Tutto Riviello

Questa edizione dell’opera omnia di Vito Riviello (Tutte le poesie, Sapienza Università editrice) è davvero un libro “totale”: suddivisa in due volumi per ragioni di maneggiabilità e curata con grande competenza e acume interpretativo da Cecilia Bello Minciacchi, consente una lettura complessiva dell’autore che ne rivela tutta la complessità. Riviello è tra gli autori che hanno operato dopo la stagione delle neoavanguardie, però senza tentazioni retrograde, piuttosto con una cifra originale di poetica “non allineata”. Il problema critico che lo riguarda ‒ lo solleva Cecilia Bello Minciacchi nel corso della sua introduzione ‒ è che è fin troppo facile catalogarlo (etichettarlo) nella sfera del comico.

Non che sia sbagliato: la stessa curatrice ne parla come di un carattere «dominante» e di «uno dei suoi tratti di originalità». Del resto, basta aver incontrato l’autore de visu e assistito a una sua lettura a voce per individuare nel suo modo di porsi il gesto di una maschera teatrale. Non solo, ma come ha giustamente sottolineato Aldo Mastropasqua in uno dei brani critici riportati in appendice al volume (l’integralità dell’edizione non si appaga degli inediti, ma si completa di una sezione fotografica e di una ampia antologia della critica), il comico in poesia ha di per sé una valenza acutamente contestativa nei confronti dell’egemonia lirica.
Tuttavia è vero che il comico ‒ in questi tempi di politici comici e di comici politici ‒ rischia di vedersi ridotto a macchietta, popolare nel senso deteriore. È quindi quanto mai opportuno, specificare, precisare e analizzare a fondo ‒ e lo fa la stessa curatrice quando afferma che «la dimensione comica è soprattutto sarcasmo» e ne mostra le «molteplici venature».
Si può provare a inserire il problema del comico nell’assetto linguistico della poesia di Riviello. Fin dall’inizio, è una poesia che abbandona la regola metrica (a parte recuperare la rima, ma non in funzione “strutturante”) e che quindi assume un andamento prosaico-discorsivo che, soprattutto nell’ultima fase, propende al riflessivo. Se per un verso, allora, dismette le vesti rituali della tradizione, avvicinandosi alla lingua comune, tuttavia lo fa nella consapevolezza di una irredimibile diversità, di uno scarto comunque straniante. Molto interessante è uno dei rari casi di “poetica in versi” di Riviello, intitolata Certo:

Certo anche la mia poesia
è fatta di parole ma
le parole sono rosicchiate,
deturpate per essere buttate
anzi sono parole ridotte
a versi, quasi mai usate,
sono sbrindellate che la gente
le butta via perché non sa
cosa farsene, (…).

(E qui c’è dietro anche la caduta di rango della poesia, la sua “perdita d’aureola”). Dunque, non al di sopra della lingua comune sta la poesia, ma quasi al di sotto, tra gli scarti del linguaggio. E compone questi rimasugli in base a una altra logica: a partire anche da uno spunto tratto dalla realtà e dal vissuto, chiamiamola pure “occasione”, la poesia poi si sviluppa secondo tecniche associative soprattutto in base ad abbinamenti sonori. Basta una scintilla: «Comò cometa», la «battaglia di Canne è un canneto / di un canonico di Canosa», ecc. Basta poco e infatti i suoi testi rientrano di preferenza nello spazio di una sola pagina. In questo senso funziona il recupero della rima, che è saltuario e irregolare; a meno che non intervenga un intento parodistico (e come tale è da interpretare l’uso frequente dei troncamenti, richiamo alla vecchia lingua letteraria e soprattutto al melodramma). Il comico, quindi, si declina principalmente come comico del linguaggio. E ci sarebbero infinite citazioni e tutte gustosissime di questo “spirito” sempre all’opera inventando e manipolando. Manipolando le frasi fatte, i proverbi e i modi di dire, ad esempio: «Ci scappa il morto! / Ci sta scappando / il morto ci è scappato. / È fuggito»; «A via d’omaggi indiscriminati / senza che il contadino sappia / quant’è buono / l’omaggio con le pere»; oppure le canzonette: «(nettuno ti giuro nettuno / lo può disturbar» (Riposo d’Ulisse); «Invano mormora la bobina / mentre pieni di bombe ha gli occhi»; e così via. Il gioco di parole costituisce una tentazione diabolica cui Riviello appare incapace di resistere: il già citato Ulisse dipinge con «colori a Ilio»; nella pagina successiva si trova la «battaglia di crimea nivea»; più avanti, papale: «D’Annunzio vobis che D’Annunzio /compose i versi dell’Alcyone…»; Il giardino dei supplì (titolo); «A quest’ora in televisione / danno un revival / a me sembra un remort»; «Per anni sono stato obeso, umiliato e obeso / (…) / Qualcuno mi chiedeva : “Chi t’ha obeso?”»; altro titolo: Testamenticolo… Ed è solo qualche spizzico di una diffusa “febbre da calembour”. La quale può diventare così invasiva da portare verso la filastrocca, al continuo slittamento ‒ come nella poesia sul Conte (che non è l’attuale presidente del consiglio): «sono il vanto della vantea / sono il conte della contea / con-te, con te Lilì Marlen, no?» ‒ quasi allo scioglilingua (esempio, La meta: «V’erano anche metà mete / e metà della metà, che davano lo stesso vanità»), fino al nonsense; né cade a vuoto l’omaggio al dadaismo in Tristan Dada.  Più si espande l’insurrezione del significante e più l’aneddoto finisce cancellato, comunque in secondo piano. Il punto d’arrivo è la forma condensata, il “kuku”, un vero e proprio genere di testo breve, contraltare dell’haiku. Con Kukulatrìa (1991) e le successive addenda, ci troviamo nel punto più caratteristico di Riviello, dove rivaleggia con Totò («Nascono nel qui pro quo / le ragioni di Totò»). È il luogo dove giochi di parole («Fummo invasi da Tutti / barbari e rabarbari / circondati e distrutti / sia dagli Unni che dagli altri»), proverbi modificati («Non c’è rosa senza Spinoza»), paronomasie quasi scioglilingua («Siamo colmi siamo al culmine / stiamo calmi»), collaborano nello spazio ristretto alla pirotecnica esplosione di illuminazioni paradossali («La nostra altezza / è in ribasso»), a beffa del senso comune e nello stesso tempo a prova di agilità mentale.
Battute fini a se stesse? Funzione ludica? Comico demenziale? Mica tanto. Proprio il kuku dell’“altezza in ribasso” ci mostra come la tecnica del comico rivielliano (o riviellista?) si fondi su un processo di abbassamento che è la punta d’iceberg di un generale progetto di contrasto al potere. Il potere si innalza; la poesia lo tira giù dal suo piedistallo. Alcuni titoli sono davvero emblematici: Sindrome dei ritratti austeri (1980), Monumentanee (1992). La monumentalità è sottoposta al morso del tempo, la sindrome di serietà dell’espressione veridica è travolta dallo sberleffo umoristico. Nell’ultima fase della sua poesia (Plurime scissioni, 2001; Acatì, 2003; Livelli di coincidenza, 2006), Riviello lavora meno sui giochi dei significanti, ma lavora molto sull’identità, mostrando come dietro la tronfiezza dell’io ci sia in realtà una molteplicità di stati, una serie di dislocamenti: «Si vive da acrobati nelle scissioni plurime». L’io è un puzzle, un collage, che si tiene insieme momentaneamente, casualmente e fortunosamente; ed ecco, per l’appunto, Puzzle:

Siamo “puzzle”,
ci ricomponiamo casualmente
lo schema a monte preordinato,
combaciamo senza baciarci, lentamente.
Nostro compito è metterci in regola
seguire un senso, a caso
ritrovando parti di noi
parti di corpo frante
e rimetterle insieme con costanza.
La vicinanza assoluta
è la fragranza dell’operazione.
La vita ama collages.

Alla fine, la lettura del tutto-Riviello ci fa capire come questo poeta sicuramente fumista (tanto che intitola Fumoir una sua raccolta di versi dedicati ai personaggi dei fumetti) nasconde con altrettanta evidenza un poeta civile; si veda la costanza con cui compare la polemica contro la guerra, perfino in sede di kuku («Puliamo con la pace / questa sporca guerra»). Certo un poeta civile, che l’ironia garantisce dal cadere nella retorica dei valori umanistici disattesi.
Nell’opera omnia sono comprese anche le dichiarazioni dell’autore e le risposte alle interviste. E in una di queste Riviello rivela e rivendica proprio una funzione contrastiva:

Il poeta è qualcosa che si mette sempre in mezzo tra la vita e la morte e riceve le offese, e sposta sempre la società di un qualche gradino, fa i dispetti alle fisarmoniche, per usare un termine un po’ surreale. È sempre uno che improvvisamente cancella la quiete, la quiete finta.

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