Di ricoveri e ristori

Una volta le cose andavano diversamente. C’era un viandante, lacero, affamato, con le suole delle scarpe consunte per il lungo cammino, stanche le membra e corrose dalle intemperie incontrate lungo la strada, il quale finalmente, magari in seguito ad una fortuita deviazione dalla via maestra, per sbaglio o per caso, trovava scampo e per l’appunto un ricovero: sia pure di fortuna, sia pure costituito soltanto da due assi in croce e un tettuccio, oppure magari – che scialo! – construtto di muri tirati su alla buona e con dentro se non un letto, almeno un giaciglio di paglia pulita e asciutta dove, in termini esatti, ricoverare le stanche membra. Di ricovero, appunto, si trattava. E possibilmente di ristoro, significante non solo il buon sonno, che è – come sul dirsi – ristoratore, però anche una qualche cibaria sommaria ed essenziale che lo rimettesse in forze, il suddetto viandante, in grado di riprendere con lena il cammino, il giorno dopo, con il sole spuntato dopo il di molto maltempo, per le vie curve del mondo rotondo. Così un tempo si favoleggiava di ricoveri e ristori. Erano un soccorso povero per i più poveri.

Oggi, si sa, con pandemia in fase di recesso, i ricoveri sono un’alta cifra e i ristori li vuole ognuno, dall’alto in basso e da destra a sinistra. E sorvoliamo sul fatto curioso che i ristori li vogliano soprattutto i ristoratori, quasi a ricalcare la celebre frase “chi custodirà i custodi?” a far altrettanto: “chi ristorerà i ristoratori?”
Ora, ristoratori o ristorati, ricoveranti o ricoverati, quelli che prima non gradivano che lo Stato mettesse le mani nelle loro tasche (meno Stato meglio è stato!) lo reclamano adesso con esigenti richieste. Comprensivo il nostro manovratore primo, l’inviato dall’alto scranno, blandisce serenamente papale papale che è tempo di dare e non di prendere (“C’è un tempo per piantare e uno per sradicare, un tempo per demolire e uno per costruire, un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e uno per astenersi”… evidentemente il nostro conosce bene l’Ecclesiaste). Un ingenuo potrebbe anche obiettare che per dare bisogna prima avere e per avere bisogna prima prendere (anche se la Bibbia non lo dice). Ma noi non siamo così ingenui, ci mancherebbe! Sappiamo benissimo che nel mondo attuale postpostmoderno, insomma un “mondo del posteriore”, si può tranquillamente dare quello che non si ha (qualcosa del genere diceva Lacan dell’amore). O magia della affinata finanza, o portento del Magister Bancarius! A te sia lode, al netto di qualsiasi ironia!
Altro che i vecchi tempi, quando nei ricoveri e nei ristori erano i poveri a dare una mano ai più poveri. Adesso gli impoveriti non li vogliono neanche vedere ai più poveri. Dicono che è colpa loro perché di notte non si distinguono bene in quanto tutti neri…

30/05/2021

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