Il dibattito dell’ironia

Dell’ironia molto si è dibattuto e molto si dibatte. Questo “dibattere” non è strano stante l’ambiguità dell’ironia e il suo non voler farsi trovare dove dovrebbe essere. E non è soltanto il fatto che, intesa come strumento, può essere usata per fini diversi, da una parte o dall’altra del dissidio politico. C’è sempre stato anche lo sforzo di strapparla dal repertorio della retorica e di dimostrare perciò che non è riducibile alla semplice antifrasi. Non è solo “dire il contrario”, come quando di fronte a un temporale si pronuncia a mezza bocca un “che bella giornata!” Ci sono anche altre tecniche e anzi i casi di ironia storicamente principali (come l’ironia socratica e l’ironia romantica) non fanno riferimento a una operazione linguistica, bensì a un metodo di discussione o a un atteggiamento di fondo.

Il dibattito, in tempi più recenti è stato animato soprattutto dall’ipotesi decostruzionista, secondo la quale l’ironia più valida sarebbe quella che comporta la più grande incertezza . È per questo che Paul de Man, il capofila del decostruzionismo in USA, la elegge a “tropo dei tropi” (ed è vero che l’ironia può ben servirsi di tutte le altre figure). Malgrado l’approdo a un completo scetticismo, bisogna riconoscere a tale ipotesi un risvolto etico come contraltare a tutte le nostre troppo coriacee sicumere. L’ironia sarebbe dubbia non solamente perché potrebbe significare il contrario, ma anche nei riguardi di se stessa, in quanto non saremmo mai garantiti che il significato sia ironico oppure no. Sempre de Man rovescia il problema solito di “capire l’ironia” in quello dell’“ironia del capire”…
L’ironia decostruzionista viene a porsi esattamente dall’altra parte di quella che saremmo portati a riconoscere sulla base della  carica polemica. Potremmo immaginare una gradazione scalare che vede nei bassi livelli l’ironia bonaria (quella che serve a cementare le amicizie) e, man mano salendo sempre più di conflittualità, arriva all’ironia mordente. Quell’ironia combattiva che è naturale alleata della satira, tanto che Northrop Frye, nella sua organizzazione dei miti letterari, le ha gemellate insieme («La distinzione principale tra ironia e satira è che la satira è ironia militante»). Come “arma di lotta”, l’ironia sarebbe una stretta parente dell’invettiva : mentre l’invettiva tende a espellere l’avversario bersagliandolo di termini annientanti, l’uso del “biasimo attraverso la lode” appare un modo più raffinato di far contrasto. Il decostruzionismo obietterebbe che allora l’ironia vuole essere decodificabile con certezza, in quanto ogni sospensione sminuirebbe la sua portata avversativa; ma allora proprio per questa necessità di essere colta subito, sarebbe molto prossima al discorso normale. Avverrebbe più o meno lo stesso della proposta di una punteggiatura speciale per segnalarla (il punto di ironia, un interrogativo rovesciato; vedi l’immagine in evidenza); che non ha mai attecchito proprio perché ridurrebbe a zero ogni esitazione. Lo dice un ottimo calembour, funzionante però solo in francese: point d’ironie, point d’ironie! Secondo me, però, questa obiezione non è del tutto valida: il “biasimo attraverso la lode” può essere più crudele dell’invettiva esattamente per lo spazio che nonostante tutto vi rimane all’inversione, sia pure per il breve tempo di un brivido, una intercapedine in cui capiamo che è impossibile che il significato sia quello letterale. Del resto, molte opere letterarie (basterebbe il Giorno di Parini) dimostrano l’efficacia di questo procedimento.
Dal canto suo, l’ironia decostruzionista, quella affatto indecidibile, se intacca il logocentrismo, finisce per essere di “centro” (se non di destra, come tutti coloro che dicono di non essere né di destra né di sinistra). L’esitazione può facilmente slittare nell’indifferenza e l’ironia diventare una scappatoia, un modo per sottrarsi elegantemente alla presa di posizione. Di come vada a finire l’ironia postmoderna ha dato un ottimo esempio Umberto Eco, mettendo in scena l’innamorato che fa la sua dichiarazione: “Ti amo, come direbbe Liala”. Allora con il lasciapassare dell’ironia dagli a riciclare qualsiasi modalità tradizionale, senza nemmeno apparirvi implicati…
Insomma, insieme alla difficoltà di assegnare all’ironia un posto tra le strategie del riso (fa ridere? o non piuttosto produce un sorriso a mezza bocca?), il dibattito dell’ironia ci porta di fronte a un bivio assai arduo: dobbiamo usarla per attaccare le ideologie dominanti oppure il linguaggio in quanto tale? E che differenza c’è tra il logocentrismo e l’ideologia dominante?
Oppure, spostiamo la domanda: potrebbe esistere una dialettica tale da consentirci di tenere insieme il lato decostruttivo e quello polemico dell’ironia? Ora, se guardiamo ai teorici implicati nel dibattito, non mancano alcuni rovesciamenti inattesi.
Jameson, fautore del postmodernismo, attacca l’ironia come carattere ancora modernista, per il motivo che ha i piedi in due staffe (oh bella, ma non sarebbe questo proprio un segnale postmoderno?). Scrive Jameson, valutando l’ironia alla luce della hegeliana unione degli opposti, che questo

è anche lo spazio del valore modernista dell’Ironia, che promette, se non di riconciliare l’opposizione fondamentale in questione (…), almeno di permetterci di pensare e praticare le due cose al tempo stesso. Quindi l’Ironia è anche una maniera di unire gli opposti, e grazie a lei possiamo nello stesso istante credere nell’importanza della politica e abbracciare tutto quanto perderemmo qualora indulgessimo nella pratica politica. Thomas Mann è, com’è noto e per sua stessa ammissione, uno specialista di queste interminabili ironie (anzi, ci sguazza) che da un altro punto di vista sono anche il medium stesso della riflessività e dell’autocoscienza modernista dato che permettono di essere in due posti al tempo stesso, entro l’azione o l’impegno e fuori in maniera più disincarnata, nello spazio alquanto diverso della consapevolezza riflessiva di esso e di noi stessi.
(…) Come ho sostenuto altrove, l’Ironia è l’espressione quintessenziale del tardo modernismo e dell’ideologia del moderno come è stata sviluppata durante la Guerra fredda (le cui tracce e problemi reca a mo’ di stimmate).

Nello stesso tempo, però, proprio nel suo principale libro sul tema-postmodernità (il famoso Postmodernismo, ovvero la logica culturale del tardo capitalismo) è compreso un saggio su de Man che ricorda la pagina finale delle demaniane Allegorie della lettura. Ed è una pagina proprio sull’ironia, dove de Man riprende da Schlegel la nozione di parabasi e definisce l’ironia come “parabasi permanente”:

si potrebbe anche chiamarla parabasi, una rivelazione improvvisa della discontinuità tra due codici retorici. Questo avvenimento testuale isolato (…) è disseminato nell’intero testo, e l’anacoluto si estende su tutti i punti della linea figurale o allegoria; estendendo leggermente la formulazione di Friedrich Schlegel, si può dire che esso diventa la parabasi permanente di una allegoria (della figura), vale a dire ironia. L’ironia non è più un tropo, ma la distruzione dell’allegoria decostruttiva di tutte le cognizioni tropologiche, la distruzione sistematica, in altre parole, della comprensione. In quanto tale, lungi dal chiudere il sistema tropologico, l’ironia impone la ripetizione della sua aberrazione.

Il sospetto che de Man avesse sposato l’ironia per poter eventualmente giustificare i suoi malaugurati scritti antisemiti di gioventù viene qui a cadere. È vero che ancora sembrerebbe confermare l’ipotesi dello scacco alla comprensione (un assunto assolutamente anti-ermeneutico), ma, attenzione, però: la parabasi è l’intromissione del coro nella tragedia. In quanto interruzione della scorrevolezza di qualsivoglia codice di scrittura, in quanto linguaggio della sospensione dei linguaggi, la parabasi ironica non è poi tanto morbida e neppure tanto inavvertita da nascondersi in una semplice ambiguità (da: ci sono/non ci sono). Deve avere al contrario una forte visibilità. La parabasi è esplosiva e, oggi come oggi, decisamente sperimentale. Ed ecco allora che il suo carattere di rottura dell’univocità e quello di rottura critica dell’ideologia si potrebbero produttivamente incontrare.

16/07/2021

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