Brecht, Me-ti

Che ci sia un certo “ritorno a Brecht” è attestato da vari sintomi, non solo dalle riprese teatrali, ma anche dalle occasioni di riflessioni critiche come il convegno molto qualificato tenutosi lo scorso giugno a Roma. Ora, una ottima edizione de L’orma, ripropone il Me-ti. Libro delle svolte, ormai introvabile nella vecchia edizione Einaudi, conservando in gran parte la traduzione di Cesare Cases, ma mettendo a punto il testo sull’ultima edizione tedesca, con ordinamento rivisto, brani inediti e aggiunta di apparati conclusivi.
Il Me-ti è uno dei libri “eccentrici” di Brecht, tuttavia niente affatto marginali rispetto alla sua preponderante produzione drammaturgica. È anche eccentrico come scrittura, perché è una prosa con forti propensioni teoriche, disseminata però in pezzi brevi e brevissimi (aforismi, parabole o come li vogliamo chiamare). Il che, se da un lato sfida la capacità di sintesi del pensiero (la verità deve sapersi concentrare), dall’altro lato dissemina il suo messaggio in frammenti, a eludere qualsiasi sistematicità.
Inoltre, il contenuto teorico passa attraverso un bizzarro camuffamento cinese. I personaggi dell’attualità vengono “straniati” (è un verbo scontato nel caso di Brecht), proiettati come sono in un altrove esotico e nello spazio astratto del dibattito tra sapienti maestri. Per quanto la mascheratura sia trasparente (e una tabella introduttiva ci avverta subito che Mi-en-leh è Lenin, Ni-en è Stalin e il Su è l’Unione Sovietica), eppure la trasposizione consente all’autore almeno un minimo margine di reimmaginazione. Per altro, Brecht ha un debole per la Cina: vi ambienterà un altro testo singolare come Il romanzo dei Tui (anch’esso proposto di recente, meritoriamente, dall’editrice L’Orma) nonché L’anima buona del Sezuan. L’esempio della recitazione nel teatro cinese gli era stato essenziale, come dimostra questo appunto sulla doppia dimostrazione:

I cinesi mostrano non soltanto come si comportano gli uomini ma anche come si comportano gli attori. Mostrano come gli attori eseguono a modo loro i gesti degli uomini – perché traducono la lingua corrente nella loro propria lingua. Perciò quando si guarda un attore cinese si ve­dono non meno di tre persone contemporaneamente: una che mostra e due che vengono mostrate.

In realtà, nel Me-ti, il travestimento serve anche come misura di sicurezza in un periodo complicato che è quello dell’esilio; il periodo di un altro splendido testo “eccentrico” come i Dialoghi di profughi, e il periodo dei più interessanti colloqui con Walter Benjamin. E un nodo ineludibile in quel periodo, sia nelle discussioni dei due amici, che anche in questo testo, è il giudizio sull’Unione Sovietica. Dove Brecht tiene duro a salvare, bene o male, la figura di Stalin, sulla base di un ragionamento di “utilità”, per quanto scalfito dall’alto prezzo con cui questa funzione viene pagata. Il problema sta ‒ secondo il Me-ti ‒ nel rapporto tra libertà e costrizione: mentre dall’esterno si lamenta la costrizione nel nome di una libertà che nasconde l’uso indiretto della violenza, dal punto di vista dell’instaurazione del comunismo (il “Grande Ordine” si chiama qui) la costrizione è necessaria, ma si tratta di capire fino a che punto; alla fine, il bilancio appare piuttosto negativo:

il nuovo sistema, il più avanzato della Storia universale, funziona ancora molto male e poco organicamente e ha bisogno di tanti sforzi e di un tale impiego della violenza che le libertà del singolo sono assai esigue. Essendo esso imposto da esigui gruppi di uomini, vi è dappertutto costrizione e nessun vero dominio del popolo. La mancanza di libertà di opinione, di libertà di associazione, il servilismo, i soprusi delle autorità dimostrano che si è ben lungi dall’attuare e sviluppare tutti gli elementi fondamentali del Grande Ordine.

Per Brecht, in “tempi bui”, si tratta di mantenere la lucidità. E a questo provvede la riflessione sul materialismo e la dialettica, che qui viene denominata il “Grande Metodo”. Non mancano, anche nel Me-ti come nei Dialoghi di profughi, gli omaggi a Hegel, che in un passo viene lasciato perfino con il suo nome (negli altri diventa Hi-jeh). Ma non è l’Hegel della sintesi e neppure quello del corso del mondo secondo le stazioni dell’idea; è piuttosto il logico della contraddizione. Secondo il maestro Me-ti e gli altri alter ego brechtiani, c’è una “base materiale” dovuta a un posizionamento fisico-corporeo, che è incontrovertibile (la paura, la fame, lo stato del corpo); ma questa pulsione, essendo subalterna (subita) deve fare i conti con il sistema che l’ingabbia e che è divenuto, nel capitalismo, estremamente subdolo, tra ideale umanistico e cinismo pragmatico. Il capitalismo è quel sistema sociale (ma per Brecht asociale) che trae guadagno dagli uomini più che dalle cose e dove «tutto ciò con cui non si poteva sfruttare nessun uomo era privo di valore». La cosa a cui bisogna stare più attenti è la morale idealistica, la morale della “bontà” (nei Profughi se ne uscirà con la battuta: «l’uomo è buono, il vitello è saporito»). Una parte considerevole dei “pezzulli” del Me-ti è dedicata a ragionare su una possibile “morale materialistica”. Non si tratta solo del rinvio della giusta condotta alla struttura sociale che, se fosse “buona”, non avrebbe bisogno degli sforzi di correttezza dei singoli, per cui la cosa migliore sarebbe un assetto collettivo dove non fossero necessarie «virtù particolari» (che sarà poi il motto di Galileo: «Felice il Paese che non ha bisogno di eroi!»). C’è di più: l’indicazione di un unico imperativo possibile, che è quello della “produzione”:

ME-TI E L’ETICA.
Me-ti disse: Non ho trovato molte formule a base di «tu devi» che avessi voglia di pronunciare. Intendo dire formule di natura generale, formule che possono essere indirizzate alla generalità degli uomini. Però c’è una formula di questa fatta: “tu devi produrre”.

Formula che, ovviamente, per non essere una bruta norma imprenditoriale, deve essere interpretata in base a una nozione ampia di “produzione” e “produttivo”, tant’è che essa in altri punti del libro è applicata persino all’amore (per parte mia, ho seguito questo allargamento ragionando in varie occasioni sulla “produttività letteraria”). La morale materialistica, allora, deve fondere il livello personale e quello sociale, tenere connessi pensiero e comportamento. E proviene da una visuale strategica, da uno straniamento non più limitato alla recitazione degli attori, ma esteso alla vita intera («Si può anche vivere in terza persona»).
Nel modo di procedere della scrittura (se vogliamo chiamarlo “lo stile”) prevarrà il paradosso, l’esigenza di rovesciare le apparenze e ciò che sembra normale agli occhi del senso comune. Il Me-ti unisce umorismo e radicalismo, la critica e il dubbio. Anzi «la smania di dubitare»; che però non va, senza un limite, a differenza del decostruzionismo più recente, che farà del dubbio il modo per oscillare perpetuamente bloccando l’intervento pratico. Il dubbio brechtiano è invece la chiave per una corretta prassi: «essendogli stato chiesto che cosa ponesse un limite ai dubbi, Do disse: Il desiderio di agire»; cioè quella pulsione basica da cui la stessa “messa in dubbio” proviene.
Il libro contiene molte indicazioni di polemica letteraria che ancora oggi sarebbero utilissime contro l’immedesimazione (ormai in auge con il beneplacito delle neuroscienze), il sentimentalismo, il meccanismo finzionale («Perlopiù l’autore riesce a ottenere in un batter d’occhio che il lettore si interessi al mondo del suo libro più di quanto il suo libro si interessi del mondo. Egli fa dimenticare al lettore il mondo a favore del libro che dovrebbe descriverlo»). A smarcarsi dalle normali lamentazioni sulla decadenza dell’arte, lampeggia questa sentenza:

Partire lancia in resta contro la cattiva arte e reclamarne una migliore o vilipendere il gusto del popolo, a che può servire tutto ciò? Bisognerebbe invece chiedersi: Perché il popolo ha bisogno di stupefacenti?

A ben vedere, cambiato ciò che c’è da cambiare nella nostra situazione e al netto delle giustificazioni pro-Stalin, il Me-ti rimane un consigliabile vademecum. Vedi le indicazioni sul nazionalismo dei poveri («Il nazionalismo della povera gente giova anch’esso ai grandi signori»), sul popolare («Me-ti metteva in guardia contro l’uso acritico del concetto di popolare»); e non sarebbe male far uso, in questi tempi di inedite alleanze, di questo brano sui compromessi:

Mi-en-leh insegnava a proposito dei compromessi: I compromessi sono spesso necessari. Molti intendono per compromesso il versar acqua nel proprio vino. Pensano che il vino non tagliato sia indigesto. Oppure che il vino a disposizione non basti a soddisfare la sete. Io sui compromessi ho un’opi­nione diversa. Bevo l’acqua e il vino da due bicchieri. Poiché altrimenti è troppo difficile ritirar fuori il vino dall’acqua.

Nel Me-ti si parla di maestri e discepoli: l’aspetto didattico vi è dunque centrale. Ma non è che voglia più di tanto confermare delle presunte autorità. Anche qui la dialettica imperversa, con discenti che incalzano i docenti, docenti che si sottraggono e così via. Tanto è vero che il massimo per un maestro è «imparare a smettere d’insegnare, quando ne è giunto il momento».

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