Fisher e il materialismo

Uomini e macchine. Non c’è bisogno di teorie, basta stare alla vita quotidiana per constatare quanto è avanzata la compenetrazione di uomini e macchine. Quanti improperi mandiamo a quelle che non rispondono ai comandi (l’animismo del XXI° secolo)? Quanto siamo circondati da algoritmi e intelligenze artificiali? Quante protesi ci sono nel nostro corpo? Ecc., ecc.
Mark Fisher non ha dovuto aspettare queste evidenze per accorgersi dell’assottigliarsi della differenza che viene a mettere in dubbio il nostro orgoglio antropocentrico di essere i “padroni del vapore”. La sua tesi di Dottorato, datata all’ormai lontano 1999, riguardava proprio l’interconnessione di uomini e macchine, la compenetrazione dell’organico con l’inorganico. Lo faceva, sotto il titolo Materialismo gotico, richiamandosi alle figure della creatura di Frankenstein, del Golem e altre simili, con i loro corrispettivi cinematografici e con il supporto teorico del tandem Deleuze-Guattari, di Baudrillard, di un recuperato McLuhan, di Jameson e con lui del migliore ambito postmodernista.
La tesi, da poco pubblicata in italiano da Einaudi, offre spunti di riflessione di ampia portata e appare oggi ancor più attuale. E spinge a rileggere per intero l’opera dell’autore nella sua ampiezza e rilevanza.

Il materialismo – sono d’accordo – dev’essere obbligatoriamente monista. Qualsiasi dialettica è secondaria: la ragione che indaga la materia non deve mai dimenticare di esserne parte, paradossale sineddoche conoscitiva, straniamento ipotetico e problematico. Ma secondo la posizione del giovane Fisher non è più possibile alcuna dialettica, sia pur secondaria, ormai si è arrivati a una unione inestricabile di organico e inorganico: «non è più possibile distinguere tra animato e inanimato»; e, più avanti: «Il biologico si dissolve nel macchinico, che non lo contrappone dialetticamente, ma lo ingloba ciberneticamente». Qualsiasi ragione trascendente viene rifiutata, le macchine dimostrano la possibilità di una “agentività senza soggetto” (oggi problema massimo sul tappeto!). A quel punto non resta che muoversi in una serie di commistioni: tra teoria e fiction, per cui i romanzi di fantascienza valgono in parallelo ai pensatori di cui sopra; e tra fiction e realtà, fino all’ipotesi (ripresa da Baudrillard) dell’iperreale:

L’iperrealtà – il più reale del reale – è una cancerizzazione del Reale, l’occupazione metastatica delle zone che un tempo duplicavano la realtà (ombra, sogno e mito); (…) è importante capire che la cancerizzazione del Reale è – immediatamente – anche una cancerizzazione del finzionale; i due processi si richiedono a vicenda. L’iperrealtà inizia quando vi è soltanto finzione (e dunque non più finzione) e soltanto il reale (e dunque non più realtà).

Unica dialettica sembra essere rimasta un chiasma di questo tipo: «A dissolversi definitivamente è l’opposizione tradizionale tra finzione e Reale: se la finzione può essere quantificata, allora appartiene al Reale; ma se le quantità possono essere finzionalizzate, allora è il Reale a ricadere nella finzione».
Avendo inaugurato la mia riflessione, fin dall’inizio di carriera, con gli “specifici” dellavolpiani, mi colpisce il fatto che la letteratura qui venga presa alla lettera e che gli androidi di Dick, le IA di Gibson, film come In the Mouth of Madness di Carpenter vengano dotati di validità euristica quanto le argomentazioni di Deleuze o Baudrillard. Il risultato non è privo di una certa euforia nel cogliere la tecnologia nelle sue spinte più avanzate e nello spingerla all’eccesso, con la possibilità di allearsi ai suoi demoni («scendere a patti con i demoni», come dice il Neuromante di Gibson citato da Fisher). Però lo spazio della critica – che mi sta tanto a cuore – sembra sparire in questa prospettiva di mescolanze; per cui non ho potuto fare a meno di leggere il libro sentendomi superato, per quanto in buona compagnia (se allo stesso Jameson è attribuito un «obsoleto armamentario teorico»). È vero che molti materiali esibiti da Fisher, i vari Dick, Gibson, Ballard e compagnia cantante, li ho apprezzati e analizzati a mia volta ne Le scritture della catastrofe, ma attraverso la collocazione nell’ambito del fantastico e la conseguente ipotesi di un senso allegorico. Alla impossibilità di tirar fuori la testa dal mondo in cui siamo immersi ho sempre contrapposto la non completezza dell’alienazione, la possibilità di esserne sbalzati in qualche modo e soprattutto i residui della sussunzione: i corpi inutili e l’eccedenza del desiderio in noi stessi.
Per altro, il Materialismo gotico di Fisher – che va ambientato all’epoca nel contesto del CCRU (Cybernetic Culture Research Unit), gruppo attivo presso l’Università di Warwick – apre verso la fine uno spiraglio sul capitalismo («È superfluo osservare che l’economia funziona sempre più secondo simili spirali iperboliche, man mano che il capitale si sgancia da ogni referente concreto, migrando verso forme sempre più “volatili”»). Ora, questo richiamo al “funzionamento economico” non presume una sorta di trascendenza? Non dico di una strategia dei capitalisti (che effettivamente potrebbe anche non esserci), ma comunque del cui prodest (che è incontestabile ci sia)?
Questo iniziale campo di indagine resterà nella successiva prospettiva fisheriana, tant’è vero che l’ultimo libro pubblicato in vita è stato The weird and the eerie, dedicato più o meno agli stessi autori e ambiti fantastici. E sebbene in questa ripresa successiva, Fisher si muova di più con l’allure del critico letterario, facendo perno su una distinzione di generi (lo “strano” e l’“inquietante”: ciò che sta dove non dovrebbe essere e ciò che manca dove dovrebbe esserci), pure arriva a considerazioni generali sempre intriganti, come quelle concernenti l’“illuminismo radicale” che risolve la dicotomia tra uomo e natura dalla parte della seconda (e della “pulsione di morte”). Il tutto con stile e scelte decisamente antiaccademiche come si vede anche dal blog K-punk, curato da Fisher a partire dal 2003 (i suoi articoli sono ora pubblicati su carta, in Italia da minimum fax; come pure la raccolta Spettri della mia vita). Ci sarebbe da aprire una parentesi sulla forma-blog – dato che è proprio lo spazio in cui sto scrivendo – ma per ora basti notare come Fisher sia stato un blogger molto particolare, di densissimo spessore teorico. Ha spaziato nelle materie del cinema, della televisione e della musica, ha rivisitato lo “strano” sotto forma di hauntologia (il gioco di parole derridiano), interpretando gli “spettri” come sintomi sociali e soprattutto ha praticato la critica dell’ideologia auspicando una ripresa della sinistra capace di uscire dalle false opposizioni, vuoi del moralismo, vuoi del ritorno alla natura. Alcuni spunti interessanti nel favore per un “modernismo popolare”.
La sintesi di questa riflessione Fisher l’ha consegnata al libello Realismo capitalista, la sua opera più conosciuta. Il titolo è intelligentemente ambiguo: non sostiene che la letteratura realista sia complice del capitalismo perché non fa che descrivere l’esistente, si riferisce invece all’atteggiamento “realistico” di accettare il mondo com’è, cioè senza alternative. La rinuncia al cambiamento in quanto impossibile esaurisce progressivamente le energie critiche. Fisher viene dunque a constatare atteggiamenti diffusi e acquisizioni del senso comune: le procedure aziendali, le tecniche  televisive di persuasione, le riforme scolastiche, nonché – ora nel modo più giusto – l’immaginario della letteratura (brillante la lettura di Kafka come antesignano della ambivalenza burocratica) e del cinema. Ed è attentissimo a smascherare come complici le false alternative, come l’anticapitalismo hollywoodiano. Anche la visione disincantata, tipo il noir, può essere riassorbita: consente di condannare il consumismo consumando e continuando a consumare con la coscienza a posto. Il tema dell’anticipazione, già presente in Materialismo gotico, diventa ora la precorporazione,

Quella con cui ora abbiamo a che fare non è l’incorporazione di materiali che prima sembravano godere di un potenziale sovversivo, quanto la loro precorporazione: la programmazione e la model-lazione preventiva, da parte della cultura capitalista, dei desideri, delle aspirazioni, delle speranze.

Messo sotto la lente, il capitalismo si rivela «irriducibilmente bipolare»: così nei confronti della famiglia, strumento essenziale, ma nello stesso tempo sbarellata dal sistema di vita, come nei confronti della burocrazia, osteggiata, ma solo a parole, dal liberismo (e Fisher, anzi, scopre un paradossale «stalinismo di mercato»). Queste ambivalenze producono patologie e in particolare aumentano i disturbi mentali, quali l’«anedonia depressa»  presso i giovani.
A contrasto ci vorrebbe, scrive Fisher, una supernanny marxista con carattere insieme di svelamento (illuminista) e apertura al non noto (lo strano):

La super-tata marxista non sarebbe soltanto quella che stabilisce i limiti, che agisce nei nostri interessi quando noi non siamo in grado di riconoscerli, ma anche quella che questo rischio se lo assume, che scommette sullo strano e sulla nostra brama per ciò che non conosciamo. 

(Lo stesso compito assume, in altri luoghi fisheriani, il “paternalismo democratico”).
L’ultima parte di Realismo propone forme di lotta diversamente “realistiche”, magari prendendo in parola il capitalismo. Fiducioso il finale che vede, nell’attuale situazione di blocco apparentemente totale, l’importanza dell’«evento minuscolo»: per paradosso «da una situazione in cui nulla può accadere, tutto di colpo torna possibile».
La prosecuzione di questo discorso avrebbe dovuto essere Acid communism, purtroppo rimasto incompiuto. Fisher voleva rivisitare gli anni Sessanta (lui che nel ’68 era appena nato), sotto il segno dell’utopia della libertà e del conforto teorico di Marcuse. Nell’abbozzo dell’introduzione c’è questa importante indicazione, a proposito dell’anticapitalismo; non dev’essere un partito preso, ma la semplice constatazione del fallimento di un modo di vita:

The claim of the book is that the last forty years have been about the exorcising of “the spectre of a world which could be free”. Adopting the perspective of such a world allows us to reverse the emphasis of much recent left-wing struggle. Instead of seeking to overcome capital, we should focus on what capital must always obstruct: the collective capacity to produce, care and enjoy. We on the left have had it wrong for a while: it is not that we are anti-capitalist, it is that capitalism, with all its visored cops, its teargas, and all the theological niceties of its economics, is set up to block the emergence of this Red Plenty.

Certo ritrovare quel filo rosso è davvero difficile oggi. Bisognerebbe essere capaci di disfare l’apparenza del “naturale”, come dice Realismo capitalista:

Come ricordato da tanti teorici radicali – siano essi Brecht, Foucault o Badiou – ogni politica di emancipazione deve puntare a distruggere l’apparenza dell’«ordine naturale», deve rivelare che quello che ci viene presentato come necessario e inevitabile altro non è che una contingenza, deve insomma dimostrare che quanto abbiamo finora reputato impossibile è, al contrario, a portata di mano.

L’esigenza di una sinistra “rinvigorita” non trova effettivamente molti appigli nei nostri lidi. E il “principio speranza” dell’utopia, allora, è costretto a procedere sul filo del rasoio della depressione, che è la conseguenza della “perdita di futuro”. Un nemico che colpisce in profondo: il suicidio di Fisher nel gennaio 2017 dimostra che, malgrado ogni lucido supporto teorico e il deciso «rifiuto a darsi per vinti», purtroppo non lo si è mai combattuto abbastanza.

11/10/2026

 

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