Un Dante di sguincio

Non si può evitare di parlare di Dante nell’anno anniversario. Tanto più che concordo sulla sua assoluta grandezza collocata all’ingresso della nostra letteratura. Il che non vuol dire apprezzare la valanga celebrativa dei cori estatici-estetici e dei megafoni ufficiali che ne trattano come fosse un prodotto del made-in-Italy da sponsorizzare. Invece delle sviolinate diciamo che Dante inaugura non solo la tradizione, ma in essa una linea che, nel prosieguo letterario, è risultata alternativa, in qualche modo un’antitradizione opposta a quella dominante, petrarchesca.
Personalmente, ho preferito, allora, prenderlo un po’ di sguincio, il nostro grande classico. E, ottemperando alla vocazione dello straniamento, guardarlo da una prospettiva esterna, vale a dire dalla riscrittura che ne ha fatto, nel mezzo del Novecento, il tedesco Peter Weiss. Il progetto teatrale di Weiss (posto tra il Marat/Sade e L’istruttoria) di proiettare Dante nel mondo contemporaneo è molto poco noto, ancorché pubblicato in traduzione da Mimesis. È rimasto incompleto, limitato com’è al solo Inferno; forse un segnale che quello è, incontestabilmente, il Dante più “espressionista”.

Sul viaggio di Dante, Weiss proietta la sua esperienza di profugo durante la dittatura nazista. Immagina che Dante, dopo essere andato in esilio, ritorni nella sua città, dove viene onorato, ma anche – per così dire – addomesticato e addestrato, reso compatibile con il nuovo regime. Ciò che Weiss vuole dirci, attraverso i dialoghi con Virgilio e gli altri personaggi tratti dalla Comedìa, tutti ormai “integrati” nel sistema, è che il passato di repressione violenta non è stato superato, ma introiettato nel nuovo modo di vita, mascherato dietro le forme di benessere e di privilegio, a patto di seguire obbedienti le regole. La stessa figura di Dante non è affatto idealizzata (tutt’al contrario delle attuali celebrazioni): è roso dai complessi di colpa per essersi salvato abbandonando i “sommersi” ed è combattuto interiormente sul ruolo ambiguo dell’intellettuale. Alla fine, però, dimostra che l’artista non può essere ingabbiato e conclude l’ultimo canto (dei rigorosi 33) dichiarandosi estraneo («Io / per sempre / vi abbandono») in mezzo alle risate di scherno degli scherani del potere.
Un testo teatrale difficile da rappresentare. Però, mi è venuta un’idea. Durante il lockdown, pur condividendo le lamentele sulla chiusura dei teatri, mi sono chiesto cosa ci si potesse inventare per far teatro senza teatro. Un teatro non solo senza pubblico, ma anche senza scene e senza attori. Un teatro solamente della voce. Già in passato mi era capitato di teorizzarlo, ma adesso si trattava di realizzarlo facendo, come suol dirsi, di necessità virtù. Ho provato allora a registrare la lettura dell’intero testo  dantesco di Weiss, accompagnandola con un video che indicasse soltanto il nome dei personaggi di volta in volta attivi e riportasse le didascalie. E a mettere il tutto sull’ospitale canale Yuotube. Ecco il mio omaggio a Dante, un po’ di sguincio, nell’anno anniversario. Uno strano esperimento, impegnativo ma alla fine gratificante. Forse anche irripetibile.
Impossibile seguirlo tutto d’un fiato (nell’insieme dura più di 2 ore), l’ho opportunamente diviso in 7 sezioni di 5 canti per volta. Questa la sequenza (cliccandoci sopra escono i link relativi):

1. Canti I-V

2. Canti VI-X

3. Canti XI-XV

4. Canti XVI-XX

5. Canti XXI-XXV

6. Canti XXVI-XXX

7. Canti XXXI-XXXIII

21/09/2021

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