Mangatour2

I sobborghi

Chiamiamoli sobborghi: non vi troverete né strade, né quartieri, né autobus, né stracci di giornali, né capsule di bevande analcooliche, né preservativi appiattiti contro il suolo, come bambini sordi sotto un bombardamento, che, quando è finito, ancora aderiscono al pavimento; non vi giocano infanti, né camminano convergenti amanti morituri; abitati, si, e non radamente: ma non cercherete famiglie, né tribù, né convegni per portici e piazze, né colloqui, se non minimi, necessari, sommessi. Forse è cielo quella piazza capovolta, quale debbono vedere i pesci dal fondo del mare in giorni di pioggia immobile; ma come scarso il mutar delle luci dall’alba al tramonto; e forse non sarà arroganza nomenclatoria catalogar di ‘erba’ quella muschiosità violacea, o ‘piante’ queste dita da vecchio stradino, che sporgono da una sabbia inospite e raschiosa.

Insomma, sobborghi: sgradevoli cumuli di sassi e asfalto che qualche demagogico sindaco degli inferi si provò a stendere a pelliccia della terra lebbrosa. Osservate ora, sulla vostra destra, un muro di forse duecento metri, compatto, inutile: non regge alcunché, nulla vi si appoggia; qualcuno lo ha graffito di parole oscene, ma per lo più in lingue di così bizzarra grafia e morte da tanto, che quella stolida superficie non ne ricava nemmeno una vitalità di scandalo. Liquami melmosi si allargano in infernici ostensori, acquosi ed escrementizi, orme, o residui, o indizi di imperfetta morte. Il vento è quaggiù un soffio caldo e anonimo, quale sulla terra smuove i giornali retorici dal suolo, ma non tocca le gonne delle femmine; rade le piogge, e casi bizzarramente distribuite, che vi sono luoghi che da dodici secoli ne attendono l’inizio, e ad ogni sussulto di equivoca frescura, che si insinui tra le giarrettiere dell’infimo vento, si allucinano gli oscuri abitanti. Non piove mai di gusto, mai di stravento, quella pioggia che sa di donna, di bambini rissosi, che parlotta a notte sui tetti delle automobili degli amanti, alle periferie cittadine; perché, s’è detto, il buio non scende mai, mai sale la luce, l’aria è torbida ma è ignota la letizia barocca dei nuvoloni culeschi librati a masticare i raggi pubblicitari dell’ostia candeggiante. Temporali se ne danno, secchi, tuttavia, senza consolazione, vetrosi, litigiosi e rochi, senza ira, rongorosi come vecchi gatti risecchi, dai genitali di vetro, che al coito si spezzano e sanguinano.
Li ascoltano i solitari inquilini dei sobborghi, a capo chino, come traduttori inefficienti, o sorpresi della novità di un accento che affatto stravolge una lingua conosciuta, così da farla allarmante e inedita, o mistificati da un linguaggio fittizio, o inventato per burlissima da frodolento numen, o menati a paranoide vergogna della constatata incapacità di trar senso da un discorso concotto di parole assennate, ma in salsa di ratio assurda ed incongrua. Meditano i borborigmi, come per cibo
recente, del cielo coniugale, temporalante, il fiato caldo, con cocciuta attenzione; compitano tuoni, vocalizzi di serpenteschi fulmini biforcuti; palatalizzano tremuoti; vista patetica, di costoro aggrembati e intenti; giacché la difficoltà di trovar barbieri fa quelle gote scarne fitte di rozzo e setoluto pelame; registrano sugli intimi nastri del grundig eterno la voce del dio ciclotimico, e tremano ad ogni frammento che pare dia senso; ché i miseri vi leggono sempre parole di ira didattica e insensata: come percosse di mamma ubriaca, moniti di padre lussurioso, didascalie di predicatore coprolalico; ma non mai la piova monda la sanie di quelle gengive lavorate sui sassi, né sisma spalanca la porta del vicinissimo Ade.
Non vi han corsi d’acqua, né fontane, né cascate, né laghi: ma botri fatti a somiglianza di pube, e quelle pozze di cui s’è detto, lutulenti indugi di acque vili e tiepide. Vi sono tuttavia dodici spacci di birra egizia, acida, morde la garganta, ma insomma non inamabile, quando sia bevuta da quei bicchieri sbreccolati che minacciano lingua e palato. E due mescite di materiale vinoso, rossiccio, greve, tabaccoso, sanguigno e torbo, caldastro – tolto un poco di vinello pedemontano di buona e anziana riserva, che si ottiene solo a gran prezzo di angosce e sofferenze, da farne catalogo d’arte; e poi le fogne.

(da Hilarotragoedia)

10/08/2022

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