Migranti e marziani

Tra le ovvietà che di solito si dicono a proposito dei migranti, che so, “non possiamo accoglierli tutti”, “aiutiamoli a casa loro”, “ospitateli nelle vostre ville, se vi piacciono tanto”, una che mi irrita assai è l’espressione “migranti economici”. I migranti economici sarebbero quelli che non hanno diritto di asilo, perché le motivazioni del loro migrare sarebbero soltanto la miseria e la fame. Mossi da queste ragioni non decisive e  non giustificate (che diamine: anche qui da noi ci sono i derelitti e i morti di fame…), verrebbero nel nostro paese con intenti subdoli mescolandosi agli autentici profughi. Cioè: si giocherebbero i già scarsi e sudati risparmi, si sottoporrebbero a viaggi improbi, metterebbero ad alto rischio l’integrità e incolumità personale sapendo di poter probabilmente annegare in prossimità della meta, tutto questo al solo scopo malvagio di turbare i nostri sonni e di gravare sul nostro fragile assetto sociale?


Mi viene voglia di interpretare “economici” in un altro senso, quello di “poco dispendiosi”. E allora, davvero, in questo senso non ci sono migranti economici. Anche se volessimo realmente “aiutarli a casa loro” (e non semplicemente “aiutarli [a morire] a casa loro”), le spese sarebbero molto più cospicue. Anche a volerli solo rimpatriare, i migranti costano comunque. Migranti “poco dispendiosi” non ce ne sono, così come le nostre colonizzazioni vecchie e nuove non sono mai state “economiche” per loro.

Quanto allo ius soli, voglio tornare a dire il mio parere attraverso la citazione da un libro di fantascienza, le Cronache marziane (1950) di Ray Bradbury, forse meno famoso di Fahrenheit 451,, ma non meno interessante, almeno per quanto riguarda il finale. Dunque, dopo aver passato una serie di incontri mancati con l’Altro, sia da parte marziana che da parte terrestre, una volta estinti i nativi a causa dei bacilli del morbillo involontariamente portati dai primi cosmonauti, in seguito i colonizzatori rientrano nel pianeta-madre per via di un conflitto totale che ne minaccia la distruzione. Infine, nell’ultimo episodio, dopo l’esplosione apocalittica, un gruppo di terrestri sopravvissuti raggiunge di nuovo Marte. I superstiti, tra cui alcuni bambini, si vanno ambientando nel nuovo paesaggio. Il piccolo Michael insiste a voler vedere i marziani, e il padre allora gli addita lo specchio d’acqua in cui tutti loro sono riflessi:

Erano giunti al canale. Un canale lungo, diritto, sottile, un canale ricco di frescura e di umidità e di riflessi, nella notte. “Ho sempre voluto vedere un marziano” disse Michael “ma non lo vedo mai. Eppure me lo avevi promesso, papà!” “Guardali, dove sono, i marziani” disse il babbo, che si tirò Michael in braccio, indicandogli l’acqua. Laggiù, i marziani! Michael cominciò a tremare. Erano là, i marziani, nell’acqua del canale, che ne rimandava l’immagine. Erano Tim, Mike, Robert, la mamma, il babbo.

The martians was there. «I marziani erano là». I marziani erano loro (e così gli italiani, ecc.). Mi pare che non ci sia altro da dire e che Bradbury risponda adeguatamente a tutte le rivendicazioni identitarie attuali che si fondano sul mito di un possesso della terra che non ha alcun fondamento.

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