Siamo a Mahagonny!

È vero che per mostrare contrarietà a qualcuno lo si può imitare, metterlo in evidenza, esagerarne in caricatura il difetto. Così, per manifestare contro un potere repressivo, potremmo sfilare tutti in manette oppure stenderci per terra a mo’ di cadaveri per protesta contro una prassi mortifera, verniciarci di rosso per stigmatizzare un regime sanguinario. Per dire, ad esempio: gli operai licenziati e ignorati dalla stampa si vestono da fantasmi. D’accordo.
Tuttavia, di recente, si è visto qualcosa di strano. Cortei con le svastiche che, va bene, volevano affermare che il governo è come un inumano nazista. Però, c’è un però: tra quei manifestanti c’erano gruppi di estrema destra e allora la faccenda s’ingarbuglia, perché per loro la svastica è un simbolo da prendere in positivo e quindi dovrebbero essere contenti di un governo che hitleriano lo fosse. Come interpretare allora quella esibizione simbolica?
La risposta è semplice: sapete cos’è? Siamo Mahagonny!

Ascesa e caduta della città di Mahagonny è un’opera di Bertolt Brecht e Kurt Weill, datata 1930. Personalmente sono molto legato a questo lavoro, perché, nelle note annesse, Brecht enuncia quella pericolante posizione per cui l’opera «sta per così dire ancora saldamente seduta sul vecchio ramo, ma almeno (sia per distrazione, sia per cattiva coscienza) incomincia a segarlo un pochettino», che mi è parsa fin dai miei anni iniziali la formula più giusta per ciò che andrebbe fatto in ogni occasione.
Dunque Mahagonny è una “città-rete” che nasce d’incanto nel deserto americano per una geniale intuizione: si fa fatica ad andare a cercare l’oro, è molto meglio prenderlo da quelli che l’anno trovato. Ed ecco allora il luogo del divertimento, dello spettacolo, del sesso facile. Il luogo dove tutto è permesso tranne una sola cosa: essere poveri (per questo reato è prevista la pena di morte).
Ed ecco che nella scena finale, quando i lustrini della scenografia cominciano a scadere e il successo, nella sua ciclicità, ruota verso il ribasso, allora, dice la didascalia, «mentre la confusione, la carestia, l’ostilità di tutti contro tutti non facevano che aumentare, nelle ultime settimane della città-rete i non ancora eliminati manifestavano cocciutamente per i loro ideali».
A questo punto, davanti allo spettro di Mahagonny incendiata, una serie di cortei si mette in moto brandendo cartelli contraddittori. Diavolo d’un Brecht, come l’ha immaginata giusta!
Riporto alcuni di questi slogan che si intrecciano in una vera e propria strategia della “confusione”:

Primo corteo:
PER IL RINCARO
PER LA LOTTA DI TUTTI CONTRO TUTTI
PERCHÉ LE NOSTRE CITTÀ RIMANGANO NEL CAOS
PERCHÉ DURI L’ETÀ DELL’ORO

Secondo corteo:
PER LA PROPRIETÀ
PER L’ESPROPRIAZIONE DEGLI ALTRI
PER LA GIUSTA RIPARTIZIONE DEI BENI ULTRATERRENI
PER L’INGIUSTA RIPARTIZIONE DEI BENI TERRENI
PER L’AMORE
PER LA VENALITÀ DELL’AMORE
PER IL DISORDINE NATURALE DELLE COSE
PERCHÉ DURI L’ETÀ DELL’ORO

Terzo corteo:
PER LA LIBERTÀ DEI RICCHI
PER IL CORAGGIO CONTRO GLI INERMI
PER L’ONORE DEGLI ASSASSINI
PER LA MAESTÀ DELL’IMMONDIZIA
PER LO SCHIFO IMPERITURO
PERCHÉ DURI L’ETÀ DELL’ORO

«Cortei a non finire in continuo movimento», dice l’ultima didascalia. Siamo proprio a Mahagonny!

07/12/2021

1 commento su “Siamo a Mahagonny!”

  1. Qui A. M. Pinto nel suo Canto di San Silvestro mi pare avesse colto nel segno:
    “Ritrarre la paura in gnucca che spergiura fa l’istupidimento”… “Acerrima acrimonia della canatteria rinchiusa nel cervello / abbaio e zuffa conia; encefalopatia il cogito in bordello / trasforma, dei pensieri fa sgherri, masnadieri, compari dell’avello.”

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