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Monodia e polifonia, un articolo di Antonio Amendola

Da Antonio Amendola, uno dei collaboratori più assidui di “Critica integrale”, ricevo e volentieri pubblico questo articolo.

MONODIA E POLIFONIA

L’origine della voce è monodia, voce unica, non stratificata, l’urlo della nascita ma anche la nascita della voce attraverso il corpo-voce, l’urlo che grida la necessità di libertà, l’urlo della voce come segnale di presenza nel territorio. La voce è comunicazione, linguaggio, presenza psichica, musica, un complesso reticolato di possibilità. Nella musica la voce nasce come monodia, un canto accompagnato da strumenti soffiati e percossi. Nelle culture etniche, sono presenti percorsi polifonici spesso legati a riti collettivi, nel canto gregoriano invece la presenza polifonica è legata da una stratificazione all’unisono con intervalli molto ravvicinati per dare possibilità alla scrittura di emergere nel suo pieno significato.
Con la nascita del contrappunto ovvero nota contro nota, assistiamo a presenze polifoniche molto complesse che spesso limitano la leggibilità della scrittura. Con la nascita del melodramma invece è presente una forte connotazione monodica subentra la dualità personaggio-interprete, e la classificazione delle voci secondo parametri di estensione, anche oggi nella musica attuale, con la forma-canzone assistiamo ad una forte presenza monodica con accompagnamento strumentale rispetto a quella polifonica. Altro caso di polifonia riguarda il canto difonico detto anche, canto armonico o diplofonico, una tecnica di emissione vocale di più suoni contemporaneamente, sfruttando le cavità sovraglottiche, presente in varie culture della musica etnica, utilizzata anche nella musica d’avanguardia, il rock e il jazz.

15/10/2021

Di Marca e il romanzo-mostro

Pippo Di Marca, uno dei principali esponenti dell’avanguardia teatrale a Roma e non solo, oltre alle straordinari esiti sul palcoscenico ha sempre tenuto d’occhio la letteratura e ospitato in più occasioni nel suo Metateatro scrittori e poeti. Sicché ora la sua prova narrativa Vite spezzate nella tempesta (edita da Fermenti) non coglie poi tanto di sorpresa. Semmai, di sorprendente c’è la dimensione dell’esperimento che si presenta davvero esagerata e “mostruosa” con le sue quasi seicento pagine e lo spessore inusuale della scrittura sempre tenuta ad un altissimo grado di tensione e di carica espressiva in un lungo tour de force che sembra non finire mai. Scrittura esuberante e in costante stato di moltiplicazione sinonimica, dove la trittologia è il minimo garantito e la polifonia è condotta fino all’esasperazione dell’“esplosione parolibera”, o meglio del “bordello di voci”.

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