Figura per figura

Bocca mia taccio (SilvanaEditoriale) non è un libro illustrato. È piuttosto un libro “a quattro mani” che alterna opere figurative di Paolo Canevari e testi poetici di Luca Succhiarelli, in una pubblicazione di grande cura ed eleganza. Va dunque considerato nel suo intreccio interartistico e in quella sorta di chiasma che si determina tra una figurazione che tende ad esprimere significati attraverso forme e colori e un discorso che, dal canto suo, sorpassa la comunicazione banale con trasgressioni espressive del codice dato, compreso il codice usualmente considerato come poetico.
Entrambi gli autori, per altro, presentano nel libro le diverse tappe del loro percorso; di qui una scansione graduale che segue i “passi” di una storia interna, le tappe di una duplice ricerca di soluzioni al problema dell’espressione.

Il percorso di Canevari, che nelle prove di Beginning and End sembrerebbe chiuso in un alfabeto di forme rettangolari variamente disposte e di colorazioni in tinte più scure o più chiare, si sviluppa poi con l’irruzione del nero (l’inquietante, il perturbante). Quanto al lavoro di Succhiarelli, che alterna al verso la prosa ritmata, muove con la sua Pandora dalla ripresa di un linguaggio poetico delle origini, fitto di elisioni e di rimbalzi di rime («madonna i’ verrò ’n fin cantando dal tremulo aprile ’l mio pianto me un fior sì sbocciato in tua gola ch’ad ogni tuo fiato virando si vada rimando all’incanto»), quasi una volontaria regressione “sperimentale” verso una lingua dismessa dal consumo omologante. L’astrazione di Canevari si rispecchia nel testo di Succhiarelli nella istanza del significante, nel lavorìo di fratture e parentesi sul corpo della parola, nel recupero della rima come un “lasciar andare” il linguaggio dove vuole. Il che porta a combinazioni ludiche («colla mazza e la danza / col tanga e la panza»), che potrebbero essere confermate dalla comparsa sottotraccia dell’ottonario o del doppio quinario, come ad esempio nella composizione conclusiva, Finalino:

Se tutti come Dafne
ed in apnea in su
più orsù col verde in mano
e tra l’alloro e l’olio
voglio e penso paia strano
dolo no ma solo sia
glossa grossa glottomachia
tra il sole olà che qui ricade
e il sole olà sull’Elio padre.
Era un bel re nonno Evaristo
e di rimbalzo io l’ho visto:
dico perciò con ciò rigiaccio
tra l’alloro e l’olio lì
nel chiuso intruso in un abbraccio.

Tuttavia, il gioco è sempre serio. Per un verso quando alla manipolazione del corpo delle parole si assomma la patologia del corpo umano, «sconquasso capillare ed epidermico»; per un altro verso quando – seguendo il Mario Lunetta eletto a maestro – la creatività del linguaggio è fatta scontrare con l’“orrore” dello stato socio-politico, della deformata “forma dell’Italia” («itagliaccia bestemmiata / porca zozza e lurida»). Nei dipressi di queste impennate invettivali Canevari propone le sue Black Tears, nelle quali scurissime macchie vanno a “sporcare” i colori delicati del sabbia e del beige, contraddicendo così ogni serenità della percezione e ogni graziosità del pastello.
Fin dal titolo, in fondo, Bocca mia taccio avvertiva di un passaggio attraverso il silenzio: è l’orrore, appunto, che “non ha parole”; ma è anche l’idea che la parola, svilita nella comunicazione futile o nella finzione spettacolare, deve essere ricostruita proprio a partire dal suo contrario:

Ora aggetto sul labbro;
dico così silenzio ex professo il senso
e lascio che sia e lascio che via
vadano le parole abrase:
(….)

Così Succhiarelli nel testo di apertura.
All’altro capo, l’ultima parte, intitolata Tutt’eco in nuce, viene dedicata a una sorta di ecologia linguistica, espressamente enunciata in prosa in una sorta di piccolo manifesto, sia pur con aposiopesi conclusive. Si tratta del

ripassare della lingua sulla parola per levigarla come forse fosse… e o là o per affilarla tra… per acuminarla, penetrarla, palpeggiarla per palleggiare con… per eccitarla, sovreccitarla con la girazione la girazione della punta proprio lì dove tremolano e brillano ed esplodono anche le vecchie e le neoformazioni per… Di tutto ciò, beninteso, ho fatto un uso enormemente quotidiano, sollecitando siffatto stato negli infinitesimi e negli infinitesimi niente che non per niente…

Accanto, troviamo la serie Landscape di Canevari, in cui il nero è avanzato, ha avviluppata la parte bassa dell’immagine, rappresentando il territorio oscuro, compatto, inabitabile di un paesaggio desolato.
Un chiasma: l’immediatezza del vedere si complica nella costruzione di segni-simboli, altrettanto la comunicazione linguistica si complica in figure di suono e di senso. Figura per figura, il libro procede: un libro, dunque, molto stimolante nella sua intersemiosi e nel presentare percorsi di ricerca originali e tendenziosi.

07/04/2022

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