suo rilancio.

Altrettanto giustamente il critico sottolinea la «la vocazione anti-didascalica del didascalismo di Malerba» – ché era proprio quello, il “didascalismo”, che gli faceva storcere il naso alla mia definizione di “educativo”. E tuttavia anche Farina riconosce che di “pedagogia” pur sempre si tratta: «Mostrare ciò che di anormale reca in sé il concetto di normalità conduce l’autore verso una pedagogia del dubbio e dello scetticismo che informa sia i suoi libri maggiori sia i suoi libri anfibi». Se le cose stanno così, è però controproducente voler farlo entrare nella scuola per la porta della “leggibilità”, per la semplice ragione che di quella le aule scolastiche ne sentono già a sufficienza. Che Malerba sia “leggibile” è vero, nessuno lo nega, quando è comico è addirittura straordinariamente godibile, pressoché esilarante, però, proprio per le qualità stranianti che si dicevano, non è mai semplicemente “identificabile”. L’empatia, oggi strombazzata a iosa, nei suoi testi diventa problematica. A proposito della caratterizzazione dei personaggi malerbiani, Farina avverte «il loro criticismo anti-empatico, la scissione della loro individualità, la tendenza all’autoinganno, il presentarsi attraverso la professione svolta, la spudoratezza nell’esplicitare ambizioni criminali spesso, ma non sempre, irrealizzate». Ecco: il “criticismo anti-empatico” lo condivido e sottolineo con vigore.
E siamo al punto: sarebbe più che corretto che il curriculum scolastico intercettasse Malerba, ma bisognerebbe che la scuola si facesse precisamente carico di fornire un supporto alla lettura delle “scritture complesse” che fuoriescono dallo standard del “facile”, che è poi lo scontato, l’abusato, l’ideologico nel senso deteriore del termine. Perché “educare” significa per l’appunto e-ducere, cioè “trarre fuori”; nel nostro caso, quindi, trar fuori dall’immedesimazione e dall’immersione delle finzioni normalizzanti. Questo e non altro dovrebbe fare una scuola degna del nome: insegnare ad andare controcorrente rispetto a un sistema commerciale che ci vuole consumatori seriali passivi, in poche parole stupidi.

08/06/2026

Cristiano Spila, racconti in grande stile

Va bene che tutto è già stato fatto e non ci resta che la riscrittura, ma riscrittura come? Può essere soltanto un modo per sdoganare modelli stantii e male imitati, oppure può contenere perfino aspetti polemici. Cristiano Spila nei suoi racconti raccolti sotto il titolo I baffi di Gadda e altri malinconici oggetti (Avagliano editore), ha deciso di passare attraverso le figure degli autori: non proprio pastiches, allora, ma reinvenzioni biografiche che colgono i nuclei portanti dell’autore-personaggio. Si va da Stevenson a Poe e Melville, da Borges a Gadda, e c’è pure un inedito carteggio tra Benjamin e Bloch a proposito di un incontro mancato con Kafka. Sono tutti rappresentanti della grande letteratura otto-novecentesca e l’autore che li ricrea e li fa rivivere non può che ricorrere, per ognuno di loro, alla cifra del Grande Stile: ampia architettura dei periodi, ritmo, lessico ben variato, spunti raffinati, ironia intelligente. Continua a leggere Cristiano Spila, racconti in grande stile

Docentoidi artificiali nelle fantascuole di Lentini

Per solito la fantascienza ha immaginato prodigi tecnologici e straordinarie novità nell’ambito dei trasporti e delle telecomunicazioni (capaci di coprire distanze “astronomiche”) ed ha anche presentato un campionario sterminato nel campo della robotica (androidi e compagnia per tutti i gusti), ma poco ha pronosticato a proposito dell’istruzione, delle scuole del futuro e delle loro insegnanti. A riempire la lacuna, anzi a “supplire” (per usare un verbo adatto al ruolo docente) questa mancanza, ci ha pensato Alfonso Lentini con il suo libro di racconti Le professoresse meccaniche e altre storie di scuola, edito da Graphofeel.
Racconti separati e a sé stanti, ma attraversati tutti dallo stesso filo, cioè la proiezione dei problemi della scuola nel lontano futuro, o piuttosto nei futuri, perché ogni brano reinventa il proprio mondo, non si sa mai bene se in epoche o addirittura in pianeti diversi. Assenti le precise coordinate di spazio e tempo, sembra quasi che ogni racconto nasca come una specie di sogno (o incubo) di un professore stremato dagli scrutini…

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Palladini: racconto che fa testo

Non ho particolare simpatia per il genere racconto, né riesco a separarlo dalla nozione più complessiva di “narrativa”, se non per la minore ampiezza. Inoltre, mi pare che il termine stesso “racconto”, esportabile ‒ a rigor di logica e anche in taluni casi effettivamente esportato ‒ verso una generica categoria del “raccontare”, anche al di là dello specifico letterario (si racconta in tante circostanze, dalla conversazione quotidiana alla TV, ai verbali del commissariato), finisca per partecipare a quella ontologia-ideologia della “narrazione” che oggi imperversa a supplire la crisi delle identità.
Devo riconoscere che la raccolta di racconti di Marco Palladini, Nomi veri falsi (Edizioni Empiria, 2019, con la copertina di Bruno Conte), ha superato queste remore. Possiede, a mio parere, delle caratteristiche positive che proverò a spiegare in forma di elenco.

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