Archivi tag: Umorismo

Anche il dialogo può essere “anomalo”

Può esistere un romanzo senza dialoghi? Sembra impossibile, basta che ci siano due personaggi e finiranno giocoforza per parlarsi. Difficilmente la narrazione si priverà di questo aspetto, quello sicuramente “in presa diretta”, l’unico in cui l’azione dura quanto la sua scrittura. Tanto che, se si riuscisse a farne a meno oppure a far sì che le battute rimangano per così dire “asimmetriche”, cioè senza risposta, saremmo indubbiamente nelle zone di un romanzo “anomalo” o, se preferite chiamarlo così, sperimentale. Il dialogo, poi, è stato ampliato da Bachtin come la proprietà intrinseca della “parola nel romanzo” (sempre rivolta a qualcuno, sempre “bivoca”, cioè internamente dialogica); non solo, ma, più recentemente il dialogo è assurto a regola morale, propria di un’etica irenica, principio pacifista e antidoto agli odi e alle guerre. Non possiamo dunque farne a meno.
E tuttavia anche il dialogo a sua volta può diventare anomalo, cioè può andare in eccesso. Cosa succede, infatti, se da parentesi momentanea si allarga a dismisura e si mangia tutto lo spazio della narrazione? Un caso simile è Il codice di Perelà di Palazzeschi che, pur dichiarandosi romanzo, è quasi un testo teatrale e non a caso è stato portato in scena così com’era. Ma ancora più “eccessivo” è l’uso del dialogato nel testo di Roberto Bugliani uscito nel febbraio di quest’anno per le edizioni Ventura sotto il titolo Fisiologia delle situazioni.

Continua a leggere: Anche il dialogo può essere “anomalo”

Mentre nel Perelà le diverse scene sono tenute insieme dalla singolare figura dell’“uomo di fumo”, vocato alla sua parabola di apoteosi e rovina, invece il testo di Bugliani ha dei fili di trama maledettamente imbrogliati e si disperde in una serie infinita di situazioni (vedi il titolo) colloquiali, per cui la continuità viene meno, non c’è storia (nel senso di story, ma c’è history, come vedremo), non c’è né inizio né fine, ma solo una miriade dispersiva di personaggi intercomunicanti, in una sorta di entrelacement estremo. Qualche nome affiora di tanto in tanto nelle battute reciproche, ma mancano completamente le didascalie solite del tipo “disse la tale”, “il tale rispose” e simili. Gli interventi personali sono amalgamanti in una sorta di logosfera anomima.
Un regime di “aperi-dialogismo”, potremmo dire, visto che le situazioni si svolgono o si dirigono spesso e volentieri verso un bar, mentre sullo sfondo si deduce dalla toponomastica la città dell’autore, La Spezia.
Situazioni autobiografiche, forse, legate all’ambiente intellettuale di sinistra, ma non solo mascherate o deformate, per di più condannate a una frammentarietà irrimediabile.
Non mancano brani propriamente narrativi qua e là. Lunghi racconti di qualcuno dei personaggi, ma soprattutto sono originali i corsivi che si insinuano dentro le battute per descrivere la situazione esterna, ciò che avviene nei pressi, le interferenze, ecc. Aperture sul mondo circostante, vere e proprie interruzioni o intercapedini che si voglia, che entrano per virtù di simultaneismo a far parte della conversazione. Poi, per giunta, a guastare la linearità e a complicare la lettura, ci sono le note a margine che si prendono a volte intere pagine e specificano personaggi, eventi storici e quant’altro, però con ampio ricorso alla fantasia e alla reinvenzione dei dati. Anche i luoghi, infatti, sono sì in buona parte tratti dallo stradario spezzino, ma se vai a vedere la mappa – avendo tempo e avendo voglia di fare molte pause nella lettura (tanto di immedesimazione non se ne parla) – ti accorgerai che non corrispondono ai percorsi descritti dai personaggi. Alla fine c’è pure un’appendice, gli Addenda, che offre alcuni documenti e una coda dialogica di aggiornamento sull’avvento del governo Meloni (mentre la maggioranza dei tasselli riguarda i governi tecnici e il periodo della pandemia). A guardar bene, c’è un’aria di “realismo assoluto”, di brandelli verbali captati dalla vita vissuta e registrati sul campo, mentre sotto sotto il testo è ironicamente rimaneggiato rispetto ai fatti per ipotesi vissuti.
L’essenziale è l’originalissima struttura reticolare, dove possono trovar posto argomenti di ogni tipo: la discussione politica sulla sorte della sinistra (con o senza “a” davanti); lo sforzo intellettuale di rifare Marx («fuoriuscire da Marx restando però dalla parte di Marx»); le questioni divisive (entrismo vs astensionismo; vaccino-sì vaccino no – come dicevo parecchie controversie si svolgono durante il covid); poi anche il dibattito letterario che si svolge con l’occhio all’autorità di Lattesi (questo è un nome che si scioglie facilmente: levi l’ultima, ricordi il nom de plume e ci sei); non mancano i livelli personali e corporei, che giustificano l’indicazione del titolo alla fisiologia e non alla sociologia: molto spazio ha anche l’aneddotica di vicende personali e il gossip sentimental-erotico sulla scacchiera di “chi si è messo con chi”; poi, naturalmente i gusti alimentari, i pareri sui ristoranti, le ordinazioni al cameriere; infine, ma non ultimo l’umorismo: il dialogato è costellato di battute di spirito, un segnale di “spalleggiamento”– umorismo, ma direi più precisamente “cazzeggio”, una varietà di “motto di spirito” ancora poco studiata.
Non so se ho dato l’idea di questa inusitata struttura per così dire “a formicaio”. Aggiungo almeno tre brani campione. Il primo di valutazione politica, su come è finita la sinistra:

– Se penso a cos’è diventata la sinistra mi viene in mente un film dei fratelli Marx del 1940, Go West s’intitolava, in italiano I cowboys del deserto. In quel film c’è una sequenza memorabile, si vedono i fratelli Marx su un treno a vapore che inseguono un pericoloso bandito in fuga su un altro treno. A un certo punto il carbone finisce, e per continuare l’inseguimento i fratelli Marx alimentano la caldaia della locomotiva con il legno divelto dalle carrozze ferroviarie. Ma quando finalmente raggiungono il bandito il loro treno non esiste più perché nel frattempo tutti i vagoni sono stati fatti a pezzi e dati alle fiamme. Morale della favola: nell’inseguire il potere la sinistra ha adottato lo stesso procedimento dei fratelli Marx. A forza di cedere sui principi e di sacrificare pezzi di socialismo pur d’avere le carte in regola per accreditarsi come partito di governo nella contesa elettorale borghese, nel momento in cui ha agguantato il potere la sinistra è divenuta irriconoscibile. E ha cessato d’esistere.

E sulla letteratura, durante una visita in libreria:

– Ma dài!, ’sti romanzi di scrittori quaranta cinquantenni sem¬brano tutti fatti collo stampino, stile levigato, lettura gradevole, te¬matiche ombelicali, storie famigliari, e ogni tanto qualche zampa¬ta di buona letteratura non si sa se dovuta all’estro dell’autore o dell’editor.

Poi, una infilata di battute, quasi una “coazione al calembour” (o al cazzeggio, come lo definivo sopra):

– Adesso la colpa è nostra.
– Non nostra, tua.
– Ah, tu quoque, Brute, fili mihi.
– Bruto era cuoco?
– Sì, e faceva le uova alla coque.
– Quelle che sono andate di traverso a Cesare?
– Quelle con cui ha fatto indigestione. Capirai, trentratré.
– Una di meno dei gatti.
– Quali gatti?
– I trentaquattro gatti infilaperdue.
– Guarda, Fosco, che erano quarantaquattro.
– Oggi non ne azzecco una!
– Gatti ragionieri.

Oggi che si parla tanto di nostalgia della “comunità”, in fondo il testo di Bugliani ne ricostruisce una, l’unica possibile, forse, frammentata e precaria, sempre carente, segnata com’è dalla perdita della rivoluzione (ciò che le manca, infatti, per essere vera comunità, determina la simpatia per lo zapatismo, avvertita da vari personaggi). Il dialogismo, è vero, è “polifonico” come lo voleva Bachtin, cioè dove «non vi è nulla di fermo, di morto, di finito, che rimanga senza risposta o che abbia già detto la sua ultima parola»; ma ancor di più è un dialogismo “in eccesso”, scomposto, spezzettato, un dialogismo del disaccordo, proprio quello giusto in una situazione disillusa e problematica come la nostra.

30/06/2026

Il ritorno delle “Anatre”

Tornano in libreria, grazie all’editore Argolibri, Le anatre di ghiaccio di Mariano Baino, debitamente aggiornate e rimpolpate. Si tratta di un libro decisamente eccentrico e di difficile classificazione – forse Frye lo metterebbe nel quarto tipo di prosa, l’anatomia. Data la brevità della maggior parte dei brani, sembrerebbe una raccolta di aforismi, però però c’è di molto altro, giochi di parole, parodie, aneddoti, citazioni, riflessioni, allegorie, testi in versi. L’autore, che ci ha abituati sia in poesia che in prosa a comportamenti inusuali e ricchi di “spirito”, va qui al massimo, regalando sorprese e vero divertimento (proprio nel senso del “divertere”, la deviazione dal senso comune). Continua a leggere Il ritorno delle “Anatre”

Andrea Inglese non fa storie come gli altri

Storie! Storie! È quello che il pubblico desidera, che vuole, che consuma con passione, una storia tira l’altra altrimenti se ne sente l’astinenza, le storie prendono, tirano e si vendono… La curiosità indiscreta del lettore comune (sebbene in diminuzione numerica perché attratto da ben altre “serie”) ne fa man bassa e tanto più se storie di dolore e sofferenza, aureolate dal fatto di essere prodotte da esperienze autentiche, patemi dell’autore stesso in carne ed ossa. Prendono, tirano e si vendono ancora le storie del soggetto familiare, teste l’ultimo Strega con uno del padre e uno della madre, così da non far torto a nessuno in par condicio. Siamo avvolti nelle storie (e anche la retorica politica ce ne racconta un sacco).
Mi ha incuriosito, allora, il titolo dell’ultimo libro di Andrea Inglese, Storie di un secolo ulteriore, edito da DeriveApprodi. Non solo il titolo generale, ma anche il titolo dei singoli brani (o raccontini) contiene la fatidica parola: Storia del giro, Storia con cadaveri, e via di seguito “storieggiando” fino alla fine. Che si sia convertito all’andazzo corrente? Ma da Inglese, poeta prestato alla narrativa e proveniente dall’esperienza “fuori dei generi” dell’antologia Prosa in prosa, dove sta proprio in prima posizione con i suoi Prati, c’era da aspettarsi qualcosa di diverso. E infatti. Continua a leggere Andrea Inglese non fa storie come gli altri

Il fischio è un elisir

Qualche tempo fa ho incontrato Giorgio Mascitelli che non vedevo dai tempi del Gruppo 93. Ed eccomi qui a leggere il suo romanzo recente, intitolato Fischi per fiaschi, pubblicato da DeriveApprodi nel gennaio di quest’anno.
Il romanzo, con la sua ambientazione aziendale, si colloca nel solco della letteratura industriale, rinnovata dai suoi fasti ormai trascorsi dei Volponi, degli Ottieri e dei Parise e svolta sul pedale umoristico. Infatti il protagonista Gian detto John è un bravo informatico che però ha un difetto (nobody’s perfect!) o, per meglio dire, un punto debole: non riesce a trattenersi dal fischiettare durante il lavoro con conseguente disturbo dell’altrui concentrazione.
E subito due risvolti. Il primo: abbiamo un romanzo con una continua colonna sonora che spazia tra vari generi musicali (sempre però senza le parole). Il secondo: si crea una ambivalenza irrisolvibile tra culto e parodia perché da un lato i motivi arrivano all’improvviso fuori del controllo del soggetto in base alla forza della “orecchiabilità”; dall’altro lato, l’arte di fischiettare li abbassa al livello delle inezie e inerzie quotidiane. L’ambivalenza è forte soprattutto quando il personaggio intona l’inno sociale della ditta: dedizione o scherno? Continua a leggere Il fischio è un elisir

“Evviva la dialettica!”

Da qualche tempo sono solito dire che su Brecht dovremmo essere tutti d’accordo. Certo, mi rendo conto, non proprio tutti tutti; e forse dovrei calare più o meno alla metà dei noi. Ma quello che intendo è: sia contenutisti che formalisti. Infatti il nostro vecchio Bertolt viene ben incontro a quelli che vogliono un impegno a favore degli svantaggiati, degli ultimi, degli oppressi; nello stesso tempo, però, offre agli apprezzatori dello specifico artistico-letterario da mettere sotto i denti notevoli sottigliezze procedurali (lo straniamento) e una acuta intelligenza nei riguardi del modo di espressione. Non a caso è ancora citatissimo nei discorsi dei sofisticati big della teoria internazionale (Badiou, Žižek, Rancière, quest’ultimo magari con qualche riserva) e Jameson gli ha dedicato una monografia in cui gli riconosce in buona sostanza il ruolo speciale di interpretare una “modernità diversa”, addirittura «l’unica forma legittima dell’innovazione modernista in quanto tale».
A proposito, dunque, tornano in libreria i Dialoghi di profughi per merito dell’editrice L’orma, in una nuova traduzione completa e con l’aggiunta di inediti. Nei Dialoghi troviamo un Brecht al meglio, come attesta l’ammirazione per questo libretto da parte di Sanguineti (citato nel retro della copertina) presso di noi e di Juan Carlos Rodríguez in Spagna. Per paradosso, Brecht qui è al meglio proprio perché al peggio, visto che lo scrive quando si trova esule nel Nordeuropa sotto l’avanzata delle truppe naziste attorno al 1940. Continua a leggere “Evviva la dialettica!”

BAROSSO: PER UNA LOGICA LAICA

C’è logica e logica. Anche quando parliamo di “mercato” diciamo che ha una logica, che è quella del profitto e a seguire della diminuzione dello spazio pubblico, del lavoro precario e via deducendo per li rami di quelle leggi di ferro. Poi, però, c’è la logica che vorrebbe ragionare nel miglior modo togliendo spazio agli impulsi contraddittori e alle nozioni confuse e mitiche, nonché agli assunti presunti indiscutibili come quelli di cui sopra.
Ci aiuta a districarci tra le logiche il libro di Giampaolo Barosso, pubblicato dall’editore Odradek, sotto al titolo già in sé programmatico Per una civiltà della consapevolezza e della decisione in comune. Barosso è uno strano intellettuale, davvero a tutto campo, ha lavorato perfino nell’ambito del fumetto disneyano, da cui l’immagine in evidenza,  e soprattutto ha fatto parte della Scuola Operativa Italiana ‒ come ricorda nell’introduzione Felice Accame che delucida alcune questioni sui contorni e le ortodossie di questa tendenza (altri contributi in proposito un lettore curioso li troverà nel catalogo dell’editore Odradek).

Continua a leggere BAROSSO: PER UNA LOGICA LAICA