La parola avanguardia

Dato che faccio spesso uso, qui e altrove, della parola “avanguardia” e le attribuisco manifestamente valore positivo e propositivo, sento la necessità di una spiegazione in quanto nella maggioranza dei casi odierni la stessa parola viene pronunciata con accento di disdoro, al massimo giustificata storicamente come fenomeno (ma più sociologico che autenticamente letterario) e meno che mai come prospettiva ancora percorribile.
A dare fastidio non sono solo i movimenti collettivi che vi vengono per solito inquadrati (Futurismo, Dada, Surrealismo, Espressionismo, Gruppo 63), ma è proprio la parola a ingenerare sospetto. Infatti il termine “avanguardia” è visto provenire dal lessico militare e quindi appare coinvolto in un agire violento e massimalista, maschilista e settario (a riprova si porta la divaricazione dei due Futurismi italiano e russo, coinvolti nelle due opposte dittature novecentesche all’estrema destra e all’estrema sinistra); nel suo fare gruppo appare omologante, a partire dai manifesti che “danno la linea” e diventano obbligatori e normativi; nel suo fare polemico appare supponente nei confronti delle altre tendenze per la hybris di ritenersi più avanti degli altri.
Insomma: con che coraggio posso ancora adoperare questa parola così palesemente “politicamente scorretta”?

Le accuse di cui sopra, assai diffuse, sono state sostenute con buona eloquenza da Tzvetan Todorov nella sua lezione su Avanguardie artistiche e dittature totalitarie (edita in un libretto da Le Monnier). Non si tratta solo delle convergenze storiche con fascismo e comunismo, ma ciò che, secondo Todorov, accomuna dittatura e avanguardia «è la loro ambizione totalizzante, che non si ferma davanti a nessun limite consacrato: l’artista non rispetta i canoni estetici anteriori, il dittatore è pronto a rovesciare tutte le norme della vita sociale precedente». A parte che l’argomento non sta in piedi perché il tentativo di allontanarsi dalla tradizione letteraria (che è in buona sostanza illuminista) non è paragonabile neanche da lontano con l’abolizione della rappresentanza democratica (che è l’esatto contrario). E a parte che l’intervento todoroviano mira, al fondo, all’utopia, stroncando in tal modo ogni aspirazione al miglioramento;  a parte (ancora!) che a smentirlo c’è l’evidenza di avanguardie non violente (Dada, assolutamente pacifista, il futurista comico Palazzeschi), la libertà creativa delle avanguardie è indiscutibile, ed è il contrario di una politica opportunistica: non guadagna potere, ma semmai è garanzia di emarginazione e di minoranza. I casi dei membri del Gruppo 63 non dimostrano niente: ammesso e non concesso, il loro approdo in alte sfere non è stato affatto dovuto alla partecipazione al movimento artistico-letterario (il successo di Eco narratore è arrivato completamente al di fuori dal “romanzo sperimentale”).
Rimane il senso dell’“avanti”: non è una pretesa eccessiva? Sì, lo è, ma solo se assumiamo quella proiezione secondo il modello “agonistico”, dove indicherebbe un drappello teso a occupare le posizioni di testa rispetto al grosso che resta indietro. Ho però proposto, in altri interventi, un diverso modello, che è quello dell’infiltrato. C’è sempre l’idea di un campo conflittuale, però l’infiltrato non ha affatto la marcia penetrante della pattuglia che precede l’esercito; semmai si trova in una posizione pericolosa all’interno di un territorio ostile, con il compito più che altro esplorativo di sondare i punti deboli, le possibili alleanze, ecc. Nessun avanzamento vittorioso, piuttosto un lavoro sotterraneo in vista del cambiamento futuro: intendendo l’artista come rappresentante degli esclusi e di quelli che non ci sono ancora.
Tra l’altro, questa figura può aiutare a sbloccare la parola “avanguardia” dall’identificazione con i movimenti e i loro proclami. Si può andare oltre gli organigrammi ufficiali e considerare “infiltrati” anche i grandi solitari (i Kafka, Joyce, Brecht, Beckett e via aggiungendo ancora ad libitum). Per me il termine avanguardia equivale a “modernità radicale”. Viene come terzo incomodo nella diatriba tra moderno e postmoderno, che parrebbe risolta da un semplice trascorrimento temporale che spiazza il superato (ottica non molto diversa, questa, proprio da quella condannata nel Futurismo…). Lo stesso Jameson, che pure ha le sue responsabilità nell’affermazione acritica del postmoderno, ha dovuto ammettere, parlando di Brecht, che esiste una modernità diversa da quella di comodo prospettata dalle “magnifiche sorti” postmoderniste: «per quanto l’opera di Brecht sia anche modernista, – egli consente dentro circospette parentesi – come abbiamo sostenuto sopra, non è semplicemente una forma di modernismo tra le altre, ma piuttosto la forma forte, l’unica forma legittima dell’innovazione modernista in quanto tale» (vedi Brecht e il metodo, p. 168). Anche rispetto alla tecnologia, se non si può negare la tecnolatria futurista (ma ci sono anche, in altre avanguardie, spunti di critica: di questo in prossime occasioni), chi è oggi senza peccato? Siamo ormai tutti così tanto imbevuti di tecnologia da poter far finta di essere umanistici.
Resta, senza dubbio, l’elitarismo di fondo. La ricerca del popolare e la ricerca del piacere oggi in voga vedono nell’avanguardia soltanto dei divieti, dei pretestuosi tabù, e così si genera il tabù dell’avanguardia che ben conosciamo. Ma attenzione: il vero elitarismo è semmai quello della nostalgia del grande passato disatteso dalla volgarità contemporanea. L’avanguardia, invece, è pronta a mettere in gioco i valori, in primis il valore estetico che invece si conserva, sia pur degradato quanto si voglia, nel popolare (vedi i continui riferimenti commerciali all’emozione, alla bellezza e simili). Ecco: quando uso la parola “avanguardia” penso innanzitutto alla posizione scomoda di “segare il ramo su cui si sta seduti”, che non mi pare né trionfalistica né opportunistica, e neppure troppo violenta (chiedendo venia all’albero, naturalmente…).
D’altro canto, la condanna generale dell’avanguardia mi è sempre sembrata un brutto e brusco segnale di generale rientro nei ranghi, militaresco la sua parte.

03/09/2021

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