Una quarantina di anni fa, Edoardo Sanguineti, in un convegno sulla critica di quelli di una volta, propose la dimissione del critico, versione rovesciata della “missione del dotto” di Fichte. Oggi, Carmine Lubrano, che con Sanguineti ha collaborato in manifestazioni e libri, dichiara una analoga dimissione, questa volta dalla poesia: «Basta! Vado via dalla poesia!» esplode proprio in apertura del suo libro di versi, or ora in uscita per l’editore Fabio D’Ambrosio.
E non gli si può dare torto. Tale è l’andazzo al ribasso dei verseggiatori attuali che occorre stare bene attenti a non essere equivocati e scambiati con quelli, che sotto l’ombrello generico del termine poesia – “aura fritta”, ho scritto su questo blog – proliferano e infestano, ormai diffondendo un errato senso comune e cancellando accuratamente le tracce dei radicalismi novecenteschi. Provate a guardarvi la premiazione dello Strega-Poesia e poi mi direte. Tra spettacolarità d’accatto, melensaggini ufficiali e ammiccamenti vari, circolano le solite presunzioni emotive, vaghe nostalgie, stanchi patetismi in toni ispirati privi di sostanza. Cosa resta da fare allora ai poeti se non smarcarsi e dire chiaro e tondo che con quella roba lì non si ha nulla a che fare? Continua a leggere Lubrano, il poeta in dimissione
Sull’AI interviene Contiliano
Già gradito collaboratore di “Critica integrale”, Antonino Contiliano mi ha inviato un ampio saggio sul problema della Intelligenza Artificiale, che pubblico ben volentieri.
Antonino Contiliano, La cecità dell’AI
Nell’epoca della quarta rivoluzione della produzione industriale capitalistica tele-informatica, il capitalismo, sfruttando gli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale – “AI” – con il suo linguaggio digitale ‘0 1’ (o numerazione discreta/finita, incorporata nel cervello elettronico dei moderni robot, capaci di tradurre e rispondere agli input verbo-scritti o quesiti posti dall’utente), ha fatto sparire la materialità del mondo-contesto e l’insieme delle variazioni sensoriali e logiche legate all’intelligenza situazionale e sociale dei soggetti umani che, variamente disposti, hanno corpo e carne abitati dalle parole senza confini precostituiti. Il linguaggio digitale, essendo un’esecuzione routinaria di istruzioni già predefinite da un programmatore, invece, è sempre un calcolo – computazione – scorporato, finito e compreso sempre tra due limiti, i valori discreti numerici ‘0 1’ (letti anche come falso/vero, chiuso/aperto, destra/sinistra, basso/alto…); sì che l’intelligenza del calcolatore è di fatto esclusivamente un’autoreferenzialità autoriflessiva segnaletica racchiusa in celle steccate, un linguaggio ad hoc, senza mondo. Continua a leggere Sull’AI interviene Contiliano
Nel labirinto del sogno
Dopo aver già intrapresa la via del romanzo (ricordo Una giornata cosmologica, del 2017), Giuseppe Finocchiaro torna alla narrativa lavorandola, per così dire, ai margini, con un libro fatto di quella “materia impalpabile” che sono i sogni. Titolo: I sogni di Nìlfilo, editore Palombi.
Guadagna in un colpo solo due vantaggi: la frammentarietà e l’onirismo. Un libro fatto di sogni sarà, infatti, costituito di testi brevi, ripartendo ogni volta da capo per direzioni sempre diverse. In più, la narrazione oniroide garantisce della massima libertà, non ha bisogno di nessuna coerenza, sia pure fantastica. Al massimo, lo scritto sarà tenuto insieme da una cornice, che in questo caso è costituita dai corsivi iniziali di ogni sezione, dove il sognatore da sveglio dialoga con l’«Onironauta», raccoglitore e collezionista di sogni che fa anche da chiosatore e stimolatore dialettico. I sogni si trovano raggruppati in piccoli insiemi che alludono a cambiamenti stagionali. Il tutto si pone, poi, come una riscrittura dell’Hypnerotomachia Poliphili, lo straordinario testo magico-allegorico pubblicato alle soglie del Cinquecento in una lingua ibrida. Lo si ritrova, qui, debitamente rovesciato: i protagonisti, Polifilo e Polia vengono messi al negativo e diventano Nìlfilo il sognatore e Nilia la donna sognata che nella prima parte lo sfugge, nella seconda gli si concede; le due parti del libro riceveranno rispettivamente il titolo di Terra e Cielo. Continua a leggere Nel labirinto del sogno
Lo dice Leopardi
Se avessi l’ingegno del Cervantes, io farei un libro per purgare, come egli la Spagna dall’imitazione de’ cavalieri erranti, cosí io l’Italia, anzi il mondo incivilito, da un vizio che, avendo rispetto alla mansuetudine de’ costumi presenti, e forse anche in ogni altro modo, non è meno crudele né meno barbaro di qualunque avanzo della ferocia de’ tempi medii castigato dal Cervantes. Parlo del vizio di leggere o di recitare ad altri i componimenti propri: il quale, essendo antichissimo, pure nei secoli addietro fu una miseria tollerabile, perché rara; ma oggi, che il comporre è di tutti, e che la cosa piú difficile è il trovare uno che non sia autore, è divenuto un flagello, una calamitá pubblica, e una nuova tribolazione della vita umana. E non è scherzo ma veritá il dire, che per lui le conoscenze sono sospette, e le amicizie pericolose; e che non v’è ora né luogo dove qualunque innocente non abbia a temere di essere assaltato, e sottoposto quivi medesimo, o strascinato altrove, al supplizio di udire prose senza fine o versi a migliaia, non piú sotto scusa di volersene intendere il suo giudizio, scusa che giá lungamente fu costume di assegnare per motivo di tali recitazioni; ma solo ed espressamente per dar piacere all’autore udendo, oltre alle lodi necessarie alla fine. Continua a leggere Lo dice Leopardi
Nell’anno con il 3: “Narcisso” di Sebastiano Vassalli
Ormai venendo a finire l’anno con il 3, mi resta un ultimo posto da utilizzare per intervenire su autori dell’area sperimentale che finora avevo trascurati. Lo dedico a Sebastiano Vassalli, anche se può sembrare strano, in quanto è stato uno dei più netti transfughi dell’avanguardia, con durissime dichiarazioni nella sua fase di normalizzazione. Eppure vale la pena di esaminare il suo primo romanzo, Narcisso, pubblicato nel 1968 nella collanina rossa dell’Einaudi, La ricerca letteraria. Nella nota di chiusura Giorgio Manganelli spiega che il libro si rivolge al lettore «irretendolo, catturandolo nelle ambagi di una ampia, discontinua, disorientante scenografica “oratio”» (che è la modalità propria dello sperimentalismo); e conclude: «Il risultato è una euforica bisboccia verbale, sconnessa e avvampante, una sorta di furibonda, drammatica, enigmatica festa».
Narcisso di Sebastiano Vassalli
Un romanzo? Per modo di dire. Non c’è trama che sia pur lontanamente riassumibile. Lo scritto procede per frammenti che però non usuali connessioni. Continua a leggere Nell’anno con il 3: “Narcisso” di Sebastiano Vassalli
I seminari della LUNA: “Cecità” di José Saramago
I seminari ella LUNA dedicati all’analisi del testo narrativo hanno posto sotto osservazione il romanzo Cecità di José Saramago. Siamo alla metà degli anni Novanta del Novecento (1995 la data di uscita) e circa alla metà dell’attività dello scrittore portoghese. Il titolo originale era Ensaio sobre a cegueira (scartato dalla traduzione italiana forse per evitare equivoci di genere letterario). Ma cosa significa intitolare “saggio” quelo che è in tutta evidenza un racconto? Probabilmente l’autore ha voluto indicare in questo modo che la sua storia ha una valenza per così dire dimostrativa. Una sorta di esperimento, che consiste nel mettere i suoi personaggi in una situazione estrema – un’epidemia di cecità “bianca” che si diffonde fino a diventare davvero pandemica (ovvero totale) – per vedere se e come può resistere in queste condizioni un comportamento che si possa definire ancora “umano”.
Seguendo la griglia precedentemente impostata, il seminario ha approfondito vari livelli del testo, dall’appartenenza al genere distopico di variante epidemica, alla posizione del narratore (onnisciente e spesso ironico), allo stile e alle figure retoriche. Il seminario si può seguire a questo link:
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