L’umorismo e le sue estensioni

Come il grottesco (ma pure l’ironia, la satira e compagnia), anche l’umorismo fa parte delle pratiche del comico, ma è difficile descriverlo e contenerlo entro precisi confini. Il termine proviene senza dubbio da “umore”, tuttavia non è chiaro se ciò significhi una diretta emanazione umorale (e di quale umore poi, dei quattro principali?), oppure il bilanciamento di essa, come propendono a pensare tutte le teorie del “sollievo”, che attraverso il riso rovesciano gli effetti della realtà. In alcuni autori l’umorismo raggiunge estensione massima e finisce per coprire per intero o quasi il territorio del comico. Fatto significativo: il più recente contributo in materia, quello di Terry Eagleton intitolato in edizione originale Humour, è stato da poco pubblicato in traduzione con il titolo Breve storia della risata, e non senza motivo perché il libro, soprattutto nella parte iniziale, non pone molte distanze tra le diverse forme che provocano il riso.

Ancora maggiore estensione si prende l’umorismo nelle Note azzurre del nostro Carlo Dossi: «L’Umorismo è la letteratura di chi pensa» (per cui è, in buona sostanza, tutta la letteratura valida); e poi: «Nell’umorismo si possono amalgamare in un sol libro tutti i generi. L’Umorismo è la manifestazione letteraria dell’eclettismo dell’epoca». Quindi: non solo, come è ovvio (e vale per tutti i modi: grottesco, fantastico, ecc.), non è un genere, ma attraversa i generi; addirittura ha licenza di contaminarli tutt’insieme.
Se proviamo a restringere un poco la nozione e a darle un minimo di specificità, per prima cosa dobbiamo superare l’interdetto di Breton («non si può nemmeno pensare di spiegare l’humour e di servirsene a fini didattici»), rivendicando i diritti della teoria e ribattendogli che lui stesso, nella Antologia dello humour noir ha fornito utili indicazioni al riguardo. Ma subito incontriamo il problema che i tentativi di ritagliare uno spazio proprio all’umorismo sono stati vari e non coincidenti tra loro.
Uno dei principali è l’indicazione della duplicità per cui l’umorismo non sarebbe semplice comico, ma la compresenza con il contrario (col che, tuttavia si va a sovrapporre con il tragicomico e il grottesco di Hugo). Nell’estetica tedesca di inizio Ottocento, così si esprime Solger, nel suo dialogico Erwin:

Tutto nell’Humor scorre dunque in un unico flusso, e ciò ch’è opposto trapassa sempre nel suo contrario, come nel mondo dell’apparenza comune. Non v’è in esso nulla di comico e di divertente che non sia commisto di dignità o di ispirazione malinconi­ca; e nulla v’è di sublime e di tragico che, prendendo forma in ciò ch’è comune e immerso nel tempo, non cada nella comicità o nella man­canza di significato. Tutto è dunque insieme valore e disvalore, (…). 

Lo stesso già citato Dossi, tra le varie precisazioni in materia di umorismo, inserisce anche questa, dell’ambivalenza di positivo e negativo: «L’Umorismo è il riso temperato col pianto ‒ pioggia col sole ‒ Eraclito fuso in Democrito» (insomma: umori “pareggiati”).
E vale la pena di citare anche Brecht e la sua equiparazione dell’umorismo con la dialettica nei Dialoghi di profughi:

Quando si parla di umorismo io penso sempre al filosofo Hegel (…). Il suo libro La grande logica (…) [è] una delle più grandi opere umoristiche della lette­ratura mondiale. Tratta della maniera di vivere dei concetti, queste esistenze scivolose, instabili, irresponsabili; come s’insultano l’un l’altro e fan la lotta a coltello e poi si siedono a tavola insieme per la cena, come non fosse successo niente. Essi compaiono, per così dire, a coppie, ciascuno spo­sato col suo contrario, e le loro faccende le sbri­gano in coppia, cioè firmano contratti in coppia, fanno processi in coppia, organizzano irruzioni e scassi in coppia, scrivono libri e fanno dichiarazio­ni giurate in coppia, e cioè come coppia comple­tamente in disaccordo su ogni cosa. Ciò che affer­ma l’ordine, lo confuta subito, possibilmente nello stesso momento, il disordine, suo compagno inseparabile. Non possono vivere l’uno senza l’altro, né l’uno con l’altro. (…) non ho mai visto un uomo privo di umori­smo che capisse la dialettica di Hegel. 

Insomma l’umorismo come addestramento per spiriti dialettici (ma su come la pensasse Hegel tornerò più avanti).
Prima, è il caso di vedere come la pensi Freud. Freud è straordinario, a mio avviso, quando parla della psiche in termini economici (investimenti, ecc.). Per lui, però, è difficile distinguere l’umorismo vero e proprio dal motto di spirito, cioè l’arguzia. In entrambi l’economia è intesa nel suo senso più quotidiano, come “risparmio”, in quanto risponde alle pulsioni in una maniera più veloce e meno rischiosa. Più interessante dove attribuisce all’umorismo una sorta di patto con il Super-io («l’umorismo sarebbe il contributo alla comicità dovuto all’intervento del Super-io») che, proprio mettendo in risalto la piccolezza dell’io gli darebbe modo di minimizzare gli eventi negativi e persino la morte (qui il versante nero dell’umorismo).
Se con Freud l’umorismo guadagna un rapporto con le pulsioni dell’inconscio, un altro lato importante è il suo comportamento verso la logica. Eagleton, nel recente contributo (che mi riprometto di recensire poi, a parte) lo ha collegato, tra le altre cose, all’incongruità: «l’umorismo ‒ egli scrive ‒ nasce da uno scontro di aspetti incongrui ‒ un improvviso spostamento di prospettiva, un inaspettato slittamento di significato, una dissonanza o una discrepanza spiazzanti, una momentanea defamiliarizzazione e così via». In questa prospettiva, però, la contraddizione, non condurrebbe a una sorta di equilibrio tra opposti, ma verso una opposizione alla norma che non sarebbe affatto “di sollievo” per chi legge, colto di sorpresa e sollevato, sì, ma dalle sue solide certezze.
Il passo è breve a un umorismo penchant verso l’avanguardia. Curiosamente è proprio Hegel a metterci su questa via, quando, nelle lezioni sull’estetica, colloca l’umorismo nella dissoluzione della forma d’arte romantica. Sebbene l’umorismo e l’ironia fossero stati ben frequentati e messi a fuoco dagli scrittori del romanticismo, Hegel coglie in questa pratica il pericolo della perdita di unità. Vale la pena di rileggersi bene il suo brano:

L’umorismo non si pone come compito di far confor­mare e svolgere oggettivamente un contenuto secondo la sua natura essenziale, di articolarlo e conchiuderlo artisti­camente in questo sviluppo in base a lui stesso, ma è l’arti­sta stesso che penetra nell’argomento. Perciò la sua attività principale consiste nel far in sé decomporre e dissolvere, ad opera della potenza di trovate soggettive, lampi di pensiero e sorprendenti modi di concepire, tutto ciò che pretende di farsi oggettivo e di acquistare una forma fissa della realtà o che sembra possederla nel mondo esterno. Con ciò ogni au­tonomia di un contenuto oggettivo e la connessione della forma, in sé fissa, data dalla cosa stessa, vengono in sé an­nientate, e la rappresentazione diviene solo un gioco con gli oggetti, una deformazione e un rovesciamento della ma­teria, ed insieme uno scorrere in su ed in giù, un incrociarsi di espressioni, modi di vedere e atteggiamenti soggettivi, con cui l’autore porta allo sbaraglio se stesso e i suoi og­getti.

Perché questo caos informale, che Hegel vede con un certo orrore, è proprio la via che prenderanno le avanguardie vivendola come una liberazione. In Breton ‒ che pure cita sia Hegel che Freud ‒ l’humour noir diventa una sorta di equivalente tardivo della rivoluzione surrealista. Nella Logica del senso di Gilles Deleuze, l’umorismo ‒ inteso come «arte delle superfici» ‒ supera i limiti della satira e dell’ironia.
Che ci sia nell’umorismo una vocazione estremista lo dimostra la sua associazione con il colore nero. L’umorismo nero o humour noir sarebbe quello che si applica alle situazioni più negative e in particolare alla morte. Valga per tutti l’esempio freudiano dell’“impiccato del lunedì”: «Un briccone che viene condotto alla forca di lunedì esclama: ‘Comincia bene questa settimana!’”. In questo caso abbiamo innanzitutto due contrasti: il primo è quello normale dell’ironia che dice il contrario (“bene” invece di ‒ evidentemente ‒ “male”). Ma il secondo contrasto risiede nel fatto che il resto della settimana, con cui paragonare l’inizio, non ci sarà per l’impiccato. Entrambi i contrasti rovesciano il negativo e la sua realtà. Si tratta di velleitaria “superiorità” come suggerisce Freud (“trionfo del narcisismo” e “invulnerabilità dell’io”), oppure di una deviazione dal comportamento previsto dal codice sociale? Il condannato con la battuta toglie agli astanti il gusto di condividere la sua angoscia. Lo stesso Freud avverte che l’umorismo è «dispettoso» e parla di un “affetto deluso” e di un “investimento deviato”.
Se torniamo alla teoria degli umori, l’“umore nero” è quello della malinconia. L’umorismo allora sarebbe il contraltare della malinconia, un modo per rendere attivo attraverso un meccanismo paradossale il suo nulla e il suo vuoto apatici. Per questo si appoggia su un certo tipo di crudeltà, che non è tanto cinismo, quanto piuttosto la sottrazione dei benefici del lettore o ascoltatore che sia.
Non per niente, dalle varie teorie dell’umorismo potremmo estrarre alcune coordinate basilari per la tendenza alternativa. 1) prendiamo da Dossi il trasferimento dell’interesse sull’autore rispetto alla trama: «In un libro d’umorismo il protagonista è sempre l’autore, non lo si può perdere mai di veduta, e ne fa il principale interesse. Di qui la nessuna importanza, anzi il nessun bisogno dell’intreccio o intrigo nel romanzo umoristico»); prendiamo da Breton le distanze dall’emotività e dalla coloritura vagamente poetica: «L’humour nero (…) è soprattutto il nemico mortale di quel sentimentalismo dall’aria eternamente braccata ‒ quel sentimentalismo sempre all’acqua di rose ‒ e di una certa fantasia di corto respiro, che troppo spesso si spaccia per poesia»); prendiamo da Eagleton il contrasto verso l’empatia; e avremo un programma a tutt’oggi distruttore di alcune certezze letterarie (sentimento, adesione al personaggio, immedesimazione, ecc.).
Manca ancora qualcosa. Parlando di umorismo non possiamo passare sotto silenzio il nostro massimo teorico in materia che è, ovviamente, Pirandello. Il fatto è cha la contrarietà dell’umorismo diventa in Pirandello il “contrario del contrario”. La dialettica, com’è noto, di “avvertimento del contrario” e “sentimento del contrario” può rientrare tra le ipotesi di riequilibrio degli opposti. Indubbiamente Pirandello sente i limiti del comico aggressivo  e satirico; tuttavia la seconda fase, dove si comprendono e si compatiscono le motivazioni della vecchia “imbellettata” («Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi co­si come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che, parata così, nascondendo cosi le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavoran­do in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro»), va a superare nettamente la prima, ripristina l’empatia e sostanzialmente annulla la duplicità. Che poi Pirandello, nella tela infinita delle sue novelle, non manchi di crudeltà è altro discorso: evidentemente intervengono le ragioni del fare e le urgenze della materia “irritante” della vita e della società.

19/10/2020

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