Ecco a voi il Benjamin di Jameson

Che Benjamin facesse parte della costellazione teorica di Frederic Jameson era chiaro fin dall’inizio della sua attività, visto il capitolo dedicatogli già in Marxismo e forma (1971). In seguito, Jameson ha ripercorso gli snodi di quel “marxismo occidentale” in odore di eresia, anche dopo aver scoperto il postmoderno, trattando di Adorno (1990), di Brecht (1998) e mettiamoci anche il saggio su Lukács nel monumentale volume Valences of the dialectic (2009). E non per caso Benjamin era stato evocato nel capitolo conclusivo dell’Inconscio politico (1981). Dato che, solo pochi anni fa, il critico americano era entrato con un importante contributo nel dibattito teorico sull’allegoria (Allegory and Ideology, 2019), non c’è da stupirsi se il passo successivo sia stato quello di affrontare direttamente l’autore che più d’ogni altro si era mosso proprio nella connessione tra allegoria e marxismo. Ed ecco allora questo The Benjamin files, pubblicato in lingua inglese nel 2020 e tradotto da pochissimo con buona prontezza da Treccani per la cura di Massimo Palma, sotto il titolo Dossier Benjamin (nell’immagine in evidenza ho estratto un particolare della copertina originale, ispirata a un poster di Gustav Klutsis).

Sono partito, nella lettura del libro, da due interrogativi che mi premono particolarmente: in che modo l’interprete di Benjamin prende posizione riguardo al problema del rapporto con Brecht (oggi negato, ad esempio, da Sigrid Weigel) e in generale alla questione del nodo teologia/materialismo? In particolare, riguardo a Jameson: in che modo la rilettura di questo campione primonovecentesco può connettersi con la determinazione del postmoderno come unico orizzonte di fine secolo? Devo dire che Jameson non ha eluso queste domande, però le ha affrontate tangenzialmente per il semplice fatto che ha assunto dal suo stesso oggetto di studio un andamento non lineare e non sistematico, il che ha conferito al suo lavoro un aspetto abbastanza singolare e originale nel novero della bibliografia benjaminiana.
I files, in questo caso non sono quelli attuali del computer, ma suggeriscono un insieme variegato di carte, un dossier, come appunto ha intitolato la traduzione italiana. Lo sforzo che Jameson ha compiuto è di mettere uno accanto all’altro il Benjamin pensatore e il Benjamin scrittore, presentandone di volta in volta le diverse sfaccettature, con un percorso per forza di cose zigzagante, dove far riemergere soprattutto gli scritti meno trattati dagli esegeti precedenti. Ecco allora l’importanza data a Strada a senso unico che addirittura, per Jameson, è «l’unico vero libro di Benjamin». Oppure, il saggio sulla fotografia, messo a confronto in modo illuminante con il ben più famoso saggio sulla riproducibilità tecnica.
A guidare la lettura critica è qui proprio il principio di discontinuità caro a Benjamin: discontinuità estetica (sia l’allegoria che lo straniamento sono per l’appunto deviazioni dal realismo) e discontinuità storica (la rivoluzione come interruzione del corso della storia dei vincitori). O, ancora, la costellazione e il frammento. Ma, precisa Jameson,

testi che nell’opera di Benjamin possono a prima vista sembrare frammenti sono invece stanze complete o paragrafi in versi. A conferire loro un’apparenza frammentaria è l’inevitabile spazio tra esse, che può anacronisticamente ricordare i lampi onirici o gli immancabili vuoti dell’immagine surrealista, una pratica che non ha mancato di affascinare Benjamin per qualche tempo.

Lungi dal mettere ordine in un’opera decisamente aliena all’andamento lineare, e rinunciando anche alla pratica invalsa di estrapolarne le citazioni che più fanno comodo, Jameson si è proposto di fare i conti con le antitesi interne, con le difficili coesistenze delle diverse costellazioni e con le «acrobazie del pensiero» (che, aggiunge, «conferiscono freschezza alla sua opera»).
Magari, nei primi capitoli, si concede qualche esercizio di “quadratura” (intendo alludere ai quadrati semiotici greimasiani opportunamente raddoppiati), tanto per non perderci la mano, ad esempio questo, inserito nel capitolo sul Dramma barocco:JamesBenj quadr_0001
Ma non si deve pensare che le note restino sparpagliate, perché Jameson va caparbiamente alla ricerca di «un filo conduttore capace di guidarci in questo labirinto». Ricerca non facile: infatti i termini tipici benjaminiani non hanno sempre lo stesso significato o la stessa valenza: ad esempio, l’“aura” è vista in un caso come bene perduto, in altri come l’aggancio di errori estetici. Una ugualmente attenta disamina è necessaria su ciò che Benjamin intende con “avanzato”, che non coincide con il semplice culto della novità, mentre dal saggio sulla riproducibilità tecnica salta fuori la nozione di “distrazione” non sviluppata altrove. Un nodo che attraversa molti passaggi è la dialettica, in particolare l’“immagine dialettica” e la “Dialektik im Stillstand” (che io insisto a tradurre con “dialettica in stato di stallo”).
Dunque, un Benjamin sperimentale: «il suo sperimentalismo si muove per scarti imprevedibili dal medium al genere, dallo stile e dalla forma alla distribuzione, impossibili da determinare a priori».
Punti fermi restano l’aspetto antipsicologico e antiestetico, nonché l’antinarrativo, sebbene quest’ultimo più complicato: uno dei recuperi compiuti da Jameson riguarda proprio il saggio sul Narratore (a suo parere «il miglior saggio di Benjamin»), dove sembra offrirsi una soluzione positiva al problema della prosa.
Ma vediamo qualcosa su quegli interrogativi che ricordavo all’inizio e che Jameson non può fare a meno di toccare in vari luoghi. Intanto, il rapporto con Brecht non è in discussione e viene riconosciuto in base a diversi punti in comune: lo sguardo benjaminiano dell’infanzia è una prospettiva obliqua e in quanto tale è «la depositaria del più fondamentale degli straniamenti, forse la sua maggiore affinità con Brecht». E ancora, dall’altra parte:

Quello che Brecht condivide con Benjamin è l’importanza data all’interruzione, alla separazione, alla cesura. L’opera teatrale ideale di Brecht è una serie di episodi autonomi, ciascuno una sorta di monade sulla cui unità ricostruita presiede una descrizione, una canzone, una didascalia: in breve, il suo nome. Questa logica condivisa della discontinuità è alla base dell’«affinità elettiva» tra Benjamin e Brecht, ciò che governa la loro visione dell’arte e della storia (…).

Quanto alla teologia, tanto messa in spolvero dagli interpreti odierni da non esser più per niente un disprezzato “nano gobbo”, Jameson le dedica l’ultimo capitolo (La storia e l’elemento messianico) e la intende piuttosto come un “codice” che presenta agli occhi benjaminiani il «vantaggio concettuale» di fornire «una forma di rappresentazione di fatto figurale più che astratta – rispetto ai codici secolari e politici». Evitando di tagliare in due l’opera di Benjamin, vuoi nel senso di una conversione, vuoi attribuendo il suo marxismo ad una scelta puramente opportunistica, qui si pone piuttosto il problema di un rapporto: «Si tratta – precisa Jameson – di codici o sistemi linguistici alternativi che offrono la possibilità di dare differenti letture della situazione, non sono “credenze”».
Più di striscio, in quanto qui non strettamente necessaria, è la questione del postmodernismo. Ovviamente, per motivi cronologici, Benjamin è “moderno”, non ci piove. Tuttavia, qualche tentazione di vederlo precorrere i tempi non può mancare in Jameson che è stato – nel bene o nel male – uno dei maggiori teorici del postmodernismo (non pentito, per quanto ne sappia). Così gli scappa, magari in spiritosa parentetica: «uno dei leitmotiv della contemporaneità – o dovrei dire della postmodernità?»; oppure: «certo, a noi oggi queste raccomandazioni, un tempo rivoluzionarie, suonano postmoderne». Al di là di questi spunti sparsi, la valutazione è molto simile a quella già espressa nel libro su Brecht: si tratta per entrambi di un modernismo particolare, eterodosso, divergente soprattutto – rispetto a quello che è considerato “modernista” nell’area di lingua inglese – per la critica radicale delle suggestioni dell’estetica.
E tuttavia continua ad esserci un problema: se Benjamin è – sia pure in modi alternativi – legato alla prima metà del Novecento, cosa ha ancora da dirci dopo un secolo? Se proviene, per così dire, da un altro mondo, come possono le sue ipotesi incidere ancora nel nostro? I suoi non saranno files da tenere in un faldone per l’appunto in “archivio”? Quello con cui si fanno i conti oggi è, o almeno sembrerebbe, un cambiamento radicale:

Le antitesi evocate da Benjamin (…) in apparenza non esistono più, o sembrano essere state sostituite dal conflitto tra la democrazia rappresentativa e i suoi nemici, come se la prima fosse mai esistita o avesse mai funzionato. Siamo regrediti, in altre parole, dal campo della lotta di classe allo scontro tra virtù e corruzione, un mondo settecentesco nel quale, come in tutti i millenni che l’hanno preceduto, il suffragio e il controllo della ricchezza costituiscono allo stesso tempo la ratio dell’esercizio di governo e la sua realtà storica. La fede modernista nella crescita progressiva delle forze e delle energie produttive si è cristallizzata in una visione statica del futuro come distopia e del presente come una lotta per accaparrarsi le spoglie della tecnologia.
La rivalità trilaterale che Benjamin osservava negli anni Venti e Trenta (quelli della sua maturità), ovvero il conflitto tra comunismo, fascismo e capitalismo, sembra essere stata un’aberrazione storica, le cui lezioni ci sono oggi di scarsa utilità.

È quello che mi sono sentito ripetere chissà quante volte, da parte di uno storicismo un po’ assolutista, a dire il vero. Ma allora anche Benjamin è ormai tagliato fuori? Eppure, il libro di Jameson tutto è fuorché un’archiviazione; semmai dimostra la volontà di riprendere il confronto e di riaprire il dossier per supplementi d’indagine.
Del resto, non sarebbe giusto confinare l’opera benjaminiana nel tempo della sua elaborazione, per il semplice fatto che proprio essa ipotizza un “indice temporale” che fa viaggiare le opere nel futuro verso il loro “momento di leggibilità”, ipotesi dimostrata involontariamente dalla stessa parabola dell’autore, morto come profugo semisconosciuto e oggi tra i più letti nel mondo, con una fama che non sembra subire flessioni. Siamo di fronte, forse, a una strana discrasia temporale per la quale Benjamin è leggibile di fatto in un momento storico che però non sente più le sue esigenze. Oppure queste esigenze ci sono, per quanto inavvertite? Ecco che, a un certo punto, spunta il Jameson dell’utopia:

Ma senza il pericolo del fascismo e del suo idiosincratico fratello, il nazismo, l’opera di Benjamin può apparirci come un corpus di esercizi gratuiti. Nei decenni seguenti alla seconda guerra mondiale è apparso chiaro che utilizzare questi termini come epiteti era non solo impreciso ma politicamente sbagliato. Il socialismo intanto è tornato a inabissarsi sotto la superficie del discorso politico, come sempre ha fatto, producendo solo fiammate locali e isolati portavoce, ma continuando comunque a trarre linfa da quelle contraddizioni senza le quali il capitalismo non può esistere. È possibile che quello a cui stiamo assistendo oggi non sia che un altro di quei momenti di crisi in cui il socialismo torna a riapparire in qualità di unica soluzione a problemi economici insuperabili, quelli del mercato mondiale che Marx vedeva come l’epilogo inevitabile del sistema attuale.

Proprio l’assenza del socialismo si trasformerebbe nella necessità della ricerca delle sue tracce? Spero che segua dibattito.

28/03/2022

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