Di Marca e il romanzo-mostro

Pippo Di Marca, uno dei principali esponenti dell’avanguardia teatrale a Roma e non solo, oltre alle straordinari esiti sul palcoscenico ha sempre tenuto d’occhio la letteratura e ospitato in più occasioni nel suo Metateatro scrittori e poeti. Sicché ora la sua prova narrativa Vite spezzate nella tempesta (edita da Fermenti) non coglie poi tanto di sorpresa. Semmai, di sorprendente c’è la dimensione dell’esperimento che si presenta davvero esagerata e “mostruosa” con le sue quasi seicento pagine e lo spessore inusuale della scrittura sempre tenuta ad un altissimo grado di tensione e di carica espressiva in un lungo tour de force che sembra non finire mai. Scrittura esuberante e in costante stato di moltiplicazione sinonimica, dove la trittologia è il minimo garantito e la polifonia è condotta fino all’esasperazione dell’“esplosione parolibera”, o meglio del “bordello di voci”.

L’autore stesso ha spiegato, in un intervento a latere uscito su “Fermenti” rivista (n. 250), che il suo romanzo si è formato nel tempo per espansione, ampliandosi con successive interpolazioni di volta in volta fino alla terza stesura. Il testo ha il nucleo fondativo nella scena principale collocata a Catania nell’estate del 1960: è una riunione del “tocco di birra”, una sorta di rito collettivo che dovrebbe essere amicale e distribuire a tutti socievoli bevute in una gara di resistenza all’alcool e anche di contrappunto verbale, mentre invece in quel caso si trasforma in una resa dei conti e in una sfida all’ultimo sangue. Un testimone dell’episodio, lo Sfondato, racconterà poi tutto al giovane romano Roberto in una serie di incontri, sempre a base di gran bicchierate, che si svolgono nel 1975, arrivando fino al ʼ78 (il racconto si conclude sullo sfondo dell’uccisione di Moro). Abbiamo quindi due livelli temporali e due narratori: quello di primo livello è un narratore orale popolare (un incontenibile hablador), mentre quello di secondo livello è un trascrittore acculturato (un escribidor, per usare un altro termine di Vargas Llosa). Tra i due il rapporto è burrascoso e intermittente, ma trova nel fondo una solidarietà tra emarginati, nella comunanza dello “strano” e dello sradicato. Va precisato, inoltre, che il romanzo procede secondo un montaggio alternato e quindi i due filoni risultano frammentari e interrotti, secondo “linee spezzate” per l’appunto.
La stessa storia del “tocco”, un gioco in cui il padrone della birra viene sorteggiato e assegna le bottiglie, ma è condizionato dal sottopadrone che può contrastare le sue attribuzioni e fargliele bere tutte, come accade nell’ultimo giro al personaggio del Sindaco, messo in mezzo dal suo avversario il Califfo, che gliel’ha giurata per uno sgarro; il “tocco”, dico, diventa una sorta di tenzone “epica”, una complessa strategia e un combattimento per l’onore contro l’oltranza del prepotere. Il Sindaco (che in realtà è un netturbino) avrà la peggio, ma rimarrà impeccabile perfino da cadavere.
L’autore nel suo intervento su rivista ricorda di averlo visto da bambino e «quel gioco, il tocco, entrò nel mio immaginario come una porta della conoscenza intesa anche come ‘fantasia’, ‘maraviglia’, sull’essere i suoi piaceri, i suoi dolori, i suoi imperscrutabili destini». Nelle parti dedicate al “tocco”, Di Marca riesce a mettere insieme una incredibile galleria di personaggi, molti con tratti caricaturali, tutti con i loro più o meno azzeccati soprannomi, ciascuno col suo fondo buio; non solo uno spaccato di colore locale, ma anche allegoricamente il quadro di una umanità sofferente e perduta, ciascuno segnato dalla sua particolare cecità:

Tutte quelle facce uguali alla sua eppure divenute così estranee, facce paradossali, per metà uomini fatti, brutti, per metà eterni bambini, attraversati o baciati da una sorta di gioia di vivere, di euforia costante, sottopelle e soprapelle, cancrena e medicina, preda di furori, presi nello stesso vortice che in lui si stava spezzando, in vertigini di vita, di divertimento, di irresponsabilità dal mondo fino a restare insensibili, inebetiti di fronte al bene e al male, da non distinguerli più, chiusi dentro la nebulosa di un vicolo, di poche strade, di un quartiere ‒ ciechi con occhi spalancati tra piccoli o grandi abissi d’orrore, euforie solari o notturne, sempre esagerate, fuori misura, inconsapevolmente o fatalmente o criminalmente vivevano sprofondati nelle contorte trame di un loro tempo senza tempo, immobile, primitivo, fatto di miasmi anacronistici, secolari, non meno di certi grandi alberi dalle radici inestitirpabili: di cui lui era pur sempre un ramoscello.

Ma oltre che alternata, la struttura del romanzo-mostro non può non basarsi sulla digressione che prende tutti i possibili rivoli collaterali, dalle storie dei personaggi minori a quelle che si raccontano i due narratori durante le sedute-fiume, animate non solo dalla sete ma anche da una fame pantagruelica (non per caso uno dei due si chiama Sfondato…), corredata da emissioni corporee e non di rado eccedente nel vomito; sedute che di solito riempiono una intera notte, dalla sera all’alba, e si concludono in spaesati vagabondaggi per la città deserta. Tra queste digressioni ci sono le confidenze dei trascorsi sentimental-sessuali, un altro tema che assume dimensioni iperboliche, segnato invariabilmente dall’insaziabilità e dall’insoddisfazione.
Dal canto suo, come accennavo, il testo di Di Marca sforna una scrittura di grande spessore ‒ ben diversa dalla povertà linguistica della media del romanzo mercantile. Possiede un’aggettivazione sempre sovrabbondante e nei momenti culminanti parte per la tangente dell’elencazione con tendenza all’infinito. Tra i tanti possibili esempi di ipertrofia valga questo dove l’imbandimento delle cibarie si presenta come un’epica sfilata di eroi pronti al combattimento:

Era stata schierata a blocchi su svariati vassoi di discorde misura con una prosopopea da battaglioni ‒ riducibili o riconducibili, più modestamente, a squadre o compagnie: la compagnia delle polpette, semplici e tutte uguali, al sugo; la compagnia delle salsiccie, di almeno tre ordini e gradi, piccanti al finocchietto e peperoncino secche della Ciociaria, fegato dei monti Lepini al maiale nero; la squadra dei formaggi assortiti, gamma estesa di specialità su varianti di caciotta, caciocavallo e affini; la compagnia degli affettati, prosciutti, salami, ciauscolo, in ordine sparso e uno squadrone di mortadella in prima linea; e in fine, un po’ discosta, come se fosse un corpo estraneo, quasi una corazzata inopinatamente flnita in secca, o un incrociatore naufragato, un relitto, una forma bruciacchiata e abbombata dentro una ruvida carcassa nera, un’opima, traboccante tegliata di lasagne al forno!

L’elefantiasi si trasmette ai personaggi stessi, spesso connotati dal grottesco, e produce nella sequenza della storia alcuni vistosissimi effetti di ritardo. Ad esempio, le pagine iniziali corrispondono a un racconto che verrà prodotto dal narratore-testimone soltanto a p. 472. Poco dopo, alla p. 480, avremo finalmente la spiegazione di cosa c’era sotto alla riunione del “tocco”. Per sapere come è finito il Sindaco bisogna arrivare ‒ ma ne vale assolutamente la pena ‒ nell’ultimo centinaio di pagine. La sorte dello Sfondato la lasciamo scoprire al lettore.
Un altro aspetto che va rilevato e che non poteva mancare data l’attività di regista e attore di Di Marca, è la teatralità. Tutto, dal “tocco” ai colloqui tra i due narratori, si svolge sotto il segno di una accentuata carica mimica, fatta di gesti, intonazioni, pause, e quant’altro. E non per nulla, nell’ultima parte, c’è un breve excursus sui protagonisti dell’epoca “sotto la tenda dell’avanguardia”, compreso il Metateatro.
Quanto al titolo (ispirato da Bolaño, che Di Marca ha recentemente portato in scena in modo magistrale), dunque la “tempesta” è quella della storia (la storia d’Italia di quegli anni) che si qualifica nelle ultime righe come “tempesta di merda”. Mentre le “linee spezzate” sono le vite dei personaggi, le loro peregrinazioni, le intermittenze della felicità, la corsa verso la rovina; ma sono anche le “linee spezzate” del romanzo che rinuncia alla facile scorrevolezza per trovare nella dilatazione esagitata, in una la complessità della vita e la complessità della lingua, una forma che “dà da pensare”.

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