Avanguardia a Napoli

Giorgio Moio, autore di poesia sperimentale (vedi nella sezione Gli autori) e curatore di riviste come “Risvolti” e ora “Frequenze poetiche”, ha pubblicato un volume che ricostruisce la vicenda delle avanguardie a Napoli nel secondo Novecento, proprio attraverso la storia delle riviste. Il titolo è Da “Documento-Sud” a “Oltranza”. Tendenze di alcune riviste e poeti a Napoli 1958-1995; l’editore è Oèdipus, che sempre più si sta affermando come editore di punta dell’alternativa letteraria. E il libro non è soltanto la dimostrazione “locale” di come sia stata vivace l’area napoletana, al pari se non di più delle coeve esperienze in altre città; ma è anche l’occasione per ripercorrere le tendenze di quegli anni e in essi la resistenza della istanza non arresa al mercato e del dibattito non corrivo attorno al postmoderno.

Dalla messe di dati resi disponibili dal libro, emerge una attività policentrica e diffusa, condotta fuori da qualsiasi provincialismo: «Sprovincializzare  e organizzare un nuovo modo di fare cultura diventa quasi un bisogno fisiologico», si legge fin dalle prime pagine.
Ed è davvero un panorama molto ampio che parte dalle riviste come “Documento-Sud” e da autori come Luciano Caruso, Mario Diacono, Stelio Maria Martini, passando per “Altri Termini”, animata da Franco Cavallo, un poeta in cui il surrealismo si appoggia su una modalità «ironica e irriverente»; e poi “Baldus” e “Terra del Fuoco”, riviste cardine negli anni del Gruppo 93 e della Terza Ondata, fino a “Oltranza”, diretta da Ciro Vitiello. E vorrei ricordare anche “ES”, e in essa Lambiase e Nazzaro più Viazzi, per l’attenta rilettura dell’avanguardia storica futurista. E ci sarebbero da citare ancora tanti altri nomi di testate e di autori.
Questo variegato contesto si dimostra davvero valido ed è merito del libro farne storia. E riscontrare le aperture significative e i rapporti stretti con le sperimentazioni della poesia verbovisiva e quindi i legami della poesia con le altre arti. Emerge inoltre un frequente riferimento per l’avanguardia eslege di Emilio Villa (ma anche Mario Lunetta compare spesso in queste pagine; a mia volta ho avuto piacere di collaborare e intervenire in varie occasioni con alcune di queste riviste e le loro iniziative).
Per altro, più avanti si va in questa narrazione e più è messo in luce il peggiorare della situazione generale che si fa difficile per le scritture anomale: Moio intitola gli anni Ottanta gli «anni del qualunquismo» e i Novanta gli «anni dell’appiattimento». Sicché,

Se gli anni settanta hanno sentenziato una totale trascuratezza nei confronti di una “letteratura alternativa” e antagonista per far posto agli intrallazzi più vieti, a un narcisistico individualismo e ad una conservazione/restaurazione dell’immobilità, gli anni ottanta hanno rigenerato il gusto del qualunquismo e “personalizzato” di fare letteratura. Dominio facile di ipnotizzatori televisivi, del de­mocraxismo, della categoria del postmoderno, si è cercato di azzerare tutto in nome del dio danaro, di pacificare le azioni (le poche azioni degne di tale nome), un mutamento antropologico che ha colpito un po’ tutti.

Nei periodi più vicini all’oggi l’essere controcorrente diventa un esercizio di testarda resistenza: eppure ciò non diminuisce più di tanto la miriade di intraprese, rapporti e contatti rappresentata dai periodici di area napoletana.
Moio, inoltre, compie la giusta scelta di riportare, accanto alle indicazioni di tendenza e alle dichiarazioni di poetica, anche delle esemplificazioni dei testi degli autori principali, fornendo così a margine del discorso storico-critico una sorta di miniantologia, corredata da interessanti commenti. Come esempio, riporto l’analisi fornita sui testi di Ugo Piscopo, che potrebbe leggersi anche come una efficace definizione generale della scrittura non omologata:

In particolare ci s’imbatte in una poesia come analisi critica della realtà (soprattutto quella del rurale sud, sulle orme di Scotellaro e Sinisgalli) e sperimentazione stratificata, fatta di rimandi, citazioni, plurilinguismo, con rime interne e sovrapposizioni che forzano il ritmo di un accumulo verbale antilirico, si fondono per una commistione ideologica e linguistica atta a scuotere le coscienze invischiate in un processo industriale e progressista falsificato, dove l’uomo è sostituito dal consumismo odierno, da un mercato globalizzato dove tutto è merce, persino il pensiero, e la poesia, ovviamente.

Né mancano le note polemiche, sia verso le avanguardie troppo ufficializzate, sia contro i guasti dell’accademia, corresponsabile del ritorno al sacro e quindi della regressione della poesia:

E in questo momento critico della letteratura italiana, in cui più che creare si fanno bilanci, non stupisca il fatto che l’accademia delle lettere abbia sempre rifiutato i fenomeni nuovi, li abbia sempre rimossi, liquidati, derisi come fenomeni da baraccone, messi al bando come se si trattasse di una malattia infettiva. Oltre che “ammutolire” le grandi novità attraverso la storicizzazione e la museificazione (basti citare, nell’ultimo periodo della nostra cultura, i novissimi e il Gruppo 63), alla parola viene ripristinato l’altare sacrale, garan­tito il banale a copertura di ricatti e giochi di potere al massacro, nonché un misticismo per un nuovo realismo nientificato.

Insomma è un libro che, oltre a costituire una giusta rivendicazione di importanza, rappresenta anche una riflessione e un consuntivo sull’esperienza e sull’impegno delle operazioni sperimentali. Non è però una “rassegna rassegnata”. Al contrario, proprio la vitalità creativa di queste scritture ‒ se non si vuole parlare di avanguardia e sperimentalismo, la si chiami come si vuole, Moio dice anche: «fare neobarocco» e «poeti di ricerca» ‒ la rende una eredità importante e una dimostrazione di molteplicità di proposte tuttora incisiva.
Su questo, il libro è una apertura di dibattito: altri interventi saranno benvenuti.

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