Il significato della parodia

Il significato della parodia è di essere un controcanto.
Non a caso si esercita soprattutto nei confronti dei capolavori, cioè delle opere che la cultura pone sul piedistallo e che si ritiene debbano essere ammirate da tutti, senza distinzioni né discussioni. La parodia ha bisogno di esercitarsi sul molto noto, perché altrimenti rischia di non essere percepita come tale: deve prendere un modello che tutti conoscono e trattarlo (ri-scriverlo, ri-produrlo) abbassandolo. Prendere il sacro per dissacrarlo. Prendere la Gioconda e disegnarle i baffi (vedi Duchamp); uno sberleffo da monelli, che tuttavia mette bene in evidenza lo spirito anti-accademico . È un po’ come il buffone del re, che ha dispensa di deriderlo.
Noto subito alcuni corollari: non rispettando i valori del gusto, la parodia dà prova di una certa insensibilità, oltre che di irriverenza e mancanza di riguardo verso gli idoli (non ottempera a quello che Benjamin chiamava il valore cultuale dell’arte). Inoltre, inutile dirlo, però va sottolineato, è manifestamente un testo secondario, che deriva da uno precedente e non esisterebbe senza quello, perciò imputabile di parassitismo. Infine, nel suo processo di abbassamento compie necessariamente una trasposizione del testo-base (quindi è citazione e insieme deconstestualizzazione).

Genette, nel suo lavoro di suddivisione strutturalista sotto il titolo Palinsesti, precisa con puntigliosità che l’abbassamento parodico può avvenire in due modi, opposti ma coincidenti: della forma (quando uno stile aulico venga adottato per argomenti insignificanti, ad esempio l’ode alla zanzara) oppure del contenuto (quando la storia viene spostata a un livello inferiore, ad esempio l’Odissea resa in contesto moderno, trasformata nelle avventure di un viveur tra «yacht» e «cocottes» in Gozzano). Ma Genette, nella sua organizzazione per tipologie tocca un altro punto, che è sostanzialmente l’altro lato della parodia: non c’è soltanto l’aspetto polemico, il ribaltamento scoronante aggressivo, ma c’è anche una riscrittura morbida e addirittura di “omaggio” al modello, che viene rubricata sotto il termine pastiche, che poi sarebbe la scrittura alla maniera di, dove piuttosto si evidenzia un “saper fare” che è la capacità dell’imitatore; e la funzione è comunque, anche quando non chiaramente, di adesione allo stile del testo-base. Per rifarlo occorre immedesimarcisi al massimo.
Il libro di Genette è del 1982; nel 1984 esce in rivista il saggio di Jameson sul postmoderno, che poi andrà a far parte del voluminoso Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo. Ma già in quell’antipasto Jameson parlava del pastiche come “parodia bianca”, cioè neutrale, non critica, in quanto ormai nel postmoderno tutte le porte sono state aperte ed è stato annullato il sogno di una lingua “giusta” da contrapporre alla retorica dei grandi modelli:

In questa situazione, la parodia si viene a trovare priva di una sua vocazione; ha fatto il suo tempo, e quella strana cosa che è il pastiche viene a prenderne lentamente il posto. Il pastiche è, come la parodia, l’imitazione di una particolare maschera, un discorso in una lingua morta: ma è una pratica neutrale di questa mimica, senza nessuna delle ulteriori motivazioni della parodia, monca dell’impulso satirico, Priva di comicità e della convinzione che accanto a una lingua anormale presa momentaneamente in prestito esista ancora una sana normalità linguistica. Il pastiche è dunque una parodia bianca, (…).

Il periodo successivo avrebbe chiarito che tale pax postmoderna (già inquietante di suo, a mio avviso) non era poi così solida. Eppure, è giusto interrogarsi sulla polemicità della parodia: se la consideriamo, infatti, strettamente endoletteraria, appare spesso ludica e non dirompente. I parodisti sono irriverenti, sì, ma da buontemponi in fondo quando parodizzano un testo gli danno importanza e dimostrano che quello è un modello prestigioso. La funzione parodica sovente è di puro divertimento: potrei citare le numerose prove di Luciano Folgore, ma forse anche vari diari minimi di Umberto Eco. Così quando Folgore, nei suoi Poeti allo specchio, rifà Marinetti («Ma ecco balzare dall’acqua, chiomato d’alghe e di muschio, / il Marinetti torrenziale dal contropelo di fosforo / e sollevare alla bocca la tromba marina / di un tropico in foia…») con tanto di finale parolibero («Acqua aggredire slanciarsi ciaf ‒ ciaf scodellamento ripiego rituffo verde verdone verdissimo Pugno + sforzo + occhi di fuori = vittoria…»), intanto può aumentare solo di poco in caricatura  l’iperbole di un autore già esagerato di suo; e poi non sta ovviamente a demolire un patron che lo aveva accolto a braccia aperte nel movimento futurista.
Se la parodia può essere inserita tra le strategie del riso è proprio per il quanto di insolenza che contiene, anche nella pura e semplice imitazione. Più di ogni altro, forse, il riso della parodia è un riso liberatorio, proprio perché viene a toccare il “peso” del capitale culturale nei suoi monumenti solenni. È il riso di cui parla Bachtin, che elimina la distanza della venerazione e dimostra che anche l’oggetto di alto lignaggio può essere toccato, manipolato (quindi «familiarizzato») come qualsiasi altro. Con «la parodia e il travestimento», dice Bachtin, «si va formando un atteggiamento radicalmente nuovo verso la lingua, verso la parola». La parodia relativizza la gerarchia dei valori.
Ma il punto è quale sia il suo obiettivo. In vari casi, il bersaglio non è quello del testo parodizzato. Non lo è certamente nel caso dell’Ulisse di Joyce, dove l’epopea antica serve da impianto generale, sul quale poi si innestano stilizzazioni e polemiche letterarie e sociali che non riguardano però il poema di Omero che semmai si dimostra ancora attuale e valido come modello strutturale. Lo stesso dicasi per Il cavaliere inesistente di Calvino che utilizza parecchio materiale del poema cavalleresco, ma non ha assolutamente lo scopo di demistificarlo, non foss’altro perché ci hanno già pensato, secoli prima, Ariosto e Cervantes. Sarebbe la parodia di una parodia? Piuttosto a me pare che Calvino abbia in mente diversi obiettivi legati allo spostamento del testo verso il contemporaneo: la burocrazia, che può far esistere l’inesistente (e, in fondo, c’è l’alienazione dell’uomo moderno) più, nell’episodio dei cavalieri del Graal, la violenza delle idee fisse, cioè delle ideologie. Sono interpretazioni allegoriche che l’autore stesso legittima; e quindi nel suo caso si dovrebbe parlare di una sinergia tra parodia e allegoria e comunque di una polemica non rivolta alla letteratura del passato che, anche qui, serve positivamente da supporto.
In ogni modo, a volersi occupare di parodia, occorre rispondere alla obiezione basilare riportata all’inizio, quella di secondarietà e dipendenza. La parodia non esisterebbe senza il testo precedente. È allora un indice di scarsa creatività, la risorsa di uno scrittore che non sa fare da sé? Se effettivamente non ne potremmo parlare senza conoscere il testo di partenza, ciò fa della parodia un testo non autonomo, quindi un testo che si fonda su una relazione. Genette ha coniato da “palinsesto” lo spiritoso aggettivo “palinsestuoso”, per sottolineare un rapporto a due, non necessariamente autorizzato. Da questo punto di vista, la parodia evidenzia la precedenza del linguaggio: il linguaggio ci precede, è stato già parlato da altri e, malgrado tutte le pretese di una creazione dal nulla, è sempre una formazione collettiva, sociale. La parodia dimostra, insomma, il carattere di rielaborazione, rifacimento, semmai di devianza, di ogni scrittura.
Di contro alla “parodia bianca” del postmoderno mi è occorso di proporre una “parodia rossa”: una parodia polemica a tutto campo, che ‒ proprio perché messa sotto contrainte dalla scelta di lavorare al di sotto di un testo già esistente ‒ nel tentativo di emergere e differenziarsi faccia sprizzare le sue cariche alternative. E sia, in tal modo, critica ed autocritica.

19/06/2021

1 commento su “Il significato della parodia”

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