Per Vilma

Un lutto ancora in questa triste fine di giugno: ci ha lasciati Vilma Costantini. Molti di noi l’hanno conosciuta come instancabile animatrice delle edizioni “Le impronte degli uccelli”, nome suggestivo, che rimandava alle origini dei caratteri della scrittura ispirati dalle tracce lasciate dai pennuti. Nome che riporta alla radice: e infatti contrassegnava edizioni davvero artigianali, fatte a mano nella rilegatura di tipo cinese e impreziosite spesso da copertine d’artista, a comporre nel corso del tempo un catalogo di tutto rispetto e di alto livello qualitativo.
Instancabile viaggiatrice, finché ha potuto, e non di piccolo cabotaggio ma a largo raggio attraverso i continenti, l’Asia, l’Africa e l’America, Vilma portava nelle operazioni culturali la stessa curiosità di orizzonte globale. Non a caso le sue scelte editoriali erano improntate al pluralismo dei generi e delle tendenze, sempre con rigore e attenzione alla ricerca in corso.

Per vario tempo corrispondente dalla Cina, ha dedicato proprio a Pechino un libro importante, Pechino. Biografia di una capitale (Editori Riuniti, 2008), tutt’altro che una guida turistica dato lo spessore delle approfondite informazioni storiche e culturali e in particolare un dettagliato resoconto dei fatti cruenti di Piazza Tian-anmen. Di ambientazione cinese è anche il romanzo La musica e il silenzio, uscito nel 2014 (ma scritto assai prima, a testimoniare la lentezza studiata e la volontà di sfuggire alle frettolosità di pubblicazione) per le “edizioni del Verri” che hanno ospitato anche altre sue opere. Il romanzo, in parte autobiografico, mostra una rara sensibilità per le atmosfere e per i sottintesi impalpabili, come sono per l’appunto quelli della musica e del silenzio, in un impianto narrativo corale. Le sue prove Vilma le ha fatte anche nel campo del racconto, ad esempio con i testi raccolti in Inventario di fine vita (ancora edito dal “Verri”, 2016): qui il materiale autobiografico si mescola con quello, per così dire, “allografico”, vale a dire con le storie raccolte attorno a sé e ricercate con una particolare predilezione per il singolare e il bizzarro. Davvero bizzarro è il protagonista di Immortalità controllata, il simpatico amico S. che per allontanare la morte si finge di continuo defunto, imitando «in ogni istante il passo fatale». Altrettanto ad un personaggio di artista conosciuto dal vivo e protagonista di una insolita carriera nasce la sua scrittura narrativa Il miglio quadrato, ancora inedita.
A questa attività in prosa va aggiunta la consistente produzione in versi che è stata parzialmente riunita nel volume complessivo di Tracce, Aspettando l’harmattan (2011). La poesia di Vilma si potrebbe ordinare secondo un ventaglio che va dal mondo all’individuo. Da un lato, infatti, attraverso la sua esperienza internazionale, si rivolge con interesse alle culture altre, e abbiamo allora i poemetti ispirati alla Cina (La città del Bianco Imperatore e Sul lago Qinghai), all’Africa (Aspettando l’harmattan – che è il famoso vento africano – e L’ombrello di Livingstone), ai nativi americani (The way of Life). Sul lato internazionale della sua esperienza vanno contate anche le traduzioni dal cinese e le autotraduzioni in inglese, previste soprattutto per la partecipazione ai reading di poesia all’estero.
Ma la polemica contro lo strapotere occidentale può rivestire anche panni ironici: così nel delizioso poemetto scritto in occasione del Giubileo del passaggio di millennio; e scritto in endecasillabi (mentre di solito Vilma scriveva senza regole metriche, spesso in versi molto lunghi). La cadenza in quel caso è recuperata anche perché si tratta di un pellegrino che conta i suoi passi e con gran buona volontà si mette in marcia attraverso i mali del mondo, per arrivare però a scoprire che anche nella santa sede del Bene le cose non vanno diversamente:

E presto di stancò quel pellegrino
di sentire pregare il dio quattrino
là dove al giorno una ciotola di riso
per molti è la ricchezza consentita.

Il poemetto s’intitola Cammino inverso (Le impronte degli uccelli, 2001) non solo perché è scritto “in versi”, ma anche perché il viaggio è un percorso critico che va in senso contrario agli inconsapevoli giubilanti e torna disilluso al punto di partenza.
Poi c’è una tematica, per così dire, a metà strada, che è quella dell’“incontro” e dell’“interstiziale”, esemplificata da Il libro degli incontri (Le impronte degli uccelli, 1999; non ripreso nella raccolta complessiva), in cui è trattata una materia esistenziale e di rapporti interumani, materia complessa, multiforme, incontrollabile. A partire dalla Dedica iniziale:

Il libro degli incontri
e dell’opera incompiuta
che il giorno manda a fine
prima che l’altro sorga
e lo prosegue senza
il nostro sigillo e rivestito
di poca cognizione e molta fede
a te, Lettore, è dedicato

Di un incontro molto complicato tratta anche un libro in prosa, sostanzialmente “fuori genere”, Un colloquio impossibile (Edizioni del Verri, 2013). Si tratta di un testo molto personale, il racconto del rapporto con il poeta Antonio Porta, mai risolto, «un incontro su binari paralleli», che si svolge come un “gioco-esperimento” tra tentativi di comunicazione, conflitti e fraintendimenti («Che cosa intendessimo per “rapporto” da entrambe le parti, credo che nessuno di noi due l’abbia capito, se non confusamente»). Tanto più che il testo del «groviglio indecifrabile» è scritto in tempi diversi, è stratificato e attraversato, a un certo punto, dalla scomparsa dell’altro. Qui viene in chiaro, senza bisogno della decostruzione, la fallacia del linguaggio e dell’intenzione immessa in una parola che non necessariamente il ricevente decodifica allo stesso modo, soprattutto quando c’è in ballo la profondità dei gangli affettivi.
Proprio su questo punto Vilma ha imperniato la sua raccolta poetica più coesa, che è In forma di parola (Rossi & Spera, 1987). Una serie di strofe di 12 versi con effetti di variazione della coppia finale rimata, clausola in cui si condensa la non comunicazione del sentimento («non saprai chi ho amato» e simili). Accanto al paradosso di parlare al tu di un segreto del quale dovrebbe restare all’oscuro nel mentre invece glielo si comunica, il maggior rovesciamento, il più inatteso, sta nell’uso della parola non per l’espressione, ma per il nascondimento. Ciò che Lunetta ha scritto a proposito del romanzo, che le due dimensioni della scrittura di Vilma Costantini sono «la sospensione e la reticenza», è vero anche per questa poesia. Basta vedere una sezione:

E poi qui come in un letto
d’ombra la metafora
amante appassionata
ma discreta non chiede
che di nascondere e nasconde
certo è bene che nasconda
subito non si può dire
c’è il rischio del banale
se dico che sto male
pure tra schermi e figure
resta il pericolo in agguato
che tu sappia chi ho amato

Così come tra la mente e il corpo (vedi anche il poemetto Il corpo estraneo, All’insegna del Pesce d’Oro, 1989), così tra l’essere e la parola si entra in una discrasia in cui la letteratura è la posta in palio, non garantita da alcun canone prefissato.
Con questa alta coscienza della materia verbale Vilma Costantini ha operato sia come autrice in proprio che come generosa e raffinata editrice di testi contemporanei.

01/07/2021

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