Bàino nella Roma dei due Papi

Il romanzo salvato dai poeti? Proprio così, in un momento in cui i narratori sembrano tutti con pochissime eccezioni fagocitati negli standard di marcato, l’ultima speranza è negli scrittori che, grazie all’esercizio della poesia, sono ancora capaci di spessore linguistico e di libera  estrosità  stilistica. Un tale poeta prestato alla narrativa in un periodo di emergenza è Mariano Bàino, non nuovo per altro a esperimenti in prosa come il romanzo robinsoniano L’uomo avanzato (ora ristampato da Oèdipus, con un’aggiunta finale e un saggio di Cecilia Bello Minciacchi) e il giallo d’autore Dal rumore bianco. Ed eccolo di nuovo alla prova con Il cielo per Roma, pubblicato da poco da Exòrma.
Se Morselli aveva fatto la sua satira della Chiesa titolando Roma senza Papa, ora Bàino fa la sua con una Roma che di Papi ne ha addirittura due e neanche in accordo. Un romanzo fantastico e proprio del genere soprannaturale con “angeli e demoni”, e però allo stesso tempo molto terreno, molto corporeo (e vi si parla infatti di “incorporazione” e “biopolitica”). E quasi cronachistico, dato che i due Papi, L’Emerito e il Regnante, malgrado i nomi cambiati (Gregorio XVII e Materno I) sono ben riconoscibili e lo stesso vale per il morbo pandemico che circola, sebbene qui sia chiamato Morfar…

In sintesi: l’anima di Sinesio di Cirene, filosofo antico vissuto ad Alessandria al tempo di Ipazia, viene trasferita dallo stato ultraterreno di “purificazione angelica” nel corpo dell’avvocaticchio Chiaffredo ai nostri anni, allo scopo di indagare sulle trame vaticane odierne complicate dalla contesa dei due Pontefici, dietro la quale si gioca la lotta cosmica tra il Bene e il Male. Avversato e blandito dal diavolo nei panni di Mefisto e di Orson Maria Quinlani, quindi tra faustismi e wellesismi, il protagonista che racconta la sua “veridica cronaca” viene confortato da Matilda, angelo passato/a (wendersiano more) in un affascinante corpo femminile.
Lasciamo al lettore, com’è d’uopo, di arrivare al finale e concentriamoci sulle conseguenze che riguardano la scrittura: innanzitutto, la reincorporazione produce un singolare dialogismo interno al personaggio tra le sue due identità, tra l’altro divise da uno sbalzo cronologico tale da ingenerare straniamento, in quanto il tardoimperiale Sinesio deve adattarsi non senza sorprese, non solo al corpo di persona poco gradevole, ma a tutto il contesto della attuale modernità. Uno sdoppiamento che ha qualcosa a che fare con la stessa formazione di un personaggio, la quale comporta sempre un ‘diventare altro’ ed è sottolineata non a caso dall’incipit melvillesco: «Chiamatemi Chiaffredo».
In secondo luogo, più ancora del compito spionistico che porta il romanzo nei sotterranei e nei sotterfugi di ben poco religiosi monsignori, appare interessante l’immaginazione del mondo immateriale dove l’empireo stesso si trova in stato di disfacimento, forse addirittura liquefatto: «Penso a Dio. Come a un diomorto macerato in decomposizione»; e ancora: «il demiurgoide si è dissolto nel nulla». Rispetto a questo scenario apocalittico, gli effetti del virus in fondo sembrano poca cosa, per quanto siano sensibili e stigmatizzate le contraddizioni dell’“Homo pandemicus”. C’è il rischio che «la luce splendida e fasulla dello zircone che è l’universo si spenga per sempre»; parola del diavolo che a un certo punto, verso la metà del romanzo, in un dialogo semi-dostoevskiano, viene ad annunciare la sua vittoria: «La guerra è vinta (…). La battaglia aerea volge al termine»; e però neanche lui  è troppo ben in arnese se abbisogna di alleati, tanto da cercar di convincere il Sinesio-Chiaffredo, con le buone o con le cattive, a passare dalla sua parte.
Così caotico è lo stato dei cieli e della terra che il racconto che ne consegue non può evitare di essere una trama sbrindellata come sottolinea lo stesso narratore («La trama è un po’ a cascatella, non cade proprio a piombo sul finale della storia»). La trama subisce continue svolte e diramazioni digressive, sembra quasi che stia lì soprattutto a far da supporto per l’insorgere della scrittura, come succede in Gadda (per altro gratificato da Bàino con la menzione dello “gnommero”). Perché questo avviene quando un poeta è prestato alla narrativa: che la scrittura, per quanto si sforzi di servire alla narrazione, alla fine la fa da protagonista. Partono per la tangente le elencazioni (ce n’è una di tipi di prostitute che fa invidia a Belli), vengono a fagiolo gli inserti (ad esempio uno onirico-escrementizio, rabelaisiano questo), esplodono veri e propri pezzi di bravura come le omelie parallele dei due Papi in concorrenza. Tra i tanti esempi possibili scelgo questo, davvero tragicomico, che mescola insieme la ricetta del pesceduovo e la descrizione della peste in Tucidide:

In frigo sei uova ci sono e sei uova metterò: le voglio tutte, unite nella lotta. Grana, pecorino, pangrattato, spicchio d’aglio per il quale sia superato il dubbio sulla legittimità della presenza, olio, sale e pepe. Rompo le uova, verso in ciotola, sbatto: improvvisamente le persone erano colpite da un calore forte alla testa, si arrossavano gli occhi, gola e lingua erano subito rosso sangue, fiato irregolare e puzzolente e formaggi grattugiati, successivamente starnuto e raucedine, e in poco la malattia scendeva al petto con forte tosse e pangrattato, aglio a pezzettini, il prezzemolo attraversava tutto il corpo, se si sopravviveva al male ne restavano comunque tracce e poi il composto d’uova in una padella di ferro o antiaderente venivano attaccati i genitali e le punte delle mani e dei piedi con un movimento circolare inclinare la padella e iniziare con la perdita di queste parti, alcuni anche con la perdita degli occhi e radunare il composto nel fondo.
La natura dell’epidemia superò le possibilità della parola arrotolando l’omelette, cuocendola a fuoco lento si contagiavano come pecore e non c’era un rimedio che fosse uno, molti avevano già avuto parecchi morti, compivano l’opera di sepoltura in modo vergognoso, utilizzando pire già innalzate per altri cadaveri facendo dorare in modo uniforme, altri gettavano su una pira, mentre già vi ardeva un altro cadavere, il corpo che avevano portato e immaginiamo i vivi che si battevano a colpi di torce per mettervi coloro che gli erano stati cari, per non abbandonarli e i roghi rosseggianti davanti all’acqua tranquilla e scura facendo scivolare sul piatto di portata e servire il pesceduovo ben caldo.

Dello stile fa parte anche l’allocuzione rivolta al lettore (più avanti il narratario diventa direttamente “Sua Grazia”) dove per altro più che il coinvolgimento emerge ormai la distanza verso abitudini di pigrizia fruitiva che non contemplano rallentamenti e neppure digressioni («Il discorso digressivo – si legge – sarà oggi come i vini dolci: non li vorrà più nessuno»). Giustificata nel caso dalla lontananza temporale del buon Sinesio, c’è tutta la consapevolezza della attuale mediocrità per non dire degenerazione del romanzo. Nell’Uomo avanzato si poteva trovare la frase: «Già il fatto che il libro sia un romanzo non depone a suo favore»; qui la polemica preferisce la preterizione, per l’appunto rivolgendosi ai lettori:

O pacifici lettori di questa veridica narrazione, non vi ho dato finora degli sprovveduti ignari incoscienti sciocchissimi come pure è stato fatto da autori del passato nemmeno malvagi; non vi ho accusato di armeggiare di solito e beatamente con libri simili a robaccia inquietante; neppure vi ho intimato di risvegliarvi per un istante dal vostro abituale stato di robot sonnambolici (…).

Nella crisi generale, sono il comico, l’umorismo e l’ironia i salvagenti di Bàino. Non a caso il risus paschalis viene evocato in quel punto nevralgico che è la predica dissacrante di Materno I. E decisamente clownesca è la scena finale che coinvolge l’intero cast dei personaggi (non aggiungo altro proprio per non togliere il gusto ai lettori, già abbastanza vituperati).
È un “narratore avanzato” e lo sa bene (con tutta l’ambiguità ironica tra senso avanguardistico e senso “residuale”); in ogni caso con Il cielo per Roma ci dà un romanzo decisamente dinamico, in continua metamorfosi e debitamente grottesco.

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