VILMA COSTANTINI

ASPETTANDO L’HARMATTAN

Quella di Vilma Costantini potrebbe a buon diritto definirsi una “poesia di largo orizzonte”, aperta a considerare tutti i continenti, dall’Asia all’Africa, all’America, luoghi lontani che l’autrice ha visitato di persona, anche per ragioni di lavoro, essendo stata, tra le altre cose, per lungo tempo a Pechino come corrispondente e avendo tradotto molti testi cinesi. Non per nulla la sua poesia assume il tema e lo schema del viaggio e vi troviamo, in particolare, un “pellegrino” molto attento a scrutare le situazioni che attraversa, non limitandosi alla superficie. Allargamento geografico, sì, ma anche profondità storica, in modo che la scoperta dei mali del presente non manchi di rilevarne le origini nel passato, un passato, come quello del colonialismo, che non può venire allegramente “condonato” alla coscienza collettiva.
Ma questo libro è anche un viaggio all’interno della propria poesia. L’autrice, infatti, vi raccoglie gli estratti essenziali delle precedenti raccolte, in modo da allestire un bilancio e, soprattutto, un confronto tra le sue diverse fasi: la prima costituita dai titoli degli anni Ottanta (In forma di parola, 1987; Il corpo estraneo, 1989), la seconda rappresentata dalla produzione più recente (Cammino inverso, 2001; L’ombrello di Livingstone, 2005; The Way of Life-Modo di vivere, 2009) fino alle ultimissime prove. C’è una costante che unisce i due periodi ed è l’attenzione alla problematica interpersonale; ma il tempo trascorso tra l’uno e l’altro segna un passaggio, che è quello dal rapporto duale alla questione globale. Nella prima fase, il rimando dialogico ad un “altro” è essenziale, ma non privo di difficoltà; l’interlocutore, infatti, si vede evocato ma nello stesso tempo eluso da un parola che si aggira attorno al nucleo del non-detto, o che resta sospesa nelle battute interrogative. Le varianti del ritornello «non saprai chi ho amato» indicano che l’affettività soffre complicazioni di comprensione. Non solo, ma Vilma Costantini, lontana da una poesia intesa come facile espressione dell’intimo, conserva una giusta diffidenza verso la “forma di parola”, sottoponendola a un gioco di reticenza, di dilazione e perfino di demistificazione: «ritorna all’inizio del percorso / circolare il tranello verbale / l’ennesimo trucco che ho inventato» (In forma di parola); «tutto non si può dire / se non con una spudorata bugia / e ho già mentito / nel dirlo…» (Il corpo estraneo).
Nella seconda fase, che non a caso trova pubblicazione nel nuovo millennio, si accampa la tematica del mondo (il Tout-Monde di Glissant) e il testo si apre a innesti pluringuistici, sicché adesso il “duale” si declina nella modalità che mette a fronte versione in inglese e versione in italiano, con l’incertezza di quale sia l’originale (non si tratta di traduzioni, ma appunto di doppie versioni). La problematica interpersonale, ora che il rapporto con l’altro diventa rapporto con gli altri, si scontra tuttavia ancora una volta con una impossibilità, che è quella di appianare relazioni iniziate male, anzi malissimo, a causa di una violenza intrinseca al benessere dell’Occidente, su cui le meraviglie della globalizzazione finiscono per aggiungere nuove disuguaglianze, a un punto tale che «non c’è maniera / di rimediare al guasto universale». Tuttavia il testo poetico non si astiene dal percorrere un “cammino inverso” rispetto al corso delle cose, nel segno della polemica contro lo sfruttamento dell’uomo e della natura. Il taglio discorsivo conduce alla forma del poemetto, che Vilma Costantini riprende con grande flessibilità, sì, ma anche con molta perizia tecnica, alternando momenti ritmico-metrici (ad esempio, Cammino inverso, con il suo pellegrino che si dirige al contrario nell’anno del giubileo, è scritto in endecasillabi), a momenti prosaici, se non addirittura a un misto di versi e prosa (come nel testo che dà il titolo al libro, Aspettando l’harmattan).
Aspettando l’harmattan è il primo componimento che nel libro viene incontro al lettore, ma anche l’ultimo in ordine di tempo che l’autrice ha scritto (reca la data gennaio 2011). Assume perciò un particolare significato e non da ultimo perché è dedicato all’Africa e al suo vento portatore di instabilità e di cambiamento. Anche in questo caso l’esame etico è radicale, in quanto la deportazione degli schiavi è un crimine talmente enorme da continuare ad assillare la memoria («il crimine di aver venduto i loro simili / ancora non si dimentica») e da costituire un debito che, sia pure accettato («e di pagare accetto per colpe / che so di non aver commesso / ma riconosco di dover pagare»), risulta praticamente incolmabile. Il poemetto conclude sulla impossibilità di qualunque rifugio ed esenzione («Non c’è parte di mondo dove sfuggire al vento?») e tuttavia per tutto il testo – fin dal titolo – circola un senso di attesa per il ritorno di una ostinata energia rappresentata dal vento infuocato.
Che stia “cambiando il vento” è forse formula un po’ troppo ottimista; ma che la cultura – ed anche quando si manifesta debitamente in poesia – abbia il compito di preparare il cambiamento, attivando la forza della riflessione con spirito polemico e con circostanziata competenza, è quanto ci trasmette il “percorso in versi” di Vilma Costantini, che è anche un “cammino inverso”, appunto, rispetto ai miti e ai dogmi dominanti.

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