I “plausi e botte” di Gualberto Alvino

Insieme al dibattito sulle tendenze sembra essere uscita dai radar della letteratura attuale anche una critica autenticamente “militante”. Nel senso formale del termine, la critica militante ‒ quella che segue i libri man mano che escono ‒ esiste ancora; epperò appare affatto depotenziata, da un lato sfibrata tra connivenze, condiscendenze e quieto vivere, dall’altro lato parodizzata in un’arte della stroncatura come mero artificio autopromozionale (lo “sgarbismo”) ‒ e magari con scandali “preventivi”, come quello sul Bruciare tutto di Siti, esauritosi prima della stessa uscita del libro, praticamente senza averlo letto…
In questo panorama sconfortante si distingue Gualberto Alvino, un critico che riesce a tenere unite la filologia accurata e la ingegnosa interpretazione del testo, la competenza scientifica (soprattutto di taglio linguistico) e la verve polemica. Lo si può seguire in rete o nella sua rubrica sulla rivista “Fermenti” o, ancor meglio, lo si può leggere nel libro Dinosauri e formiche, pubblicato poco tempo fa nella collana Entroterra dell’editrice Novecento.


Alvino è il degno erede di Giovanni Boine che, un centinaio di anni prima, intitolava la sua attività di selezione ai Plausi e botte. E anche se è vero che il critico odierno concede un po’ più di “plausi” di quanti non ne accordasse il predecessore, non gli è molto distante però quanto alle “botte”, con cui non va leggero nel denunciare il degrado culturale.
A chi vanno i “plausi”? È chiaro che Alvino privilegia una linea di ricerca in poesia, ma ancor di più in prosa, dove venga attuato un testo di forte spessore linguistico (per ampiezza di lessico, inventività, costruzione sintattica e quant’altro), in base al presupposto che il vero contenuto sia da trovare nella forma. Ma attenzione, perché alla domanda se bastino dei procedimenti linguistici a “fare il romanzo”, Alvino risponde:

La risposta di chi crede che il vero contenuto, l’unica sostanza dell’arte alberghi sempre e soltanto nella forma e nel modo di forgiarla, è sì: basta e avanza. Ma a queste condizioni: che il testo, nonché procedere rabdomanticamente o per forza d’inerzia, centri il bersaglio e scocchi sorprese a ogni trapasso; che la lingua guizzi e de­ragli senza posa impegnando il lettore in una continua cooperazione, non meno creativa e determinante del lavoro autorale; che la trama non consista nel mero grafico d’un concetto da inverare a tutti costi e ogni pur minimo elemento svolga un ruolo preciso (persino i doppi spazi, qui rotondamente irrazionali, da copione cinematografico), necessario all’economia dell’insieme.

I modelli saranno allora Gadda, D’Arrigo, Pizzuto. Ma non si deve credere a una posizione eminentemente conservatrice; perché se è vero che quei dinosauri spiccano alquanto rispetto al numeroso esercito delle formiche che gli è succeduto, è anche vero che il libro dispensa elogi anche ad autori in attività e a scrittori sperimentali, a contestare «l’astratta prevenzione antiavanguardistica profusa a piene mani sulla scia del peggior Siciliano». Senza trascurare quelli che hanno proseguito per vie impervie anche dopo gli anni delle contestazioni, come Gaetano Testa, «figura essenziale al quadro delle seconde avanguardie, uno degli ultimi bastioni dell’arte oppositiva»; la sua scrittura, scrive Alvino, è

Una scrittura fuori dai generi, o più precisamente “intergenere”, con rari scarti dal linguaggio usuale e all’insegna della medietas tona­le — scevra cioè d’ogni implicazione emotiva non meno che di riso­nanze fonocromatiche e di forti aloni connotativi (mai il magistero di Robbe-Grillet impresse orme più gravi) — che, anziché rappresentare o costituirsi quale progetto o azione intenzionata, si limita a presentare sé stessa e il proprio funzionamento ponendo oscenamente in luce arma­ture e meccanismi; sicché netta è l’impressione che la pagina nasca e si fabbrichi per gemmazioni aggregazioni e giustapposizioni fortuite, contro la volontà dello stesso artefice. È certo, infatti, che la tensione dominante, si dica pure la faculté maitresse di Testa, è un disprezzo vi­scerale per ogni sorta vuoi di letterarietà (nessun culto per la perfezio­ne formale né sfoggio di sapienza tecnica e di padronanza dei mezzi espressivi, appena apprezzabile l’attrezzatura retorica messa in campo) vuoi di convenzione linguistica: l’intento parrebbe quello di celebrare il funerale della scrittura a partire dalla grammatica; (…)

Invece, a far le spese del giudizio sfavorevole espresso senza mezzi termini, è in generale la propensione dell’intellettuale a far da personaggio curioso nel salotto mediatico. Come

non accorgersi che eserciti di “scrittori” invadono ogni giorno quotidiani radio televisione Rete con le loro preziosissime speculazioni filosofiche sociologiche politiche, persino “paesologiche”? Si pensi, per non citarne che alcuni, a Marco Lodoli (consulente del governo per la Buona scuola) sulla pagina romana di «Repubblica», a Franco Cordelli (il fabbricante di fasulle polemiche letterarie per antonomasia) sul «Corriere», a Nicola Lagioia in radio e in carta, a Roberto Saviano ubicumque semperque come l’onnipresente e onninamente incensato Erri De Luca (Dio ci scampi e liberi dalle sue elucubrazioni).

E vedi come il nostro non lesini nomi e cognomi… E poi naturalmente la cattiva scrittura della narrativa di consumo, ormai a livello di sceneggiatura stampata. È data ormai per persa:

Servirebbe a qualcosa allarmare questi luminosissimi ingegni avvi­sandoli che la letteratura incide sulla realtà anche quando sembra beatamente ignorarla, per il semplice motivo che non può non trasformare il lettore modificandone irremissibilmente gusto mentalità sinapsi? che, insomma, è naturaliter rivoluzionaria, costituzionalmente engagée (come è naturaliter d’avanguardia), perché se non lo è, meglio destinarla al water? Alludo alla letteratura degna della qualifica, ovviamente, non certo al chiacchiericcio che ci ammorba.

Si potrà ragionare anche in termini diversi ‒ personalmente cerco di indicare la “letteratura degna della qualifica” come “ricerca” e “alternativa letteraria” rispetto e contro alla “letteratura leggera” o “postletteratura” ‒ ma il risultato non sarebbe poi gran che diverso.
Indubbiamente, seguendo il tenore di un giudizio sempre motivato dal testo, sembra finalmente di respirare un po’ d’aria. Ed è una lettura che infonde energia nel mentre allude a una strategia. Quando, a proposito di una raccolta di saggi critici di Mario Lunetta, Alvino scrive:

Arduo, se non impossibile — come sanno gli aficionados —, tracciare un resoconto esaustivo della scrittura saggistica lunettiana (affatto scevra da impressionismi e sproloqui alla deriva, ergo scabra ed esatta, verticale e tagliente sino alla crudeltà), tanta la densità concettuale e la dovizia ar­gomentativa degli infiniti depistaggi (rispetto alle presunte ‘verità’ rivelate: quale selvaggina, direbbe Contini, per un simile scalco!) che l’unico com­pendio affidabile non può non coincidere con la trascrizione integrale. Converrà, quindi, ridursi a segnare le direttrici basilari sulle quali fila — in senso tutt’altro che metaforico — il discorso critico, lasciando intero al lettore il piacere d’un voyage au bout istruttivo quanto appassionante.

È in fondo proprio la configurazione di una critica militante che, apprezzando i valori della scrittura, si attrezzi essa stessa come brillante nonché lucida “scrittura critica”.

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