Corone, ovvero la contemporaneità del non contemporaneo

Mary Shelley non è autrice soltanto del famoso Frankestein, modello di scrittura allegorica e fortunatissima invenzione di un personaggio, la creatura, che abita frequentemente la cultura di massa prendendo a prestito il nome del suo creatore; ha anche scritto più tardi, nel 1826, The Last Man, una distopia fantascientifica dove l’umanità viene sterminata dalla peste. La data fissata per l’estinzione totale è verso la fine del XXI secolo e quindi potremmo stare tranquilli ancora un poco e accontentarci provvisoriamente dei nostri virus e relativi vaccini.
Ma se ricordo questo romanzo semisconosciuto non è tanto per riportarlo alla realtà epidemica odierna; mi è ritornato in mente per un altro diversissimo motivo, all’atto della dipartita del Principe Consorte, cui la stampa anche fuori i confini inglesi ha dato grande rilievo. Ora, un aspetto che mi aveva sorpreso nella fantasia shelleyana è che, nella sua proiezione verso il futuro che avanza più o meno di due secoli e mezzo, la nostra autrice descrive, prima ancora della letale pestilenza, una Inghilterra che ha detronizzato di re e che discute animatamente sulla configurazione della repubblica. Anche se il candidato antimonarchico verrà sconfitto nella votazione della camera, il testo gli dà modo di sostenere una tesi semplice e chiara:

Mise a confronto lo spirito regio e quello repubblicano: dimostrò come l’uno tendesse a rendere schiave le menti degli uomini, mentre tutte le istituzioni dell’altro servivano a risvegliare anche nel più meschino tra noi qualcosa di grande e buono.

Sebbene non siamo ancora vicini alla data sognata dalla Shelley, è molto probabile che non abbia visto giusto e che la causa della Repubblica Inglese sia ancora molto lungi dall’esser perorata.
Ma questo non è un problema soltanto locale – basti pensare che per contare le teste coronate nella progredita Europa bisogna usare entrambe le mani! – né l’unica rimanenza storica. È un interrogativo che riguarda lo storicismo stesso: come è possibile la sopravvivenza nel presente di istituzioni legate nel passato a un assetto sociale completamente diverso? Una forma di sovranità nata dalla piramide aristocratica per tenere unita la nazione cosa ci sta a fare nel mondo global-democratico? È la questione dello “sviluppo disuguale” che Marx poneva per la letteratura con la famosa domanda “come è possibile Achille con la polvere da sparo e il piombo?”, dando una risposta non tanto convincente che sia per via che rappresenta l’“infanzia dell’umanità”… Un tale richiamo a universali umani non si adatta mica tanto bene al materialismo storico… Semmai, avrebbe dovuto servirsi di quell’esempio per mettere a punto meglio il rapporto base-sovrastruttura e anche la stessa nozione di ideologia. Infatti, qui, nell’attaccamento alla corona come in altri “residuati storici” non si tratta tanto di falsa coscienza, quanto di investimenti identitari difficili da disimpiantare o da sostituire, proprio per il fatto di essere irrazionali e quindi sottratti all’argomentazione ragionativa.
Negli anni Trenta, a proposito dei miti del nazismo, Ernst Bloch indagava la “contemporaneità del non contemporaneo “(Gleichzeitigkeit des Ungleichzeitigen), ragionando di come la crisi dei ceti medi portasse a cercare rassicurazioni nella solidità della tradizione. Questo fenomeno si è radicalizzato in maniera ancor più forte nei nostri tempi, con una tale escursione tra meraviglie tecnologico-scientifiche impensabili e rifeudalizzazioni comunitarie in fedi religiose oppure in valori simbolici incarnati, come è la monarchia. Parlare di esigenze eterne dell’uomo non mi pare corretto: piuttosto è evidente che la durata nel tempo diventi  una garanzia che ciò che è stato continuerà ad essere e di qui l’intensità della rassicurazione e la conseguente resistenza delle proiezioni che vi convergono.
In questo certamente – e Marx non sbagliava –la letteratura insegna qualcosa. Perché non sono forse i canoni della scuola e dell’università le sentinelle di un movimento di trasmissione di un patrimonio culturale alle nuove generazioni? Che questo processo oggi stenti è altro discorso. Di fatto il problema va posto nei termini di Walter Benjamin (ancora lui! sempre lui! diranno i miei lettori un po’ stufi di ritrovarlo ogni volta come apriti sesamo); sì, discontinuità vs. continuità. In una delle Tesi sul concetto di storia, Benjamin dice che il patrimonio culturale è la preda di guerra che i vincitori si portano dietro e che passa da un vincitore all’altro. Tale continuità non è una garanzia di qualità. Benjamin dice che bisogna “passare a contropelo” (gegen den Strich) il flusso della storia, creare una interruzione in cui recuperare le voci anticanoniche o il lato anticanonico del canone. In questo anno dantesco dovremmo ricordarcelo un po’ meglio.

19/04/2021

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