Perché combatto gli spazi tra i paragrafi

Sono molto contento di come sta andando il sito e ne sono grato particolarmente al mio “webmaster” (si dice così?) Michele Fianco, che tengo a ringraziare pubblicamente. Senza di lui non ci sarei riuscito ‒ per forza, sono nato con la macchina da scrivere e il correttore di bozze, cresciuto in un’epoca in cui il telefono a gettone pareva una diavoleria tecnologica… Ma devo dire che, nella preparazione del sito, tra le tante cose nuove che ho dovuto imparare a fare, la più difficile per me, alle somme, è stato eliminare gli spazi tra i paragrafi.
Sembra niente, eppure non è stato semplice piegare l’editor di testo a questa modestissima esigenza. Direte voi: perché tanta pervicacia per guadagnare quel piccolissimo intervallo? Che male c’è? In rete si fa ormai dappertutto così. Vedete, sarà cocciutaggine senile e sarà una causa persa, ma non potevo cedere su questo punto, dato che avevo insistito per anni con gli studenti laureandi: ragazzi, niente spazi fra i paragrafi! Loro mi hanno sempre dato retta, ma spesso senza capirne mica la ragione… Un semplice spazietto, avranno pensato, che differenza fa? Allora, una volta ancora, insisto a spiegare il motivo.
Non è semplicemente un puntiglio da pedante barbogio, è un problema di logica. Infatti lo spazio tra i paragrafi spezza il discorso e ne discosta le parti. Lo rallenta e lo interrompe. Rende alle porzioni una parvenza di autonomia. Questo dovrebbe piacermi (infatti la frammentarietà e l’interruzione, secondo Benjamin, sono caratteristiche del testo della modernità). Ma, attenzione, il problema non è stilistico: dal punto di vista stilistico vanno bene sia lo stile ampio, con quelle frasi che sia allungano si allungano montando le une sulle altre in una costruzione periclitante di tipo barocco; e sia il ritmo nervoso di frasi brevi, incalzanti, scattanti, tutte stacchi, magari concentrate in una parola sola. Stilisticamente parlando, vanno bene sia Proust che Céline (semmai si tratta di consentire cittadinanza ad entrambi e non limitarsi alla misura corta, quella che costa meno fatica). Può andare anche l’aforisma, a patto che non rimanga l’unico modo di ragionare.
La questione che io pongo ‒ e che personalmente ho risolto, dopo vari vani tentativi, grazie al vecchio html come si vede da questo stesso articolo ‒  la questione che cercavo di far capire ai miei studenti laureandi è di tipo logico-argomentativo: separando i paragrafi il ragionamento si isola in cellule separate, tendenzialmente non più in grado di legarsi nelle sue membra, che finiscono per giustapporsi a casaccio, e ricomincia ogni volta da capo, magari riprendendo da tutt’altro punto, perché quello spazio ha svincolato la frase seguente da quella precedente, così da far saltare i nessi, i quali, lasciati impliciti, rischiano di perdersi, di non esserci proprio, e di denunciare allora esattamente la perdita di un filo, non dico mica rosso, per carità, ma di un filo logico che attraversi il linguaggio secondo una strategia dimostrativa, perché parlare in pubblico vuol dire dimostrare qualcosa, altrimenti perché si parlerebbe?
L’incapacità di ragionare per esteso ci mette mani e piedi legati in balia del pensiero mitico cui è sufficiente affermare slogan, promulgare parole d’ordine, riferirsi immediatamente a simboli riconosciuti; e per questo gli basta un breve spazio, ad ignoranza del resto e del seguito, e gli servono delle teste che non sappiano concatenare un motivo con l’altro. Allora, per resistere alla “twitterite” dilagante, vi suggerisco di usare il benemerito html e di collegare con pazienza l’andamento dei vostri paragrafi e in essi del vostro pensiero, possibilmente critico.

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