Un bravo all’insignito!

Quando ho saputo che László Krasznahorkai era stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura 2025 , mi sono detto: beh, per una volta la giuria del Nobel ci ha visto giusto e non si è fatta guidare da considerazioni geopolitiche o dalle fortune di mercato. Conoscevo, infatti, l’autore abbastanza bene, avendone letto diversi libri e avendo apprezzato le sue doti sia di forma che di contenuto, l’originalità della scrittura e la visione di un’etica debitamente disincantata e contraria a tutti i conformismi (tra l’altro proveniente da un paese come l’Ungheria, che ai conformismi sembrava sottostare da tempo).
Una scrittura originale, dicevo, che si era sviluppata sempre più in odio al punto fermo, producendo periodi di esorbitante lunghezza, marcati soltanto dall’ossessione della virgola e di conseguenza ostici al lettore necessitante pause, imbarazzato su dove lasciare il segnalibro o altra demarcazione. Di solito quando si deve o si vuole interrompere la lettura si dice “aspetta cha arrivo a un punto”; ebbene con Krasznahorkai cerca pure, ma un punto avrai difficoltà a trovarlo…

Il libro La sicurezza della nazione ungherese, uscito in edizione originale un mese dopo la proclamazione del Nobel e da poco edito in Italia da Bompiani, conferma il suo carattere di autore davvero insolito.
Tra le varie stranezze di questa nuova pubblicazione c’è, oltre al titolo (episodicamente ricavato da un luogo del testo di non eccessiva importanza: con tutta probabilità volutamente ironico), c’è, dicevo, l’intestazione dei capitoli: tutti i primi dieci capitoli sono ugualmente intitolati Introduzione e distinti solo dal numero (Introduzione1, Introduzione2, e così via); gli ultimi due, invece sono intitolati Quasifinito (Quasifinito1, Quasifinito2). Cosa vuol dire? Che tutte le parti sono, in qualche modo, introduttive e che qualsiasi racconto non è che l’introduzione a qualcosa che deve ancora arrivare? Che la conclusione del racconto non è mai una fine, ma soltanto un “quasifinito”? Poi in realtà un racconto purtuttavia c’è – come ora vedremo – anche se con i suoi salti e scarti.
A chi lamentasse che questa scrittura priva di “pianerottoli di sosta” non lascia riposare, Krasznahorkai ha preparato delle interruzioni illusorie, come a dire “vedete che vado accapo!”: si tratta di frasi o passaggi estrapolati dal continuum e inseriti in mezzo alla pagina in grassetto. Qualcosa del genere aveva fatto Malerba nel suo Salto mortale, ma lì sembravano locuzioni sloganistiche, mentre qui appaiono avere una assoluta casualità, la loro evidenziazione è una sorta di colpo di dadi.
Dunque, malgrado questi inciampi da scrittura “sperimentale”, eppure il racconto c’è, come dicevo: e ha per personaggio principale un entomologo infelice nel fisico (soffre della sindrome di Klippel-Feil) che ha trovato il suo posto nel mondo come addetto alla gestione dei lepidotteri presso il Museo Ungherese di Scienze Naturali. Una sorta di Candide benevolo ed empatico, così compare subitissimo nelle prime righe:

Amava tutti coloro che vivevano sulla terra, e anche quelli che vivevano sugli alberi, nell’aria, nelle grotte, nei fiumi, o nelle terrificanti profondità degli oceani, e non sarebbe stato in grado di misurare questo suo amore con la bilancia, di dire: questo un poco di più, quell’altro un poco di meno, no, lui amava tutti, e tutti allo stesso modo, perché li riteneva tutti meravigliosi, e li vedeva tutti meravigliosi nonostante il fatto che difficilmente sarebbe stato in grado di rispondere a chi gli chiedesse perché, del resto non gli veniva neanche in mente che una domanda del genere potesse avere un qualche senso, no davvero, non nel suo caso, perché non pensava proprio che potesse essere diversamente, che avrebbe anche potuto non amare tutti coloro che vivevano sulla terra, e sugli alberi, e nell’aria, e nelle grotte, e nei fiumi, e negli oceani; (…).

Anche troppo fiducioso; e infatti sarà sottoposto suo malgrado ad aggressioni e angherie. Ma intanto segniamoci il tema che questo personaggio reca con sé, il tema delle farfalle. Oltre al carattere di metamorfosi, non è forse il tema della bellezza delicata ed effimera, il massimo dell’estetica?
Però, attenzione, perché questo personaggio principale viene ben presto affiancato da un deuteragonista assai diverso, portatore di una visione materialista senza speranza: si tratta di uno scrittore e sorprendentemente altri non è che l’autore stesso fattosi personaggio – cosa non impossibile ma assai rara come figura di secondo piano. Ciò consente a Krasznahorkai di guardarsi dall’esterno e di procedere a un impietoso esercizio di autoscoranamento, grazie al punto di vista dell’altro, un po’ su tutti i fronti, a cominciare dall’aspetto fisico, descrivendosi come un «anziano signore dall’aspetto molto trasandato», abbondante di forfora e di cispe, poi analogamente trattandone l’abitazione disordinata e periclitante («le assi della terrazza erano quasi tutte marce, come spiegò, e in qualsiasi momento e in qualsiasi punto poteva avvenire il cedimento di questo o quell’altro pezzo», e comprendendovi anche l’ironia sul cognome difficilmente pronunciabile.
Il nodo cruciale dell’incontro tra i due – in fondo il racconto potrebbe essere molto semplicemente la “storia di una amicizia” o una prova della possibilità del dialogo – il punto clou è l’interrogativo sulla vita che lo scrittore viene a presentare all’esperto di farfalle: perché la materia organica vuole vivere? Una domanda senza risposta che colora tutto il racconto di una tinta filosofica:

(…) alla fine si ritrovava con una questione così semplice e ridicola, ossia
                  perché la vita vuole così tanto vivere,
è questo, professore, lo scrittore spalancò le braccia, questo era il motivo per cui era venuto qui da lui, per chiedergli se poteva spiegargli che cos’era questa folle corsa alla sopravvivenza che vedeva ovunque intorno a sé, ovunque sulla terra, nella natura, cioè in tutto ciò che chiamiamo il nostro mondo, dove tutto vuole sempre vivere in eterno, anche a costo di sforzi terribili, (…)

Più avanti, per altro, lo scrittore negherà che si tratti di una volontà vera e propria, bensì di adattamento all’ambiente:

(…) lo ripeto ancora una volta:
                                   lei e l’ambiente, insieme,
dove la cosa e uno o più elementi dell’ambiente coincidono, eppure in apparenza è la cosa a essere obbligata ad accettare l’offerta affinché l’evento possa avvenire, sebbene non lo siano né l’offerta né l’accettazione, nessuno di questi pensa minimamente che tale possibilità debba essere voluta, né l’ambiente né uno dei suoi elementi né la cosa, che è parte dell’ambiente, o che il tutto, l’evento stesso dentro l’istante debba avere un qualche scopo, nessuno vuole niente, e lo ripeto ancora: nessuno vuole diventare acqua, nessuno vuole che esista l’acqua, o l’Idrogeno, o l’Ossigeno, (…)

Non so se questi pochi esempi possano essere sufficienti a far intravedere la portata di questa dimensione narrativo-riflessiva, di questo dialogo asimmetrico tra la chiave teorico-materialistica dello scrittore che si chiama come l’autore (e sproloquia a tutt’andare) e l’atteggiamento creaturale di András Papp, il modesto esperto di farfalle, che teme soltanto, a un certo punto, di diventare il personaggio di un romanzo… Un insieme verbale dove sono mescolati nel flusso, con gran maestria, il discorso indiretto e il diretto.
È piuttosto straordinario che, proprio in coincidenza con il premio, Krasznahorkai metta in bocca al se stesso-personaggio, in mezzo ad abbondanti libagioni alcooliche, la dichiarazione di abbandono della scrittura:

(…) ho avuto la sensazione che tra tutti i miei precedenti tentativi falliti, scegliere te sia stata la cosa migliore, perché anche se io ero ormai vicino al collasso la tua calma, la tua avvedutezza, la tua ponderatezza, il tuo contegno umano sono riusciti a farmi dimenticare che cosa in realtà io stavo cercando lì da te,
      e no, non erano le farfalle, Bandi, non erano le farfalle,
perché a mano a mano ho conosciuto sempre meglio il lepidotterologo che c’è in te, e poi c’è stato quell’episodio che ti ho già raccontato, di quando cioè sono stupidamente inciampato su un pezzo di asfalto che conosco da decenni, un fatto che si è rivelato decisivo per me, perché da quel piccolo incidente è scaturita la mia guarigione, perché mi sono ripreso, adesso posso vivere in pace, senza domande e senza risposte, e non scriverò più di nulla, non scriverò niente delle farfalle,. non scriverò proprio più libri, nemmeno uno, oh santo cielo, no, (…)

Davvero è paradossale questa coincidenza. Il massimo riconoscimento mondiale va a uno scrittore che (almeno per interposto personaggio) vuole smettere di scrivere. Perché allora i casi sono due: o la giuria del Nobel è d’accordo con Krasznahorkai e allora dovrebbe decretare la fine del prestigioso premio, perché tanto la letteratura non ha più senso, oppure ha provato ad avvolgere il recalcitrante con un prudente recupero (dice la motivazione: «per la sua opera avvincente e visionaria che, nel mezzo del terrore apocalittico, riafferma il potere dell’arte»; ah, beh, allora…).
Il sistema ormai sopporta qualunque contraddizione e quindi non è strano un caso di “sussunzione”. Ma non è colpa di Krasznahorkai. Perciò: un bravo all’insignito!

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