Sperimentalismo spontaneo?

Sperimentalismo spontaneo è un ossimoro, perché a rigore lo sperimentalismo dovrebbe essere programmato e discendere da precisi presupposti teorici. Tuttavia è possibile che all’atto di una scrittura mossa da nient’altro che da una esigenza espressiva, l’autore/autrice si renda conto che, proprio per essere fedele alla sua istanza interiore, il linguaggio risulta insoddisfacente. O, per meglio, dire, sono le conformazioni codificate dei sentimenti e degli stati d’animo, amore e odio, allegria e tristezza, a non ricoprire adeguatamente quanto viene percepito come proprio. Quegli standard che vengono buoni quando si tratta di comunicare per ricevere corresponsione o aiuto o quant’altro, risultano falsificanti quando invece si tratta di concentrare l’affezione in un genere di comunicazione che dovrebbe essere dotata di una forza pari alla istanza che la determina. In questi casi, allora, l’autore/autrice, per ottemperare al proprio imperativo, deve torcere in qualche modo il linguaggio comune ed ecco che il risultato finale, sulla pagina, appare incredibilmente vicino a una manipolazione di tipo sperimentale.
Questa lunga premessa per segnalare la raccolta di Roberta Sirignano, Sogno la direttiva, pubblicata or ora da RPlibri, con una pagina introduttiva di Antonio Bux, che è anche il direttore della collana.

Quello che mi ha colpito in questa autrice, che prima non conoscevo, è come sia arrivata a una tessitura alquanto complessa, partendo da presupposti più o meno “normali”. Frequente è infatti, nei suoi versi, la presenza dell’io. A un certo punto si dice perfino «la parola migliore è io». C’è insomma una ricerca di autenticità che comporta il legame con l’esperienza esistenziale. Ma questa esigenza, per essere autenticamente tale, come accennavo prima, deve fare i conti con la codificazione delle parole e in più con la labilità e l’incertezza dell’“io sono” («sono il tempo che si avvita che io rotolo alla deriva»). I richiami al vissuto quotidiano, che pure si possono rinvenire (tipo: «il calore dissolve il rozzo primo mattino»; oppure: «ma sono due o tre giorni che gli occhi mi bruciano»), restano schegge o sprazzi dentro un magma dove i soggetti delle frasi possono essere elementi parziali, termini astratti e via dicendo, insomma stati e azioni non ancora sottoposti alle usuali definizioni.
Punti istantanei («e sull’istante avvolgo uno stupore divaricato»); drastiche autocritiche («graffio il sentimento poetico irrisolto»); frammenti disparati («ho pizzini di umore sbriciolati»).
In una mescolanza nella quale la coscienza non è distinguibile dalla deformazione onirica, la composizione poetica può affidarsi all’incalzare dei movimenti, cumulando verbi:

l’impossibile vigila / si ricorda / torna in sé / non spera / agisce la sua luce femmina mentre splende nel suo voltarsi / e danza sollevando leve / si trasforma / e mai_davvero mai_si illude / ma cresce / domina / rende immortale il perché / e dopo averlo scolpito con forza / lo vive

Muovendosi, spesso con vertiginosi cambiamenti da verso a verso, il testo comprende anche la sintassi dell’incongruo e soluzioni da cadavere squisito surrealista: «il suono in forma di pentola timbra il timpano»; «finché noia non separi te dal cesto e dal suo peso». Non assente l’ironia. In attesa di indagini più approfondite (perché la prima lettura di un testo nuovo è sempre per forza di cose approssimativa), si può forse cercare di ipotizzare una dialettica tra un atteggiamento analitico (l’osservare) e la tensione acuta (il “dolore” che compare diverse volte). La stessa Sirignano parla di «volontà di perdermi contro volontà di gestione». E per vedere come la “gestione” del “perdersi” porti a una composizione verbale molto internamente scompensata (espressionista), la miglior cosa da fare è presentare un esempio:

la teca perde sangue dal cuore / immagina il valore dello sfondo / dall’esterno si avvicina lo schieramento avverso / sfascia la consuetudine / della tregua non ti parlo mai eppure il momento è attivo / fiuta il rovesciarsi il pentimento e il cambio pagina / il dolore arriva improvviso sul polpaccio destro / fingiamo di conoscerlo prima che accada / il timore del vento lo trasformo in un brivido a biro nera

Ogni verso ha un verbo portante e ognuno sta in un ambiente semantico suo proprio, che varia davvero all’atto dell’a capo. Ci sono elementi di dolore fisico (il polpaccio, il “sangue” del primo verso); c’è l’io che opera una rielaborazione trasformatrice (il “timore” diventa il brivido di una biro: forse è la riconversione della vita in scrittura?); c’è il tu, cui viene spiegata una reticenza; c’è il noi collettivo, agente di una strana finzione anticipatrice; e c’è anche una ispezione olfattiva di entità astratte o concrete («fiuta il rovesciarsi il pentimento e il cambio pagina») apparentemente senza soggetto. Di fatto, la poesia non riesce e non vuole mai assestarsi: la comunicazione dell’interiorità qui ci trasmette una inquietudine strutturale o, che è lo stesso, una carica verbale irrefrenabile.
Due parole sul titolo, Sogno la direttiva. Neanche la “direzione”, ma proprio la “direttiva”, che sarebbe una direzione imposta dall’alto e in modo autoritario. È la nostalgia delle ideologie forti che si sono ormai consumate? Questa interpretazione mi sembra molto improbabile, alla luce delle modalità di questa poesia. Più probabile sarebbe la versione ironica: la direttiva “te la sogni”, non è la poesia che te la può dare, qui non troverai nessun messaggio sapienziale… Oppure, ancora meglio: la direttiva la sogno, è il sogno a dirigermi e quindi, se non l’utopia del “sogno di una cosa”, c’è il ricorso all’onirico. In altre parole: c’è la direttiva del sogno, che però non è affatto una direttiva.
Comunque sia, questo è un libro benvenuto, che dà fiducia sulla ripresa di quota della poesia odierna.

25/05/2021

2 pensieri riguardo “Sperimentalismo spontaneo?”

  1. Tu, caro Francesco, scrivi:
    “Sperimentalismo spontaneo è un ossimoro, perché a rigore lo sperimentalismo dovrebbe essere programmato e discendere da precisi presupposti teorici. Tuttavia è possibile che all’atto di una scrittura mossa da nient’altro che da una esigenza espressiva, l’autore/autrice si renda conto che, proprio per essere fedele alla sua istanza interiore, il linguaggio risulta insoddisfacente. O, per meglio, dire, sono le conformazioni codificate dei sentimenti e degli stati d’animo, amore e odio, allegria e tristezza, a non ricoprire adeguatamente quanto viene percepito come proprio. Quegli standard che vengono buoni quando si tratta di comunicare per ricevere corresponsione o aiuto o quant’altro, risultano falsificanti quando invece si tratta di concentrare l’affezione in un genere di comunicazione che dovrebbe essere dotata di una forza pari alla istanza che la determina. In questi casi, allora, l’autore/autrice, per ottemperare al proprio imperativo, deve torcere in qualche modo il linguaggio comune ed ecco che il risultato finale, sulla pagina, appare incredibilmente vicino a una manipolazione di tipo sperimentale.”
    In questo resoconto presupponi che ci sia una discordanza tra “l’affezione” o, per intenderci, il sentimento, e il mezzo che si ha a disposizione per esprimerlo e oggettivarlo, cioè il linguaggio comune, e che per realizzare la piena corrispondenza tra sentimento e immagine, l’autrice sia costretta a “torcere” il linguaggio comune. In tal modo la sua finalità, quella di comunicare il suo vero stato d’animo agli altri, verrebbe raggiunta. Ora, questo resoconto, apparentemente coerente, si espone alla seguente critica: come fa un’autrice, che si ipotizza (anzi, per sua stessa dichiarazione è) priva di background teorico, e quindi di controllo razionale dei molteplici parametri del mezzo linguistico, a manovrare e manipolare così esattamente e finemente quest’ultimo, al punto da fargli rappresentare quello stato d’animo che il suo “naturale” linguaggio non gli consente? Tu ovviamente sei cosciente della contraddizione, ma non la sciogli, confessando implicitamente che le categorie e gli strumenti critici che possiedi non bastano a chiarire il problema, dal quale piuttosto ti congedi parlando di ossimoro, e apponendo un bel punto interrogativo allo sperimentalismo spontaneo che sembra la logica conseguenza di tutta la questione e della tua stessa descrizione. Mi fermo qui, sottolineandola tua, come sempre cristallina, onestà intellettuale, per cui di fronte a un evento reale che contraddice il tuo sistema, preferisci ammettere la fallibilità di quest’ultimo (o per lo meno la sua incompletezza) piuttosto che negare l’evento stesso.
    Un saluto, con affetto
    Sandro

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